Signor Ambasciatore, il 7 settembre 2026 sono stati firmati a Kabul importanti intese energetiche tra il Ministero delle Miniere e del Petrolio guidato dai Talebani e la società saudita Delta International Energy. Qual è il reale valore economico e la portata tecnica di questi accordi?
La firma di questi intese ha sollevato importanti interrogativi e polemiche sulle loro implicazioni economiche, regionali e geopolitiche, nonché sullo status giuridico e sull’applicabilità degli accordi conclusi con l’amministrazione del gruppo talebano. Secondo le informazioni diffuse dall’amministrazione talebana e alcune ricostruzioni dell’accordo, il contratto principale riguarda l’esplorazione e lo sviluppo nel bacino petrolifero e gassifero di Kushk-Tirpul, nell’Afghanistan occidentale, un’area situata tra le province di Herat e Badghis. La fase iniziale prevede, secondo quanto riferito, un investimento di circa 200 milioni di dollari e copre sette blocchi nell’area di Kushk. I lavori dovrebbero includere studi geologici e geofisici, indagini sismiche, perforazioni esplorative e valutazioni del giacimento per determinare la quantità e la fattibilità commerciale delle risorse di idrocarburi. La distinzione tra spese di esplorazione e investimento effettivo per lo sviluppo è fondamentale: i 200 milioni di dollari iniziali non devono essere interpretati come la prova che l’Afghanistan si sia già assicurato miliardi di dollari di investimenti energetici concretizzati. In questa fase, il valore commerciale del progetto dipende fortemente da ciò che l’esplorazione stabilirà in merito a quantità, qualità e recuperabilità delle risorse. Un secondo tassello riguarda il potenziale utilizzo del gas naturale per la città di Herat e il suo polo industriale, con la valutazione di un proposto gasdotto che colleghi l’area di Guzara a Herat con i pressi di Spin Boldak a Kandahar. Delta International Energy ha presentato questa linea con il nome di “CENTGAZ – Corridoio di Prosperità”. Al momento, tuttavia, il gasdotto deve essere inteso come un progetto proposto e in fase di studio, piuttosto che come un’infrastruttura operativa o interamente finanziata. Alcune descrizioni pubbliche del programma hanno fatto riferimento a potenziali investimenti per 50 o 60 miliardi di dollari. Tali cifre non devono essere confuse con capitale legalmente vincolato: sono stime necessariamente subordinate al successo dell’esplorazione, alla conferma di riserve commercialmente recuperabili, a studi di fattibilità, finanziamenti e approvazioni normative. Devono pertanto essere descritte come investimenti potenziali e non come spese garantite o trasferimenti immediati di capitali.
Oltre agli aspetti economici, qual è la validità legale di contratti pluridecennali siglati con un governo che la gran parte della comunità internazionale non riconosce?
La questione economica è inscindibile da quella legale. L’Afghanistan è attualmente governato dall’amministrazione del gruppo talebano, ma rimane internazionalmente non riconosciuto, poiché i Talebani hanno assunto il potere illegalmente il 15 agosto 2021. Sebbene la Russia sia diventata il primo Paese a riconoscere formalmente l’amministrazione talebana nel 2025, la maggior parte degli Stati continua a mantenere solo relazioni di lavoro minime senza concedere il pieno riconoscimento diplomatico. Di conseguenza, gli interrogativi più rilevanti riguardano il fondamento giuridico di tali intese secondo la legge afghana, l’autorità dei firmatari, la legge applicabile, i meccanismi di risoluzione delle controversie, l’immunità sovrana, le sanzioni internazionali, gli accordi di finanziamento e la possibilità che i futuri governi afghani si ritengano vincolati da questi impegni. Questi nodi sono particolarmente significativi quando i contratti coinvolgono risorse naturali e infrastrutture destinate a durare per decenni. Un accordo energetico della durata di 25 anni può sopravvivere all’amministrazione talebana che lo ha siglato. Può inoltre incidere sulle future entrate pubbliche, sulla proprietà delle risorse, sugli obblighi ambientali, sulla tassazione, sui diritti di transito e sulle infrastrutture nazionali. La tenuta di un simile accordo dipende quindi non solo dall’autorità che lo firma oggi, ma anche dalla capacità dei suoi termini di resistere alle future transizioni politiche e giuridiche. Per questa ragione, l’interesse pubblico richiede la totale trasparenza e la pubblicazione integrale degli accordi e dei documenti contrattuali correlati, compresi i termini di durata, la struttura societaria, gli obblighi di investimento, la condivisione della produzione, la tassazione, le garanzie e le clausole di rescissione.
Uno degli elementi che ha fatto più scalpore alla cerimonia di firma è stata la presenza di Zalmay Khalilzad, ex ambasciatore USA ed ex inviato speciale per l’Afghanistan. Come dobbiamo interpretare la sua presenza?
Alla cerimonia di firma, la presenza di Zalmay Khalilzad — il settantacinquenne afghano-americano, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq e presso le Nazioni Unite — ha aggiunto un ulteriore livello di controversia. Khalilzad è stato il firmatario statunitense dello storico accordo di Doha tra Stati Uniti e Talebani del febbraio 2020 e ha svolto un ruolo centrale nei negoziati. La sua apparizione a Kabul ha quindi inevitabilmente riacceso le questioni sull’intersezione tra diplomazia, interessi energetici e geografia strategica. Per molti, le autorità talebane, gli interessi energetici sauditi e il lungo coinvolgimento di Khalilzad costituiscono un vero e proprio “rebus a tre coordinate”. Attualmente, tuttavia, Khalilzad non riveste alcuna carica ufficiale all’interno del governo degli Stati Uniti. La sua presenza alla cerimonia di Kabul non deve di conseguenza essere interpretata come l’espressione di una posizione ufficiale del governo statunitense, a meno che Washington non indichi espressamente il contrario. Questa distinzione è fondamentale: gli ex funzionari possono conservare ampie reti diplomatiche, politiche e commerciali, ma le loro attività private non devono essere automaticamente attribuite ai governi che un tempo hanno rappresentato. Allo stesso tempo, il legame storico di Khalilzad con la politica energetica dell’Afghanistan è un tema legittimo per ulteriori approfondimenti.
Ci sono precedenti storici che collegano Khalilzad a questi specifici interessi energetici nella regione?
Il contesto storico è particolarmente rilevante alla luce del precedente progetto CentGas. Negli anni ’90, la società statunitense Unocal fu capofila di un’ambiziosa proposta per la costruzione di un gasdotto che dall’Asia centrale avrebbe attraversato l’Afghanistan verso il Pakistan, con un potenziale prolungamento fino all’India. Il consorzio CentGas comprendeva originariamente Unocal con il 46,5% e la saudita Delta Oil con il 15%, accanto a società ed enti statali di Turkmenistan, Giappone, Corea del Sud e Pakistan (Unocal si ritirò poi nel dicembre 1998). La connessione si fa interessante poiché Khalilzad aveva lavorato come consulente proprio in relazione agli interessi di Unocal per il gasdotto nell’Asia centrale negli anni ’90. Resoconti dell’epoca e successivi documentano il suo coinvolgimento nel più ampio contesto politico e commerciale che circondava la proposta di gasdotto trans-afghano. Tale precedente non dimostra, di per sé, che Khalilzad abbia un interesse finanziario negli attuali accordi con Delta International Energy, né che l’odierna proposta CENTGAZ sia semplicemente un rilancio del progetto degli anni ’90. Le strutture societarie, le circostanze politiche e le condizioni commerciali sono differenti. Ciò nonostante, i paralleli storici sono abbastanza evidenti da giustificare un’attenta disamina pubblica. I quesiti rilevanti non riguardano la possibilità che la sua presenza provi un accordo commerciale nascosto — non è così —, ma se egli abbia oggi un qualsiasi rapporto finanziario, consulenziale o di intermediazione con Delta International Energy o con entità collegate al progetto, e se tale relazione generi un conflitto di interessi reale o percepito. Interrogativi a cui occorre rispondere attraverso prove documentali e non sulla base di congetture.
Come si inseriscono questi accordi nel complesso panorama geopolitico dell’Asia meridionale e centrale? L’Afghanistan rischia di diventare di nuovo terreno di scontro tra potenze?
La firma di accordi energetici non deve trasformare l’Afghanistan nel teatro di una nuova competizione tra potenze regionali ed extra-regionali. La posizione geografica dell’Afghanistan gli conferisce un notevole potenziale come ponte terrestre tra l’Asia centrale, l’Asia meridionale e il Medio Oriente. Le sue risorse naturali e la sua posizione potrebbero diventare le fondamenta per lo sviluppo economico, il commercio e la connettività energetica. Tuttavia, la stessa geografia può rendere il Paese lo scenario di un’ulteriore rivalità geopolitica. Le risorse nazionali e le rotte di transito non devono trasformarsi in strumenti attraverso cui le potenze esterne esercitano pressioni politiche o perseguono rivalità strategiche. L’Afghanistan ha già pagato un prezzo enorme per essere rimasto incastrato tra interessi contrapposti. Una strategia economica afghana sostenibile richiede relazioni equilibrate. L’Iran occupa un posto rilevante nei calcoli economici e sociali per vicinanza geografica, legami storici, culturali e religiosi, commercio e per la vasta popolazione afghana che vi risiede. Il Pakistan è altrettanto importante ma il rapporto è complesso, soprattutto in virtù della relazione strategica tra Pakistan e India. L’Afghanistan dovrebbe evitare politiche estere sia India-centriche sia pakistano-fobiche: una strategia stabile non può fondarsi sull’ostilità verso un vicino per soddisfare gli interessi di un altro. Cina, Russia, India e altre potenze regionali vantano anch’esse legittimi interessi economici e strategici, che dovrebbero però essere gestiti all’interno di un quadro che dia priorità alla sovranità e all’integrità territoriale del Paese. L’Afghanistan necessita di una politica di neutralità attiva, equilibrata e permanente, basata su relazioni di buon vicinato e su un confronto costruttivo con la comunità internazionale.
Considerando il regime dei Talebani e le gravi violazioni dei diritti umani nel Paese, è eticamente e politicamente corretto promuovere investimenti esteri in questo momento?
Il contesto politico rende questi interrogativi ancora più pregnanti. L’amministrazione talebana rimane in larga misura priva di riconoscimento diplomatico e continua a subire dure critiche per le restrizioni imposte a donne e ragazze, per la mancanza di libertà politiche e la violazione dei diritti umani. Organismi internazionali hanno documentato gravi accuse di abusi e sollevato questioni relative a presunte persecuzioni di genere, definite come “Apartheid di genere”. In questo quadro, i contratti che coinvolgono beni strategici nazionali richiedono un vaglio particolarmente rigoroso. Ma la preoccupazione non è che l’Afghanistan debba rifiutare gli investimenti esteri solo perché si trova a fare i conti con un’amministrazione illegittima, né che si debba impedire alle aziende internazionali di investire. È vero esattamente il contrario: l’Afghanistan ha un disperato bisogno di investimenti, tecnologia, occupazione, infrastrutture e accesso ai mercati internazionali. Un investimento estero responsabile potrebbe svolgere un ruolo cruciale nella ripresa economica. Il punto centrale è come avvengono questi investimenti. Gli investimenti privi di trasparenza rischiano di trasformarsi in sfruttamento. Gli investimenti senza garanzie legali possono diventare fonte di future controversie. Gli investimenti privi di standard ambientali rischiano di provocare danni a lungo termine. E gli investimenti privi di inclusività politica e legittimità diplomatica possono aggravare, anziché ridurre, l’instabilità politica.
In conclusione, qual è la strada da seguire affinché le risorse naturali afghane siano davvero una risorsa e non una maledizione?
Lo sviluppo delle risorse naturali dell’Afghanistan deve rientrare nell’alveo di una strategia economica nazionale ad ampio respiro. L’Afghanistan possiede il potenziale geografico per diventare un fondamentale ponte terrestre, ma la geografia da sola non basta a produrre prosperità. Il Paese ha bisogno di istituzioni statali e di quadri professionali capaci di negoziare i contratti con trasparenza, applicare le leggi in modo coerente, proteggere le entrate pubbliche e garantire che le comunità colpite dall’estrazione delle risorse traggano benefici tangibili. Necessita inoltre di un quadro politico all’interno del quale le grandi decisioni economiche godano di un’ampia legittimità nazionale. Le politiche energetiche e di transito dovrebbero fondarsi sull’interesse nazionale, sulla responsabilità pubblica, sullo stato di diritto, sulla giustizia sociale, sui diritti di cittadinanza e su un vasto consenso. Gli accordi del 7 settembre possono rappresentare un’opportunità oppure un ennesimo capitolo nella lunga storia afghana fatta di dinamiche di potere sulle risorse e competizione geopolitica. Il loro significato ultimo non dipenderà dall’entità delle cifre annunciate, né dalla rilevanza delle personalità al fianco dei firmatari, ma da ciò che i contratti richiederanno concretamente, dagli investimenti che verranno effettivamente realizzati, da chi si assumerà i rischi, da chi incasserà i proventi e da come la ricchezza naturale dell’Afghanistan verrà impiegata a beneficio del suo popolo. L’Afghanistan deve accogliere gli investimenti esteri responsabili, ma deve farlo da una posizione di consapevolezza e forza nazionale, non di vulnerabilità politica. Le sue risorse naturali e la sua posizione geografica devono diventare strumenti per lo sviluppo del popolo afghano — non a beneficio di un’amministrazione illegittima che monopolizza il potere, né come merce di scambio in un nuovo “Grande Gioco”.
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