Un’azienda attende le elezioni con la stessa impazienza dei cittadiniSerbian Monitor


Per quanto una parte dei cittadini serbi possa essere contenta per la convocazione delle elezioni parlamentari e per la possibilità di contribuire a un cambiamento al vertice del Paese, probabilmente c’è un’azienda che attende il voto con altrettanta impazienza: Rio Tinto.

Andare alle urne potrebbe forse risolvere il dilemma: i 640 milioni di euro sono stati “gettati al vento” oppure il progetto Jadar potrebbe tornare a vivere? O Rio Tinto dovrà comunque ricorrere a soluzioni come la vendita del progetto o l’avvio di un arbitrato? È infatti difficile aspettarsi che Rio Tinto rinunci a un solo euro nei confronti della Serbia.

Una cosa è certa: le autorizzazioni della società scadono nella prima metà del 2027 e l’azienda deve urgentemente decidere come procedere. Il principale interrogativo è con chi dovrà parlare dopo il 25 ottobre. Con le vecchie autorità, che hanno ceduto di fronte alle proteste dei cittadini e ritirato il loro sostegno al progetto, oppure con un nuovo governo con cui sarebbe possibile discutere in modo più ragionevole dei vantaggi e degli svantaggi del progetto.

L’azienda in letargo

Quello che è certo, e che si può dedurre dall’ultimo bilancio relativo al 2025, è che l’azienda è entrata in una sorta di letargo. O, per usare il termine tecnico adottato dalla società, in una fase di “care and maintenance”, ovvero di mantenimento del progetto.

Questo sarà quasi certamente confermato anche dal bilancio di quest’anno. Nel 2026 è già emerso un cambiamento ai vertici. A questo si aggiunge una nuova ondata di licenziamenti, accompagnata da misure di sostegno economico per i dipendenti interessati.

Un indicatore interessante è rappresentato dal flusso di cassa derivante dalle attività operative: dai dati emerge che nel 2025 Rio Sava (la controllata di Rio Tinto in Serbia) ha versato oltre cinque miliardi di dinari a fornitori stranieri e nazionali e poco più di un miliardo ai propri dipendenti. Sono proprio i pagamenti ai fornitori esteri ad aver “esploso”. In altre parole, sono aumentati di 12 volte, passando da 246 milioni a tre miliardi di dinari.

Allo stesso tempo, gli investimenti sono scesi da 2,25 miliardi di dinari di due anni fa a soli 6,9 milioni nel 2025 (poco meno di 60.000 euro). D’altra parte, l’azienda ha continuato a mantenere in gran parte ciò che aveva acquistato fino a quel momento, a indicare la scelta di restare in attesa e vedere come si evolverà la situazione.

Infine, l’”infusione” finanziaria alla società è scesa dai 10,5 miliardi di dinari del 2024 ai “soli” 4,1 miliardi dell’anno scorso. Dal momento che sono diminuiti gli investimenti e gli acquisti di terreni, è logico che si sia ridotto anche l’importo che la società riceve dalla casa madre, mentre l’azienda attende un cambiamento nella politica della Serbia nei confronti del progetto Jadar.

Tutto ciò ha portato a una riduzione della liquidità sul conto della società, passata da 2,74 miliardi a 548,5 milioni di dinari (4,7 milioni di euro).

L’opposizione dei cittadini serbi al progetto ha cambiato la traiettoria dell’azienda, che un tempo disponeva di ingenti risorse finanziarie e acquistava terreni su larga scala, trasformandola in una società che taglia i costi, riduce in misura significativa gli obblighi e rimane in letargo in attesa di una soluzione.

Ricavi e costi

Poiché Rio Sava non è arrivata neanche lontanamente alla fase di estrazione del minerale, è prevedibile che i ricavi dalle vendite siano pari a zero. Anche gli altri ricavi operativi sono rimasti simbolici.

D’altra parte, emerge che lo scorso anno il progetto ha continuato a richiedere determinati costi (2,19 miliardi di dinari, ovvero quasi 19 milioni di euro) per diversi servizi produttivi, vale a dire servizi relativi alla realizzazione di analisi e ricerche necessarie al progetto. Elevati sono stati anche i costi immateriali (2,05 miliardi di dinari, ovvero 17,5 milioni di euro), nei quali vengono solitamente contabilizzati i servizi di consulenti e società collegate all’estero, come è avvenuto anche in questo caso.

È particolarmente evidente il sensibile aumento del costo del lavoro, passato da 1,18 miliardi di dinari a 1,52 miliardi. Poiché l’aumento ha riguardato soprattutto le altre spese per il personale, passate da 224 milioni a 531 milioni di dinari (4,5 milioni di euro), dal bilancio emerge che a determinarlo sono stati principalmente i pagamenti delle indennità di licenziamento ai dipendenti che hanno lasciato l’azienda.

Tutto ciò ha portato a una perdita operativa della società pari a 5,85 miliardi di dinari (50 milioni di euro). Non si tratta tuttavia di un dato insolito per un’azienda che si trova nella fase di sviluppo di un progetto, ovvero prima dell’inizio della generazione di ricavi.

Questi numeri confermano ulteriormente la fase di letargo operativo e il passaggio a una sorta di “stand-by”, accompagnati dall’utilizzo delle riserve di liquidità per far fronte agli obblighi. Il tutto in attesa delle elezioni in Serbia, che ora sono state convocate.

“In preparazione”

Se si chiedesse a Rio Tinto che cosa possiede in Serbia, gran parte dei suoi beni avrebbe la dicitura “in preparazione”. Lo stesso vale per le case e i terreni acquistati, per un valore di 1,9 miliardi di dinari (16,2 milioni di euro). Altri 2,27 miliardi di dinari (19,4 milioni di euro) sono iscritti tra le attività immateriali di Rio Tinto. Si tratta di un brevetto per la lavorazione di una materia prima contenente litio e boro. Tutto questo è in attesa di essere attivato un giorno (o meno). Gli asset attualmente in uso hanno invece un valore di appena 27,8 milioni di dinari. Si tratta delle attrezzature utilizzate a Belgrado e Loznica (computer, veicoli, mobili e altro).

Nel complesso, Rio Tinto ha circa 36 milioni di euro di attività “bloccate” in documenti, studi e terreni acquistati nella valle dello Jadar. Si tratta di beni reali, ma il loro valore sostanziale si concretizzerebbe soltanto se il progetto tornasse a vivere. Se il progetto venisse definitivamente abbandonato, tutto questo dovrebbe essere svalutato. L’alternativa sarebbe vendere il progetto e i relativi asset per recuperare una parte del denaro investito.

Il capitale circolante della società è relativamente ridotto ed è costituito per la maggior parte dalla liquidità rimasta sul conto dopo i pagamenti ai fornitori. L’azienda dispone inoltre di una certa somma immobilizzata nelle rimanenze (29,5 milioni di dinari, pari a 252.000 euro), costituita da anticipi versati ai fornitori, e vanta alcuni crediti nei confronti dello Stato per il rimborso dell’IVA (54,6 milioni di dinari, pari a 466.000 euro). Tuttavia, Rio Sava non rischia certamente di fallire e scomparire, perché alle sue spalle c’è una potente casa madre che continua a fornirle la necessaria “infusione” finanziaria.

Come viene finanziata Rio Tinto in Serbia

La voce relativa al capitale mostra il modello attraverso il quale Rio Tinto finanzia la propria attività in Serbia. Il capitale sociale versato, secondo i libri contabili, ammonta a 23,4 miliardi di dinari, ovvero circa 200 milioni di euro.

Vi è tuttavia una voce molto più consistente: le riserve. In questa voce sono registrati i versamenti aggiuntivi della casa madre destinati a finanziare le attività di ricerca e altri lavori. Nel 2025 hanno raggiunto 51,15 miliardi di dinari (circa 436 milioni di euro), con un aumento di 4,1 miliardi rispetto al 2024.

Sommando queste cifre, si vede che Rio Tinto ha “versato” complessivamente nel nostro Paese 74,5 miliardi di dinari, ovvero circa 640 milioni di euro.

Tutto questo denaro è stato destinato a ricerche, studi, perforazioni, consulenti, avvocati, sostegno alla comunità locale, stipendi e, poiché la società non ha avuto ricavi, gran parte di questo denaro è di fatto “diventata” una perdita. Quest’ultima è cresciuta fino a 70,8 miliardi di dinari, ovvero circa 604 milioni di euro. In altre parole, questa è la cifra che Rio Tinto ha finora speso in Serbia per il progetto Jadar. I restanti 36 milioni di euro rappresentano invece gli asset fisici veri e propri, sotto forma di terreni, licenze e altro.

È inoltre possibile che la sede centrale abbia sostenuto direttamente una parte degli investimenti (ad esempio per analisi condotte all’estero, attività di lobbying, grandi studi legali internazionali ecc.), che non figurano nei bilanci della controllata e che quindi renderebbero l’investimento complessivo ancora maggiore.

L’investimento avrebbe dovuto essere di gran lunga superiore, secondo quanto previsto da Rio Tinto (2,4 miliardi di dollari), ma il blocco del progetto ha interrotto l’afflusso di ulteriori capitali.

Una volta “compensate” tutte queste cifre, oggi la società, sulla carta, vale 3,72 miliardi di dinari (31,8 milioni di euro), mentre un anno prima il suo valore era di 5,64 miliardi.

Fonte: Forbes, 11.09.2026


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