Vince l’”ultradestra”. O forse, semplicemente, il popolo – LMF – LaMiaFinanza


di Marco Pozzi

Le elezioni del 6 settembre in Sassonia – Anhalt hanno prodotto un terremoto politico che scuote chi ha costruito per decenni la rappresentazione di un gioco democratico fatto di alternanza senza alternative.

Ultradestra. È la parola che i cantori della neolingua di regime hanno scelto per raccontare il voto in Sassonia-Anhalt. Una parola adattissima a spingere ai margini qualunque lettura alternativa, seppellendola sotto il peso di un macigno lessicale che preclude il confronto prima ancora che cominci.
Le elezioni del 6 settembre hanno prodotto un terremoto politico che scuote chi ha costruito per decenni la rappresentazione di un gioco democratico fatto di alternanza senza alternative. In realtà, si è trattato di un voto anti-sistema. E i numeri, quelli veri, raccontano una storia più interessante di qualunque etichetta.

I numeri

L’AfD ha ottenuto il 43,8% dei voti, più del doppio rispetto al 20,8% di cinque anni fa — il miglior risultato mai raggiunto da un partito di estrema destra in un Land tedesco dal dopoguerra. La CDU del cancelliere Friedrich Merz è crollata dal 37,1% al 17,2%, dimezzando il proprio consenso. Il Bündnis Sahra Wagenknecht, alla sua prima uscita elettorale nel Land, ha superato la soglia di sbarramento con il 5,3%. L’affluenza ha toccato un record storico del 77,8%, contro il 60% di cinque anni prima: non è stata una fuga dal voto, è stato l’opposto.

Il profilo sociale di questo risultato è netto. Secondo l’analisi post-voto di Infratest dimap per ARD, l’AfD ha raccolto il 61% dei consensi tra operai e lavoratori manuali — la percentuale più alta fra tutte le categorie professionali analizzate — e il 65% tra chi giudica negativamente la propria situazione economica.
La maggioranza di chi lavora, chi ha un mutuo, chi vede l’economia rallentare fino a frenare pericolosamente ha scelto AfD. Chi è già al riparo dai timori del futuro ha votato per i partiti di governo.
In una parola, ha votato il popolo — quell’entità che diventa improvvisamente minacciosa per le élite proprio nel momento in cui perdono il contatto con la realtà che pretendono di rappresentare.

Un voto contro la guerra, prima che contro tutto il resto

AfD si oppone all’invio di armi all’Ucraina e chiede la ripresa di relazioni normali con la Russia, a partire dalla fornitura di gas a basso costo.
In Germania, con la sola eccezione del BSW di Sahra Wagenknecht, tutti i partiti spingono non solo per il riarmo ma per l’escalation, avendo trasformato il Paese nelle retrovie produttive di Kiev. Tutti i media mainstream tedeschi sono schierati apertamente a sostegno di una campagna d’odio contro Putin e la Russia.

Tra i numerosissimi esempi di questa forma di aberrazione mediatica che è diventata un vero e proprio modello di propaganda di stampo bernaysiano, vale la pena di ricordare un fatto accaduto a Belgrado l’8 agosto 2026.
Durante la conferenza stampa internazionale con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, il giornalista tedesco della Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) Michael Martens ha chiesto al presidente ucraino: “Cosa possiamo fare concretamente noi europei per aiutarvi a uccidere più russi?”, specificando poi “più soldati russi, ovviamente”.
Un esempio paradigmatico della deriva imposta da Bruxelles, Londra e Washington a Berlino – e a tutti i Paesi europei – che, a sua volta, ha organizzato i media per creare e diffondere in modo sistematico e pervasivo il pericolo russo.

In Sassonia-Anhalt, chi era contrario all’invio di armi e all’escalation aveva solo due alternative credibili — AfD e BSW — ed entrambe, sia pure con accenti diversi, chiedono che la NATO torni alla propria funzione difensiva anziché offensiva. Nessuna sorpresa, allora, che la scelta di un’ampia parte dei sassoni sia caduta lì.

Elettori stanchi di pagare il conto di scelte geopolitiche decise altrove, esasperati da un impoverimento che si è accompagnato — non a caso — alla rottura dei rapporti economici con la Russia. Su questa rottura pesa anche il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nel settembre 2022: un episodio che resta, quasi quattro anni dopo, senza un colpevole giudizialmente accertato.
Il premio Pulitzer Seymour Hersh ha sostenuto che dietro l’operazione ci fossero gli Stati Uniti con la collaborazione norvegese. L’inchiesta della magistratura tedesca, quella che ha finora prodotto arresti concreti, punta invece verso un commando ucraino che secondo i procuratori avrebbe agito su ordine di autorità statali di Kiev. Nessuna delle due piste è ancora una sentenza.
Ma il sabotaggio rappresenta il più grave atto terroristico contro un’infrastruttura strategica in territorio europeo dal dopoguerra che mal si coniuga con il continuo sostegno economico e militare dei Paesi europei all’Ucraina che preclude ai governi europei di investire a sostegno dei propri concittadini su welfare, sanità, istruzione, sicurezza.
In questo quadro è evidente che sia risultato molto difficile per i tedeschi aderire acriticamente alla narrazione imbasta dai media tedeschi e dai governi di Olaf Scholz e di Friedrich Merz. La perdita del gas a basso costo che è seguita al sabotaggio dei gasdotti ha prodotto conseguenze economiche misurabili — ed è a queste conseguenze, prima ancora che alla loro causa, che gli elettori sassoni hanno risposto.

Il voto del Land tedesco parla all’Europa. Gli elettori della Sassonia-Anhalt rappresentano potenzialmente e simbolicamente il sentimento condiviso da gran parte degli elettori di molti Paesi europei. Impauriti dalla guerra per procura alla Russia camuffata da “difesa dell’Ucraina”, dai missili e dai droni che colpiscono sistematicamente obiettivi civili, energetici e strategici in territorio russo. Impotenti di fronte a 21 pacchetti di sanzioni, al sequestro di 200 miliardi di asset privati russi che ora qualcuno vuole pure rapinare. Esasperati dalle campagne russofobe contro artisti, intellettuali e atleti russi. Preoccupati da un piano di riarmo straordinario contro la Russia. Sfiniti dai sacrifici economici imposti da chi spalleggia l’Ucraina, un Paese che non fa parte dell’UE e nemmeno della NATO.

Dove la frattura si sente di più

Non è un caso che sia successo proprio in Sassonia-Anhalt.
L’impatto della rottura con la Russia sull’economia della Sassonia-Anhalt ha avuto una forza d’urto superiore rispetto ad altre aree tedesche, per i profondi legami industriali ed energetici che legavano questo Land all’Europa orientale.
Al centro del problema c’è il cosiddetto Triangolo della Chimica — i poli industriali di Leuna e Bitterfeld-Wolfen — cresciuti per decenni su forniture stabili e a basso costo di gas e petrolio russo. La chiusura dei rubinetti e le sanzioni hanno trasformato quello che era un vantaggio competitivo in una vulnerabilità critica, costringendo i grandi impianti di raffinazione a stravolgere i propri flussi logistici per sostituire il greggio che un tempo scorreva attraverso l’oleodotto Družba.
Il settore dei fertilizzanti e della chimica di base — si pensi a realtà come la SKW Piesteritz — si è trovato sull’orlo del collasso quando il prezzo del gas è schizzato a livelli tali da rendere la produzione insostenibile.

Non solo grandi impianti: anche il fitto tessuto di piccole e medie imprese metalmeccaniche di Magdeburgo e Halle, che vedevano nella Russia un mercato privilegiato, hanno visto svanire commesse miliardarie dall’oggi al domani. L’inflazione ha eroso il potere d’acquisto in modo più marcato che nei Länder occidentali, perché nell’ex Germania Est i salari medi sono storicamente più bassi e la quota di reddito destinata a riscaldamento ed elettricità è proporzionalmente più alta. Il risultato è un effetto domino che ha rallentato l’intera crescita regionale, mentre il governo locale insegue una transizione verso l’idrogeno verde il cui costo sociale, nel frattempo, resta a carico di chi vive già ai margini.

Le due sponde del dissenso

Accanto ad AfD, in questa elezione, c’è il debutto del BSW — il partito post-ideologico di Sahra Wagenknecht, che riflette soprattutto nel proprio elettorato posizioni di autentico dissenso rispetto alle politiche del governo tedesco. Wagenknecht si è smarcata dai partiti di sistema fin dalla gestione pandemica, che ha da subito considerato un cavallo di Troia per diffondere e gestire un’ondata di autoritarismo e impoverimento delle classi popolari.
Wagenknecht si oppone alla guerra come AfD, mette in guardia sui rischi dell’immigrazione di massa per la coesione sociale, ma mantiene un programma economico genuinamente socialdemocratico — quello che l’SPD ha da tempo abbandonato pur portandone ancora il nome. Chiamati con disprezzo “rossobruni”, i politici di BSW rappresentano in realtà un tentativo, ancora acerbo, di superare la falsa polarità fra destra e sinistra che ha smesso da tempo di descrivere le vere linee di frattura sociale.

Dall’evoluzione di questi due soggetti dipenderà non solo la possibilità di un cambio di governo nel Land — cosa che importa relativamente — ma un segnale politico che avrebbe un peso in tutta Europa.
Un popolo esasperato dalle false dicotomie fra “diritti civili” e “legge e ordine”, nauseato da retoriche opposte ma egualmente vuote, agitate da élite che intanto votano nello stesso modo su ogni scelta di sostanza e si spartiscono lo stesso bottino, mentre fingono di combattersi.

Una riserva necessaria

Detto questo, sarebbe un errore trasformare questa lettura in una celebrazione acritica. È senz’altro positivo che gli elettori della Sassonia-Anhalt abbiano respinto nettamente le politiche della CDU, il suo appello alle armi e la sua crociata antirussa. Ma l’abbraccio all’AfD non è di per sé un motivo di sollievo.
Il partito attrae oggi un voto di protesta genuino — quello di elettori le cui preoccupazioni reali vengono ignorate dai partiti politici di governo — ma al proprio interno convivono due visioni della Germania in aperta tensione fra loro. Da una parte Tino Chrupalla, che rappresenta un nazionalismo più tradizionale, vagamente “eurasiatico” e favorevole a un ordine multipolare. Dall’altra Alice Weidel, più vicina a un libertarismo tecnocratico che guarda con simpatia alla destra della Silicon Valley — Elon Musk ha pubblicamente sostenuto che “solo l’AfD può salvare la Germania” — e che sembra guadagnare terreno sull’ala nazionalista più classica.
Alice Weidel è un concentrato di contraddizioni.
È contraria all’immigrazione ma ha una moglie immigrata.
È contraria ai diritti LGBTQ+ ma è lesbica.
È contraria all’adozione da parte di coppie LGBT ma ha adottato due bambini.
Si professa nazionalista tedesca convinta ma resiede in Svizzera.
I legami, e i finanziamenti, della Weidel con Elon Musk e Peter Thiel, le sue posizioni sul neoliberismo e su Israele inquietano non poco e alimentano più di un dubbio sulla reale volontà di essere l’ennesimo bluff e non l’artefice di una postura politica “altra” rispetto a Scholz e Merz.

Se l’anima rappresentata dalla Weidel dovesse prevalere, l’apertura alla Russia rischierebbe di rivelarsi non un ritorno al buon senso geopolitico ma un calcolo squisitamente transazionale. La Russia sarebbe solo un fornitore di energia a basso costo per alimentare un’infrastruttura digitale in rapida crescita, non un partner indispensabile per costruire una vera architettura di sicurezza europea.
È una domanda aperta, non una previsione: quale delle due anime dell’AfD raccoglierà davvero l’eredità di questo voto di protesta, e a beneficio di chi.

Il punto che resta

Bertolt Brecht, dopo la rivolta operaia del giugno 1953 a Berlino Est — repressa nel sangue mentre il regime accusava il popolo di aver tradito la fiducia del governo — scrisse una delle sue poesie più taglienti: di fronte a un popolo che aveva “perso la fiducia del governo”, chiedeva con amara ironia se non sarebbe stato “più semplice, per il governo, sciogliere il popolo ed eleggerne un altro”. Settantatré anni dopo, in quella stessa terra, la tentazione di liquidare un voto scomodo come il sintomo di un popolo che ha sbagliato — anziché come il sintomo di una classe dirigente che ha smesso di ascoltarlo — resta la stessa.
Il filosofo tedesco Jürgen Habermas, la definiva, già negli anni Settanta, una crisi di legittimazione: un sistema politico che non riesce più a motivare il proprio consenso finisce per doverlo imporre, sempre più a fatica, con la sola forza della gestione tecnica — accise, sanzioni, riarmo — mentre il legame di fiducia con chi dovrebbe rappresentare si consuma silenziosamente alle urne.

La domanda posta dalla Sassonia-Anhalt trascende la dimensione economica. C’è, nei popoli occidentali, una percezione diffusa di essere stati traditi, un bisogno di protezione che non è soltanto materiale ma anche identitario. Non basta una spolverata di progressismo moderato — forse sarebbe bastata quindici anni fa, e non fu fatta. Ora serve una comprensione radicalmente diversa di che cosa la politica deve, prima di tutto, mettere al centro.


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