A un certo punto dell’“Onore dei Prizzi”, Jack Nicholson è al telefono con Kathleen Turner, che è la donna di cui è innamorato ma è anche un’assassina i cui doveri professionali potrebbero essere incompatibili con quelli della famiglia mafiosa di cui è parte il personaggio di lui. Le dice che la ama, «non sarà scientifico, ma è vero». Lei non capisce, e lui spiega d’aver letto su un giornale un articolo scientifico secondo cui quello che scambiamo per amore è il tentativo di ottenere da grandi quel che da piccoli ci è mancato da parte di nostra madre.

No, non sono qui per dirvi che appena quarant’anni fa leggere era un’attività così popolare che potevi plausibilmente far citare un articolo di giornale a un sicario. Sono qui per dirvi che ho una mia variazione sulla teoria di Charley Partanna, figlioccio della famiglia Prizzi convinto che se s’innamora d’una sventola bionda è perché la mamma non gli ha voluto bene.

La mia teoria è: dipende tutto dal liceo. Se al liceo eri il bello della scuola e le ragazzine ti morivano dietro, avrai un tipo di vita. Se eri uno degli infelici molti che andavano in bianco (perché al liceo le ragazzine rincorrono tutte gli stessi due o tre, e agli altri non resta che ammazzarsi di seghe), non avrai mai accesso al primo tipo di vita. Sarai sempre uno che ci è arrivato con impegno, mica con doti naturali.

Quindi: sei uno cui piacciono le ragazze nonostante non somigliasse né a scuola né dopo ad Alain Delon periodo “Gattopardo”. Come fai ad assicurarti che esse ricambino o almeno simulino di ricambiare? Diventi ricco. Diventi famoso. Diventi potente.

Adesso che è passato abbastanza tempo da non doverne più parlare col rispetto dovuto alla sacralità, possiamo dire che il maggior effetto del MeToo è stato illuminare la relatività di ciò che è tollerabile. Qualche anno prima Harvey Weinstein era uno fuori dalle cui stanze d’albergo a Cannes o a Venezia c’era la fila di ragazze che non vedevano l’ora di ricevere le sue attenzioni; qualche minuto dopo era quel porco schifoso che merita la galera.

Col senno di poi, si può sempre ricostruire il momento preciso in cui cambiano le fortune di uno che quelle fortune se le è sudate, e le ragazze hanno un formidabile istinto per capire quando il patàca romagnolo è uno che fanno aspettare in fila per entrare al Pineta, e quando invece è un imprenditore cesso ma di successo che può come minimo intestar loro un appartamento.

Non riesco più a guardare Sigfrido Ranucci nello stesso modo da quando un uomo saggio mi ha fatto notare che ha il fenotipo di uno che va al Pineta di Milano Marittima ma gli piace mangiare e bere e quindi la camicia gli va stretta, non importa quanti campi di padel prenoti. È un filtro, quello del patàca romagnolo, che ora applico a ogni video in cui lui mostra ai giornalisti il telefono su cui conserva la foto col padre di Vannacci, gongolando «vi ho dato materiale per il titolo» (giornalismo l’è morto), a ogni video in cui dice «sono tra la mia gente» come fosse una popstar e non uno che fa un “Mi manda Lubrano” in sessantaquattresimo, a ogni querela minacciata, a ogni rivendicazione di premio letterario (letteratura l’è morta da ben prima del giornalismo).

Lo guardo, mentre lui dice con aria intimidatoria «Cerca di voler bene a “Report”», e inviate con timore reverenziale trasecolano «Secondo te io non voglio bene a “Report”!», e mi domando come si possa pensare sia qualcosa di memorabile l’eventuale liquidazione di “Report” e di Ranucci, per un paese che è sopravvissuto alla fine delle conduzioni di Santoro e di quelle di Minoli, per dirne due un ciccinino più portati per la tv di Ranucci; lo guardo e penso al Pineta.

Lo guardo chiedendomi quando smetterà di pensare che quell’aria da bullo lo faccia sembrare un vincente; lo guardo chiedendomi se creda davvero che il pubblico numeroso, agli eventi estivi pagati dagli assessorati alla cultura coi soldi dei contribuenti, indichi che il paese è con lui, e non che il paese si aspetta un’inchiesta sui soldi con cui veniamo pagati noialtri che andiamo a parlare alle sagre estive; lo guardo chiedendomi come finirà.

Il caso Arday, il professore inglese che si è ucciso come a volte fanno i mitomani il cui bluff sta per crollare, ha molte somiglianze col caso Ranucci, che però credo (spero) finirà meglio, perché qui essere un patàca non è grave come lì, perché noi abbiamo avuto mezzo secolo di commedia all’italiana e nessuno ci tiene alla reputazione, al massimo ci teniamo alla tifoseria e quella è quasi inamovibile.

Anche lì lo è, anche in Inghilterra chi difendeva Arday prima è determinato a reputarlo una figura angelica anche adesso, anche lì come qui all’umanità pesa dover dire «ci ho creduto come un coglione». E, d’altra parte, pur non arrivando per fortuna ad ammazzarsi, anche Ranucci tradisce la tradizione per cui a Manuel Fantoni viene da ridere e sbotta: t’ho raccontato un sacco de fregnacce.

Ranucci, un Arday da romanzo criminale, mica si chiude in casa a vergognarsi d’aver detto che la destra attentava alla sua figura di giornalista scomodo. Ranucci si appoggia alla sua curva di tifoseria, e fa quel che forse avrebbe potuto salvare Arday: dire «Sono qui tra la mia gente» in toni da santone, crederci sempre e arrendersi mai.

C’è un dettaglio interessante a margine del caso Arday, ed è la petizione inglese per evitare per legge il sovvraccarico dello scrutinio delle vite di chi è lo scandale du jour. Chiedono che si metta un limite numerico agli articoli che possono essere pubblicati su un determinato individuo in un lasso di tempo. È un interessante soggetto per una puntata di “Black Mirror”: tu vuoi scrivere un articolo su Ranucci, e ti serve il nulla osta dell’ufficio sovraccarico. No, spiacenti, questa settimana di articoli su Ranucci ne son già usciti cinquanta, si rifaccia viva la prossima.

La proposta è uno dei mille segni di uno dei mali del secolo: l’illusione del controllo. Posso controllare che non sussistano mai le condizioni perché uno si ammazzi, posso controllare che un flirt non diventi mai sgradevole, posso controllare che i pettegoli non sparlino di me. Forse è un prodotto dell’infantilizzazione della società: diventare grandi significa innanzitutto arrendersi all’evidenza che non puoi mai controllare un cazzo di niente.

Ieri il Tempo ha pubblicato la lettera d’una tale Angela Camuso, giornalista, che riferisce che Ranucci le avrebbe mandato messaggi sconvenienti, le avrebbe dato appuntamenti sgraditi, avrebbe avuto toni che in un mondo ideale non sono quelli che uno tiene con te, seria professionista le cui prestazioni tenga ad assicurarsi. È del tutto irrilevante se sia vero o no; l’unico dettaglio interessante è che il 20 agosto 2026 potrebbe stare a Ranucci come il 5 ottobre 2017 stette a Weinstein: il momento in cui qualcuno mette a verbale che il re è nudo e, magia, smetti d’essere intoccabile.

Ranucci dice che a Dacia Maraini era molto piaciuto il suo libro, e io quel libro l’ho letto, io escludo che a Dacia Maraini (ma anche solo a qualcuno meno letterato della signora Maraini però alfabetizzato) possa essere piaciuto quel libro. È che Ranucci era un santo, un simbolo, uno l’elogio al quale ti collocava subito dalla parte dei buoni: ha smesso d’esserlo? È questo che ci dice la lettera della signora Camuso? Resterà un grido isolato o ne arriveranno altre cento, come accade in quell’apocrifo attribuito a Majakovskij sulla nave che affonda e gli intellettuali che la abbandonano subito dopo i topi ma molto prima delle puttane?

Non lo so, ma vorrei tornare alla grande divisione che avviene al liceo e dalla quale non esci più, tu prototipo maschile. Neanche se diventi una popstar, neanche quando la crescita fa sì che le femmine imparino a badare ad altre cose – soldi, conoscenze, brillantezza dialettica – che magari sono alla tua portata. Per quanto tu possa recuperare da grande, non sarà mai la stessa cosa. Lo sviluppo che hanno avuto i Delon del mondo, quello non sarà mai alla tua portata.

Tutta la vita dovrai colmare quel pozzo senza fondo che è il tuo bisogno di consenso, tutta la vita tenterai invano di riparare il danno che le liceali neppure sapevano di star facendo. Ma, per quanta ricchezza e potere e valuta da adulti ci butti dentro, il pozzo non si colmerà. Appena l’incantesimo finirà, sarà chi ne è stata vittima a volertelo più ferocemente far pagare: siamo d’accordo che se Harvey Weinstein fosse stato belloccio ne avremmo preteso con meno vigore la punizione esemplare, sì?

C’è un passaggio, nella lettera della signora Camuso, che fa così: «Non sono mai stata attratta da te in quel senso, caro Sigfrido. Non mi viene in mente nulla che te lo abbia fatto intendere. Mi piacciono alti, belli e muscolosi». C’è una ragione se uno si sbatte a inventarsi giustiziere e conduttore televisivo, a immaginare un io narrante che provochi orgasmi istantanei e un sé che salvi il mondo a botte di inchieste. C’è una ragione, e quella ragione è che nessuna mai più pensi «io non te la darei mai perché sei un cesso». Figuriamoci dirlo a voce alta.

È quella frase della signora Camuso il segno che qualcosa è finito assai più di quanto lo sarebbe un’eventuale sospensione della Rai, un’eventuale incriminazione per depistaggio, un’eventuale scoperta che la stagista incinta era un personaggio di fantasia? È il 20 agosto il giorno in cui il buttafuori del Pineta dice al patàca che quella sera sono chiusi per un evento privato, e anche il campo di padel non gli trova posto? È il 20 agosto il giorno in cui la mamma di Charley Partanna gli dice di piantarla di dar la colpa all’Edipo irrisolto e all’attentato perché sei scomodo, hai cent’anni e devi prenderti le tue responsabilità?


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