Alla montagna di debito sovrano si aggiunge la corsa ai capitali dell’intelligenza artificiale: il “crowding out” può diventare un problema per Borse, imprese e crescita
Quello che sta accadendo sul mercato obbligazionario globale merita probabilmente più attenzione della singola seduta negativa delle Borse.
Martedì 18 agosto i rendimenti a lunga scadenza hanno raggiunto livelli che in molti casi non si vedevano da decenni, contemporaneamente negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone.
Non è quindi un fenomeno esclusivamente americano e, soprattutto, non sembra dipendere soltanto dalle aspettative sulle prossime decisioni delle banche centrali.
Negli Stati Uniti il rendimento del Treasury trentennale è arrivato fino al 5,33% circa, massimo dal 2007, mentre il decennale si è spinto intorno al 4,71-4,73%.
In Giappone il decennale ha raggiunto livelli che non si vedevano da circa trent’anni. Anche Bund, OAT francesi e Gilt britannici hanno registrato forti tensioni.
Il messaggio del mercato sembra piuttosto chiaro: prestare denaro per dieci, venti o trent’anni richiede oggi una remunerazione maggiore.
Ed è qui che si comincia a parlare nuovamente di bond vigilantes.
Non è soltanto una questione di Fed
La prima distinzione importante riguarda la struttura della curva.
La banca centrale esercita un’influenza molto forte sulla parte breve, ma non controlla direttamente il rendimento del Treasury a 10 o 30 anni.
Su quelle scadenze entrano in gioco le aspettative sull’inflazione futura, la traiettoria attesa dei tassi, l’offerta di debito e soprattutto il term premium, cioè la remunerazione aggiuntiva richiesta dall’investitore per immobilizzare capitale per molti anni assumendosi il rischio che inflazione e tassi evolvano diversamente da quanto previsto.
La New York Fed definisce precisamente il term premium come la compensazione richiesta per sopportare il rischio di variazione dei tassi durante la vita dell’obbligazione; si tratta di una variabile non direttamente osservabile, ma stimata attraverso modelli.
Ed è probabilmente questo uno dei cambiamenti strutturali più interessanti della fase attuale.
Per molti anni gli investitori hanno potuto ragionevolmente presumere che inflazione e tassi sarebbero rimasti relativamente bassi. Oggi questa certezza è molto più debole.
Quasi 40.000 miliardi di debito cambiano il problema
Sul mercato incombe soprattutto la questione fiscale americana.
Il punto non è semplicemente che gli Stati Uniti abbiano molto debito. Il problema è la combinazione tra stock di debito elevato, deficit persistenti e necessità di rifinanziare continuamente enormi quantità di Treasury.
Per avere un’idea della dimensione dei flussi, già nelle stime pubblicate a maggio il Tesoro prevedeva 671 miliardi di dollari di nuovo indebitamento netto negoziabile soltanto nel trimestre luglio-settembre 2026.
Il mercato deve assorbire questa offerta.
E quando l’offerta aumenta più rapidamente della disponibilità degli investitori ad acquistare duration, il meccanismo di aggiustamento è elementare:
prezzi dei Treasury ↓ → rendimenti ↑.
Non significa che gli Stati Uniti siano prossimi a una crisi di solvibilità. Sarebbe una conclusione eccessiva.
Significa piuttosto che il mercato potrebbe iniziare a chiedere un prezzo più elevato per finanziare la politica fiscale americana.
È questa la vera logica dei bond vigilantes.
Il ritorno dei bond vigilantes
Con questa espressione si indicano gli investitori obbligazionari che, vendendo titoli di Stato o rifiutandosi di acquistarli ai rendimenti esistenti, finiscono per imporre una disciplina finanziaria ai governi.
Non serve che qualcuno decida esplicitamente di “punire” Washington.
È sufficiente che gli investitori dicano implicitamente: al 4,5% non compro un Treasury decennale; al 5% forse sì.
Il risultato è che il mercato aumenta autonomamente il costo del capitale dello Stato.
Jonas Goltermann di Capital Economics ha sintetizzato il movimento osservando che la recente crescita dei rendimenti suggerisce una crescente impazienza degli investitori verso la prodigalità fiscale, sottolineando allo stesso tempo come le prospettive di bilancio di diverse grandi economie siano problematiche e vi sia poca volontà politica di affrontarle.
Questa è forse la parte più importante della storia: la politica monetaria può smettere di essere l’unico arbitro delle condizioni finanziarie. Il mercato obbligazionario può iniziare a fare parte del lavoro al posto delle banche centrali.
Poi è arrivato il petrolio
Alla questione fiscale si è aggiunto lo shock geopolitico.
Il Brent è tornato intorno ai 91 dollari, mentre il conflitto con l’Iran e le tensioni sullo Stretto di Hormuz hanno riacceso il rischio di un nuovo shock energetico.
Per il mercato obbligazionario è particolarmente scomodo.
Petrolio più caro significa potenzialmente:
inflazione ↑ → aspettative sui tassi ↑ → term premium ↑ → rendimenti a lunga scadenza ↑.
E contemporaneamente:
petrolio ↑ → reddito disponibile ↓ → margini aziendali ↓ → crescita ↓.
È quindi uno shock che può produrre contemporaneamente più inflazione e meno crescita, proprio la combinazione che rende più difficile il lavoro delle banche centrali.
La Fed potrebbe trovarsi davanti a un’economia che rallenta senza poter allentare aggressivamente la politica monetaria perché l’inflazione rimane elevata.
Ma c’è un nuovo concorrente: l’intelligenza artificiale
Esiste poi un elemento molto particolare del ciclo attuale.
Non sono soltanto gli Stati a chiedere enormi quantità di capitale. Anche le grandi società tecnologiche stanno aumentando rapidamente l’indebitamento necessario a finanziare data center, chip, infrastrutture energetiche e reti legate all’intelligenza artificiale.
Secondo Reuters, nel 2026 Alphabet, Amazon e Meta hanno già raccolto complessivamente quasi 220 miliardi di dollari attraverso emissioni obbligazionarie, mentre l’emissione corporate complessiva è arrivata vicino a 1.700 miliardi, circa il 27% in più rispetto all’anno precedente.
È qui che entra in gioco il crowding out.
Immaginiamo che il risparmio globale disponibile sia un grande bacino.
Da una parte arriva il Tesoro americano e deve finanziare deficit enormi.
Dall’altra arrivano Amazon, Meta, Alphabet e gli altri hyperscaler che devono costruire l’infrastruttura dell’AI.
Poi ci sono Europa, Giappone e gli altri governi che devono finanziare i propri deficit.
Tutti vogliono capitale.
E il prezzo del capitale è il tasso d’interesse.
Più cresce la domanda di capitale rispetto al risparmio disponibile, maggiore tende a essere il rendimento necessario per convincere gli investitori a fornirlo.
Il paradosso dell’AI
Questo crea un paradosso interessante.
L’intelligenza artificiale è stata uno dei principali motori del rialzo delle Borse.
Ma gli enormi investimenti necessari per costruire l’infrastruttura AI potrebbero contribuire indirettamente a far salire i rendimenti obbligazionari, che a loro volta rappresentano uno dei principali fattori di compressione delle valutazioni proprio dei titoli tecnologici.
La sequenza può diventare:
AI capex ↑ → emissioni corporate ↑ → domanda globale di capitale ↑ → rendimenti reali ↑ → costo del capitale ↑ → multipli azionari ↓.
Reuters rileva infatti che i rendimenti reali del Treasury trentennale sono arrivati vicino al 3%, intorno ai massimi degli ultimi 18 anni.
Questo dato è forse ancora più significativo del 5,3% nominale.
Perché significa che non stiamo osservando esclusivamente un aumento delle aspettative inflazionistiche: sta aumentando anche il rendimento reale richiesto al capitale.
Ed è qui che iniziano i problemi per Wall Street
Un Treasury decennale al 4,7% è una cosa.
Un Treasury verso il 5%, accompagnato da un trentennale sopra il 5,3% e da rendimenti reali vicini al 3%, sarebbe qualcosa di diverso.
Guy Miller di Zurich Insurance ha indicato proprio il 5% sul decennale come una soglia particolarmente importante, perché una rottura potrebbe iniziare a intaccare la fiducia anche nelle altre asset class.
Il motivo è semplice.
Un investitore che può ottenere circa il 5% da un Treasury deve chiedersi quale rendimento aggiuntivo pretenda per acquistare azioni.
Più sale il risk-free, maggiore deve essere il rendimento prospettico dell’azionario per giustificarne il rischio.
Ed è particolarmente importante quando le valutazioni sono elevate.
Non sorprende quindi che martedì il Nasdaq abbia perso l’1,33% e l’S&P 500 lo 0,69%, mentre anche le Borse europee hanno sofferto.
Non soffrono soltanto le Borse
Il meccanismo si propaga rapidamente all’economia reale.
I Treasury rappresentano il benchmark sul quale vengono prezzati moltissimi strumenti finanziari.
Quando sale il decennale americano, tendono ad aumentare:
mutui → finanziamenti alle imprese → corporate bond → leasing → costo del capitale → hurdle rate degli investimenti.
Reuters sottolinea proprio che rendimenti Treasury più elevati si trasferiscono ai mutui e ai finanziamenti, possono frenare gli investimenti aziendali e aumentano contemporaneamente la spesa per interessi del governo federale.
E nasce un secondo circuito potenzialmente perverso:
debito ↑ → interessi ↑ → deficit ↑ → nuove emissioni ↑ → rendimenti ↑ → interessi ancora ↑.
Non è automaticamente una spirale fuori controllo, ma oltre determinate soglie diventa un meccanismo da osservare con molta attenzione.
Anche il Giappone sta cambiando le regole del gioco
C’è infine un altro elemento che potrebbe sembrare secondario ma non lo è affatto.
Per decenni il Giappone ha avuto rendimenti domestici bassissimi. Gli investitori giapponesi sono quindi diventati enormi compratori di obbligazioni straniere, compresi i Treasury americani.
Adesso il rendimento del JGB decennale è arrivato vicino al 3%, mentre quello trentennale supera il 4%.
Questo modifica radicalmente l’equazione.
Perché un investitore giapponese dovrebbe assumersi rischio di cambio, comprare Treasury americani e magari pagare il costo della copertura valutaria quando può ottenere rendimenti molto più interessanti a casa propria?
Se anche soltanto una parte del capitale giapponese tornasse verso il mercato domestico, uno dei grandi acquirenti strutturali del debito americano diventerebbe meno presente.
E proprio mentre Washington deve emettere quantità enormi di Treasury.
Quindi siamo davvero in una zona pericolosa?
Sì, ma non siamo ancora necessariamente davanti a una crisi obbligazionaria.
Questa distinzione è fondamentale.
A questi livelli i rendimenti iniziano infatti anche a diventare molto interessanti per gli investitori.
Il mercato possiede quindi un naturale meccanismo stabilizzatore: più salgono i rendimenti, più le obbligazioni diventano appetibili.
Ma il vero interrogativo è dove si trovi oggi il rendimento di equilibrio.
Negli ultimi quindici anni il mercato era abituato a pensare che un Treasury decennale al 4-5% fosse eccezionalmente elevato.
Potremmo invece essere entrati in un regime nel quale deficit strutturalmente più grandi, minore repressione finanziaria delle banche centrali, maggiori investimenti in difesa, transizione energetica e AI, inflazione più volatile e minore domanda estera di Treasury richiedono rendimenti strutturalmente superiori rispetto al decennio precedente.
Se fosse così, il problema per le Borse non sarebbe necessariamente un Treasury decennale che sale rapidamente al 6%.
Sarebbe qualcosa di più sottile: il fatto che non torni più al 2-3%.
Ed è probabilmente questa la domanda che i mercati stanno iniziando a porsi.
Il grande cambiamento potrebbe non essere semplicemente il ritorno dei bond vigilantes. Potrebbe essere la fine definitiva dell’era del denaro strutturalmente a buon mercato.
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