Che cos’è il femminismo di destra e perché se ne parla oggi


Ci sono fenomeni poco noti di cui veniamo a conoscenza solo quando si manifestano in modo molto vistoso, come l’insospettabile femminismo di destra. L’occasione recente per conoscerlo è stata l’incursione di alcune donne del Collettivo Némésis, un’organizzazione politica francese, appunto, autodichiarato “femminista di estrema destra”, sul palco di Pontida, la cittadina in provincia di Bergamo dove la Lega tiene il suo raduno nazionale. Le donne del Némésis, che erano in compagnia dell’eurodeputata leghista Anna Maria Cisint, indossavano il niqab, l’indumento imposto in alcune società musulmane che copre interamente il viso lasciando liberi solo gli occhi. Ovviamente, si è trattato di una provocazione per incitare il pubblico a chiedere a gran voce di levarlo. Ma essere femminista e di estrema destra, non è una contraddizione in termini?

Cos’è il femminismo di destra?

Il femminismo di destra, detto anche “femminismo conservatore”, o “femminismo tradizionalista” o “neo-liberale di destra” è una corrente di pensiero che difende i diritti e il ruolo della donna nella società, ma inserendoli all’interno di una visione politica conservatrice, nazionalista, capitalista e tradizionalista. Affonda le sue origini ai tempi delle suffragette, quando non tutte le donne che lottavano per il diritto di voto avevano visioni progressiste. Molte conservatrici, infatti, sostenevano il voto alle donne non per rovesciare il sistema, ma per “moralizzare” la politica, proteggere la famiglia e sostenere cause morali, e anche negli anni ’70 ci sono state figure storiche come Phyllis Schlafly che si battevano contro l’Equal Rights Amendment, l’emendamento che ha dato pari diritti a uomo e donna, sostenendo che l’uguaglianza costituzionale avrebbe tolto alle donne privilegi preziosi, come il diritto al mantenimento economico in caso di divorzio e l’esenzione dal servizio militare obbligatorio. Se il femminismo classico e progressista nasce quindi per mettere in discussione le strutture patriarcali e gerarchiche tradizionali, il femminismo di destra tende a valorizzare la differenza di genere, la famiglia nucleare, i valori religiosi o patriottici, ma anche il libero mercato.

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Universal History Archive//Getty Images

Phyllis Schlafly, l’americana che si è battuta contro la parità di diritti fra uomo e donna.

Quanti gruppi di femministe di destra ci sono?

Come già accennato, il Collettivo Némésis è uno dei più noti, discussi e atipici gruppi femministi in Europa. È stato fondato in Francia nell’ottobre del 2019 da un gruppo di attiviste tra cui la più famosa è l’opinionista e influencer Alice Cordier, che la definisce “un’associazione femminista identitaria” di sola composizione femminile, collocata apertamente nell’area della destra radicale e nazionalista. Negli ultimi anni il gruppo ha iniziato a espandersi anche fuori dai confini francesi, sbarcando in Italia con eventi come quello di Pontida, e facendosi portavoce di rivendicazioni tipiche della destra, come la sicurezza delle donne presumibilmente messa a repentaglio dall’immigrazione. Le Némésis sono attualmente le più note femministe di destra, ma sempre in Francia, nel 2013, hanno preso vita anche Les Antigones che facevano da contraltare al movimento femminista radicale Femen. Questo collettivo, profondamente conservatore, rivendicava una forma di “femminismo tradizionale” o “materno”, ponendo al centro la famiglia, la complementarietà tra i sessi e la protezione dei valori cattolici e patriottici, contrapponendosi al progressismo del femminismo di sinistra. Negli Stati Uniti si può prendere in considerazione l’Independent Women’s Forum (IWF), l’organizzazione di donne più conservatrici, influenti e longeve d’America fondata negli anni 90, che promuove politiche di libero mercato, la riduzione dell’intervento statale, il merito individuale e l’autonomia economica delle donne, opponendosi però, ad esempio, alle quote rosa. Altre reti e movimenti simili sono rimasti fenomeni di nicchia nell’Est Europa e in America Latina, perlopiù organizzazioni che mobilitano le donne attorno alla difesa della famiglia naturale, opponendosi a quelle che definiscono le derive dell’ideologia di genere” e rivendicando il ruolo sociale insostituibile della maternità.

I principi fondamentali del femminismo di destra

A differenza del femminismo egualitario, che in alcuni casi sostiene la totale interscambiabilità dei ruoli sociali tra i sessi (ad esempio: una donna è meno adatta ai lavori che richiedono forza fisica, ma può perfettamente svolgere lavori intellettuali che sono appannaggio degli uomini), il femminismo di destra postula che uomini e nate donne abbiano nature, inclinazioni e ruoli biologicamente o spiritualmente complementari, entrambi necessari e dignitosi. Questa scuola di pensiero promuove quindi la “complementarietà” anziché l’uguaglianza. Il femminismo di destra valorizza infatti il ruolo domestico e materno e rivendica il ruolo sociale del lavoro di cura e di gestione della famiglia da parte della donna, affermando che il lavoro a tempo pieno e la carriera “sminuiscano” le donne.

Le contraddizioni del femminismo di destra

La prima, più palese, è che il femminismo di destra proclama l’autonomia economica e la meritocrazia fra uomo e donna e promuove l’imprenditoria femminile basata sulla meritocrazia e sulla rimozione degli ostacoli burocratici alla crescita professionale. Ma se il ruolo di accudimento dei figli, della casa, del coniuge, dei familiari più deboli è tutto sulle spalle della donna, questa parte già svantaggiata, senza dimenticare che comunque la donna che si imbarchi in un’impresa risulta comunque strappata dal suo ruolo fondamentale. E ancora, in modo meno palese, spesso le donne che guidano o animano i movimenti femministi di destra devono esercitare ruoli di enorme potere pubblico, visibilità, autorità e leadership che sono in forte contraddizione con i modelli patriarcali tradizionali. Poi, se da un lato il femminismo di destra esalta il libero mercato e la riduzione dell’intervento statale, la storia e le politiche di molti stati virtuosi (ad esempio in Nord Europa) ci insegnano che per sostenere la natalità e la famiglia tradizionale c’è bisogno di forti politiche di welfare, sussidi statali e congedi generosi, tipici delle sinistre. Infine, sostenere l’autonomia e la protezione delle donne scontrandosi contemporaneamente con la limitazione di diritti civili specifici, come ad esempio il diritto all’autodeterminazione sul proprio corpo in tema di aborto o riproduzione, genera un cortocircuito ideologico. In sintesi, non basta anteporre a qualcosa la parola “femminismo”, termine che indica la promozione della parità di diritti, di trattamento e di opportunità tra donne e uomini, per far sì che quello che si sta facendo sia davvero femminismo. Soprattutto se associato a un’ideologia politica che, tradizionalmente, nel rispetto della donna non ha mai brillato.


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