TERMOLI. Sul possibile referendum per il distacco della Provincia di Isernia dal Molise e la sua aggregazione all’Abruzzo interviene Andrea Montesanto di Costruire Democrazia, che invita a leggere il dibattito senza semplificazioni e a considerare le conseguenze politiche, istituzionali e territoriali di un’eventuale separazione.
«Il pronunciamento del Consiglio di Stato ha riportato al centro del dibattito il possibile referendum per il distacco della Provincia di Isernia dal Molise e la sua aggregazione all’Abruzzo.
Dietro questa iniziativa c’è sicuramente un malessere reale, legato alla carenza di servizi, alle difficoltà della sanità pubblica e alla mancanza di infrastrutture… problemi che purtroppo riguardano anche altre zone del Molise.
Comprendo, quindi, le ragioni che hanno portato migliaia di cittadini a sostenere questo percorso. Non condivido, però, la soluzione proposta. Soprattutto una separazione “parziale” della Regione, che rischierebbe di provocare seri danni a entrambi i territori.
Isernia, Campobasso, Termoli e gli altri comuni molisani appartengono allo stesso sistema geografico, sociale ed economico. Allontanarsi da questa realtà per entrare in una Regione molto più grande non significa automaticamente ottenere maggiore attenzione.
Oggi Isernia è una delle sole due province della Regione Molise. Questo è un elemento da non sottovalutare.
Si può certamente sostenere, e a ragione, che questa centralità non sia stata valorizzata sufficientemente negli anni. Ma questa centralità esiste. Ed è una forza politica e istituzionale che dovrebbe essere utilizzata meglio, non abbandonata.
Rinunciare a questa centralità per entrare in una Regione nella quale il peso demografico sarebbe inevitabilmente molto più ridotto rischierebbe di produrre l’effetto opposto rispetto a quello desiderato.
Oggi gli abitanti della Provincia di Isernia rappresentano circa un quarto della popolazione molisana. In un ipotetico Abruzzo allargato rappresenterebbero, invece, una percentuale molto più piccola, inferiore al 5-6% della popolazione complessiva.
E i numeri “contano” quando si distribuiscono risorse, quando si programmano infrastrutture, quando si decide dove investire e, inevitabilmente, anche nella rappresentanza politica.
Non perché l’Abruzzo abbia qualcosa contro Isernia, naturalmente, ma perché l’Abruzzo ha città, province, territori e bacini demografici molto più grandi, che hanno legittimamente le proprie necessità e le proprie priorità.
Pensare che una piccola provincia, entrando in una Regione molto più popolosa, diventi automaticamente una priorità sarebbe, a mio avviso, un errore.
Spostare un confine regionale sulla cartina geografica non risolve automaticamente i problemi di un territorio.
Il giorno successivo a un eventuale passaggio all’Abruzzo, le distanze sarebbero le stesse. I comuni delle aree interne continuerebbero ad avere gli stessi problemi legati allo spopolamento.
Le infrastrutture non comparirebbero improvvisamente. I medici non aumenterebbero per effetto di un cambio di Regione. E le opportunità di lavoro non nascerebbero semplicemente perché cambia il nome dell’ente regionale di appartenenza.
Cambierebbe, invece, il luogo nel quale vengono assunte molte delle decisioni che interessano il territorio. E aumenterebbe il numero di cittadini, territori e interessi con i quali Isernia dovrebbe confrontarsi politicamente per ottenere attenzione e risorse.
Senza considerare che, per determinate pratiche, autorizzazioni o adempimenti amministrativi, i cittadini potrebbero trovarsi a dover fare riferimento a uffici regionali situati a Pescara o L’Aquila.
Il paradosso sarebbe ritrovarsi con gli stessi problemi di oggi, ai quali potrebbero aggiungersi nuove difficoltà, e con un peso politico molto inferiore rispetto a quello che la Provincia di Isernia possiede attualmente all’interno del Molise.
Ecco perché continuo a sostenere un principio molto semplice.
Se proprio, per assurdo, si volesse discutere dell’ipotesi di un futuro insieme all’Abruzzo, avrebbe almeno maggiore logica ragionare sull’intero Molise.
Non sarebbe comunque la mia scelta.
Credo nell’autonomia del Molise e penso che questa Regione debba lottare per risolvere i propri problemi, non rinunciare alla propria esistenza.
Ma, dal punto di vista territoriale e istituzionale, un conto sarebbe discutere di un progetto complessivo. Altra cosa è smembrare una Regione già piccola, separando una provincia dall’altra e immaginando che da questa divisione possano nascere due territori più forti.
Il Molise si trova attualmente in una situazione finanziaria e sanitaria estremamente complessa, con criticità che non possono essere ignorate. Esistono debiti e strutture amministrative, ma anche società partecipate, contratti, servizi regionali e impegni economici che non scomparirebbero semplicemente perché una parte del territorio cambia Regione.
Sarebbe necessario stabilire come ripartire obbligazioni, patrimonio e responsabilità, come cambierebbero i trasferimenti e come dovrebbero essere ridisegnati la sanità, i trasporti, la programmazione economica e i fondi destinati al territorio.
Sono questioni enormi.
Credo che questo sia il momento nel quale dobbiamo ricordarci che siamo cittadini dello stesso territorio e abbiamo molti più problemi in comune di quanti ne abbiamo gli uni contro gli altri.
Penso anche che sarebbe sbagliato liquidare questa vicenda in modo superficiale.
Il fatto stesso che migliaia di persone abbiano deciso di sostenere un percorso per lasciare la Regione nella quale vivono rappresenta un segnale politico enorme che nessuno dovrebbe ignorare.
La politica molisana dovrebbe avere il coraggio di prenderne atto e interrogarsi seriamente sulle proprie responsabilità.
Penso che, nei momenti di maggiore difficoltà, una comunità debba utilizzare quella rabbia e quel malessere non per dividersi, ma per pretendere insieme un cambiamento».
Red
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione
Source link







