L’Africa e l’11 settembre – L’Osservatore Romano


di Giulio Albanese

Nella storia africana dell’11 settembre il prologo va cercato tre anni prima. Il 7 agosto 1998 due autobombe esplosero quasi simultaneamente davanti alle ambasciate degli Stati Uniti a Nairobi e a Dar es Salaam. Morirono 224 persone, dodici delle quali statunitensi, e oltre 4500 rimasero ferite. Gli attentati di al-Qaeda segnarono un passaggio decisivo nell’affermazione internazionale della rete di Osama bin Laden.

Questa premessa aiuta a comprendere come il continente fosse entrato nella spirale del terrorismo transnazionale già prima dell’11 settembre 2001. Nel 1999 l’allora Organizzazione dell’unità africana (Oua) adottò ad Algeri la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro il terrorismo. Seguirono nel 2002 il Piano d’azione dell’ormai Unione africana, nata in quell’anno dall’Oua, e il Protocollo aggiuntivo del 2004.

L’11 settembre aveva tuttavia trasformato la scala e la natura della risposta internazionale. Il terrorismo cessò di essere soltanto una questione di sicurezza tra le altre e divenne un principio ordinatore delle relazioni internazionali. La «Global War on Terror» dell’amministrazione di George W. Bush ridefinì gerarchie strategiche, alleanze e programmi di assistenza, per non parlare dell’affermazione del ricorso disinvolto alla guerra contro Stati più o meno arbitrariamente definiti “canaglie”.

L’Africa, dopo la marginalizzazione seguita alla fine della Guerra fredda, acquistò così una nuova centralità. Non tanto per ciò che rappresentava, quanto per ciò che, secondo la lettura securitaria dell’epoca, avrebbe potuto diventare: uno spazio di frontiere porose, istituzioni fragili e territori scarsamente controllati, dunque un possibile safe haven (“rifugio sicuro”) per organizzazioni jihadiste.

La risoluzione 1373 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, adottata il 28 settembre 2001, impose agli Stati obblighi stringenti in materia di contrasto al finanziamento del terrorismo, congelamento dei beni, cooperazione giudiziaria e controllo delle frontiere. La risposta contribuì però a consolidare un paradigma nel quale la sicurezza dello Stato rischiava di prevalere sulla sicurezza umana. In Africa il processo assunse rapidamente una dimensione operativa. Dal 2002 Washington rafforzò le iniziative antiterrorismo nel Sahel e nel Corno d’Africa. Il passaggio simbolicamente più rilevante fu la costituzione dello United States Africa Command (Africom) che iniziò le operazioni nell’ottobre 2007 e divenne pienamente operativo un anno dopo. Washington lo presentò anche come strumento di cooperazione ma la crescente intersezione tra difesa, diplomazia e sviluppo suscitò interrogativi.

La letteratura ha definito questo processo «securitizzazione dello sviluppo»: la crescente integrazione delle politiche di sviluppo entro obiettivi di sicurezza. Dopo il 2001, povertà, mobilità, debolezza amministrativa, disoccupazione giovanile e marginalizzazione delle periferie vennero sempre più interpretate anche attraverso il prisma della prevenzione dell’estremismo. Costruire una scuola perché l’istruzione è un diritto risponde infatti a una logica diversa dal finanziarla soprattutto perché la mancanza di istruzione viene considerata un possibile fattore di radicalizzazione.

Gli accademici e politologi britannici Jonathan Fisher e David M. Anderson hanno mostrato, in uno studio pubblicato nel 2015 su «International Affairs», che tale paradigma non fu semplicemente imposto dall’Occidente a governi africani passivi. Ciad, Etiopia, Uganda e Rwanda seppero negoziare la nuova centralità della sicurezza, ottenendo risorse e legittimazione internazionale. La «guerra al terrorismo» fu dunque anche appropriata e, in alcuni casi, strumentalizzata da attori africani per rafforzare il proprio potere. Ne emerge uno dei principali paradossi dell’eredità africana dell’11 settembre. Nel tentativo di rafforzare gli Stati contro il terrorismo, la comunità internazionale ha talvolta contribuito a potenziarne gli apparati coercitivi senza accrescerne nella stessa misura la legittimità politica e la responsabilità democratica. In alcuni contesti oppositori politici, movimenti di protesta e conflitti locali sono stati riclassificati attraverso l’elastica categoria della minaccia terroristica. Assistenza militare e cooperazione di intelligence hanno così potuto convivere con deficit democratici, violazioni dei diritti e repressione del dissenso.

Ciò non significa negare la minaccia jihadista. Al-Shabaab in Somalia, Boko Haram e Iswap nel bacino del Lago Ciad, Jnim nel Sahel e l’insurrezione jihadista di Cabo Delgado, in Mozambico, sono fenomeni reali e letali. L’esperienza degli ultimi venticinque anni dimostra però quanto sia insufficiente utilizzare il terrorismo come categoria autosufficiente di spiegazione.

Il jihadismo africano non nasce nel vuoto. Si innesta su fratture precedenti: conflitti tra centro e periferia, crisi della rappresentanza, competizione per terra e risorse, marginalizzazione delle comunità pastorali, disoccupazione giovanile, corruzione, violenze delle forze di sicurezza, economie criminali e incapacità dello Stato di garantire giustizia e servizi. Le ideologie jihadiste transnazionali forniscono linguaggi e reti a conflitti che conservano spesso una forte dimensione locale. Confondere le due scale significa rischiare di combattere militarmente il sintomo senza intervenire sulle condizioni che ne consentono la riproduzione. Sarebbe il caso di ricordare il vecchio assioma secondo il quale al crimine non basta dare la caccia ma bisogna togliere l’acqua paludosa in cui prospera e nuota.

La crisi libica del 2011 costituisce, sotto questo profilo, un secondo spartiacque. L’intervento militare internazionale, la caduta di Gheddafi e la dissoluzione degli apparati statali favorirono la circolazione regionale di armi, combattenti e reti criminali, con conseguenze particolarmente gravi nel Sahel. Sarebbe comunque semplicistico stabilire una causalità lineare tra l’11 settembre e la destabilizzazione successiva. È possibile, tuttavia, individuare una continuità più generale nella cultura strategica del periodo: la propensione a sopravvalutare la capacità dello strumento militare di produrre, da solo, un ordine politico sostenibile.

Venticinque anni dopo l’11 settembre, il bilancio rimane severo. Secondo l’Africa Center for Strategic Studies, nei dodici mesi conclusi a metà del 2026 i decessi associati alla violenza dei gruppi islamisti militanti in Africa hanno raggiunto quota 23.872. Il Sahel concentra il 42 per cento del totale, mentre Somalia e bacino del Lago Ciad rappresentano ciascuno circa il 28 per cento. Non si tratta esclusivamente di civili uccisi dai gruppi jihadisti ma dell’insieme delle vittime associate agli eventi di violenza che coinvolgono tali organizzazioni. Resta evidente che l’investimento securitario compiuto dal 2001 non si è tradotto automaticamente in una diminuzione della violenza.

Sarebbe altrettanto sbagliato concludere che la cooperazione antiterrorismo sia stata inutile. Essa ha migliorato capacità investigative, coordinamento regionale, controllo delle reti finanziarie e cooperazione tra apparati di sicurezza. Il problema è stato attribuire alla dimensione militare una capacità risolutiva che non possiede. Anche l’Institute for Security Studies ha richiamato l’attenzione sui limiti delle risposte eccessivamente statocentriche e coercitive, insistendo sulla necessità di integrare sicurezza, Stato di diritto, giustizia, sviluppo e partecipazione delle comunità. È forse questa la principale lezione africana dell’11 settembre. La sicurezza non può essere separata dalla politica, né la politica dalla giustizia. Un territorio nel quale lo Stato è presente soltanto attraverso posti di blocco, soldati o droni è, paradossalmente, un territorio nel quale lo Stato continua a essere largamente assente. La presenza effettiva dello Stato è fatta anche e soprattutto di scuole, tribunali, strutture sanitarie, amministrazioni locali, diritti, opportunità economiche e partecipazione politica.

Uno degli errori più profondi del paradigma consolidatosi dopo il 2001 è stato trasformare troppo spesso la domanda «perché nasce la violenza?» nella domanda «come eliminiamo chi esercita la violenza?». La seconda riguarda la sicurezza immediata e può talvolta essere inevitabile. La prima riguarda invece le condizioni senza le quali non esiste una costruzione durevole della pace. Per questo l’Africa costituisce oggi uno specchio eloquente del disordine internazionale seguito all’11 settembre 2001. Nessuna strategia antiterroristica può essere sostenibile se confonde stabilità e immobilità politica, sicurezza dello Stato e sicurezza delle persone, controllo del territorio e consenso. Dopo venticinque anni, la questione non è stabilire se la lotta al terrorismo fosse necessaria. Lo era e continua a esserlo. La questione è quale sicurezza si intenda costruire e, soprattutto, a beneficio di chi.

Quando la paura diventa la lente attraverso la quale si guarda un continente, anche lo sviluppo rischia di trasformarsi da diritto e strumento di emancipazione in dispositivo di contenimento. E l’Africa, invece di essere riconosciuta come soggetto della propria storia, torna a essere percepita come uno spazio da sorvegliare, stabilizzare e amministrare, in estrema sintesi in un nuovo sfruttamento colonialistico.


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