Ascoltare la città a partire da chi ogni giorno incontra persone e famiglie alle prese con povertà, precarietà e nuove fragilità, per trasformare l’esperienza dei territori in proposte condivise. È stato questo il filo conduttore del seminario «Incontro sulla città – Ascolto, lavoro, diritti, comunità», promosso questa mattina in Campidoglio dalla Caritas diocesana di Roma, Cgil Roma e Lazio e Cisl Roma Capitale e Rieti, con il patrocinio di Roma Capitale.
Dopo i saluti della presidente dell’Assemblea capitolina Svetlana Celli e di monsignor Francesco Pesce, direttore dell’Ufficio della Diocesi di Roma per la pastorale sociale, del lavoro e della cura del Creato, l’incontro ha messo a confronto le analisi contenute nei tre rapporti sulla povertà e sull’economia realizzati dalle organizzazioni promotrici: «Povertà a Roma, un punto di vista» della Caritas diocesana di Roma, «Ritorno alla normalità» della Cgil Roma e Lazio e «Manifesto per Roma prossima» della Cisl Roma Capitale e Rieti.
A rileggerne i contenuti è stato l’economista Salvatore Monni, docente all’Università Roma Tre, che ha richiamato la necessità di andare oltre le medie statistiche per comprendere le profonde differenze che attraversano la Capitale. «Per comprendere queste contraddizioni e contrastare le disuguaglianze occorre guardare alla crescita, al lavoro, ai redditi, alla povertà, alla casa e ai servizi, ma soprattutto a come questi fenomeni si distribuiscono nelle diverse realtà sociali che compongono una città complessa come Roma». La fotografia è quella delle «Sette Rome», con divari significativi tra le diverse aree della città. «Roma insomma cresce, ma non tutta Roma cresce nello stesso modo».
Le disuguaglianze territoriali, ha spiegato Monni, si sovrappongono a precarietà lavorativa, difficoltà abitative e carenza di servizi, trasformando la povertà da condizione individuale e familiare in una questione urbana. Anche la casa rappresenta un nodo decisivo: «Roma può diventare più attrattiva per chi la visita e contemporaneamente meno accessibile per chi ci vive e ci lavora». Da qui l’affermazione: «Non c’è diritto alla città se non c’è possibilità di abitarla».
Il confronto è quindi entrato nel vivo attraverso le testimonianze delle reti territoriali: per la Caritas, le équipe di Prefettura e i Centri di ascolto delle parrocchie romane; per la Cgil, le Camere del Lavoro; per la Cisl, le associazioni dei pensionati e degli inquilini e i Caf. Esperienze diverse, ma accomunate dal contatto quotidiano con le conseguenze concrete delle disuguaglianze e dalla necessità di intercettare situazioni che spesso restano ai margini delle statistiche.
Proprio il valore dell’ascolto dal basso è stato sottolineato da Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Roma, che ha chiarito il significato dell’iniziativa: «non vuole essere un convegno ma proprio una prima occasione di incontro e di confronto sulla Città, tra coloro che maggiormente la vivono e la osservano dai tetti in giù, o potremmo dire tra coloro che la vivono e la osservano alle radici dell’erba, a stretto contatto con persone e famiglie di tutti i giorni».
Per Trincia, sono almeno tre le ragioni che hanno portato Caritas, Cgil e Cisl a promuovere questo confronto: «rendere visibile una parte della città reale che spesso nella sostanza viene poco considerata e tutelata»; comprendere le ragioni profonde del malessere sociale; costruire un lavoro di rete capace di superare la frammentazione degli interventi. L’obiettivo è anche «mettere a punto proposte in grado di unire la Città attorno al primato del bene comune e dell’interesse generale, senza farsi condizionare dai troppi interessi particolari o dalle scadenze elettorali di turno».
Nella lettura del direttore della Caritas, dietro le diverse forme di disagio emerge una questione più profonda, legata al riconoscimento della dignità della persona. «Quello del mancato riconoscimento o dell’affievolirsi del valore assoluto della dignità umana, di ogni fratello e sorella che abita questa nostra amata Città. È proprio il valore insostituibile e la cura della vita umana in ognuna delle sue possibili manifestazioni, quello che non è più al centro dell’agenda». Povertà abitative, economiche, sanitarie, lavorative e relazionali, ha aggiunto, «traggono tutte la loro origine di fondo dal primato di fatto oggi assegnato nella gran parte dei casi, al denaro, al successo, all’affermazione di sé a tutti i costi, al primato dell’idea di individuo rispetto a quello di comunità».
Tra i fenomeni in crescita indicati da Trincia, le solitudini, le dipendenze e la questione giovanile. Da qui il richiamo a un «nuovo umanesimo» fondato sull’amicizia sociale e sulla fraternità e, soprattutto, alla necessità di legare l’azione caritativa alla giustizia sociale: «Non c’è carità senza giustizia!».
Sul piano delle proposte, Trincia ha indicato in particolare l’emergenza abitativa, chiedendo di «agire in modo forte la leva fiscale per rimettere sul mercato decine e decine di miglia di abitazioni vuote e non abitate, rafforzando le garanzie per piccoli proprietari», insieme a una gestione più efficace del patrimonio pubblico edilizio e a interventi contro gli effetti della turistificazione, promuovendo anche forme di housing sociale e coabitazione.
La parte conclusiva del seminario è stata affidata al confronto tra Natale Di Cola, segretario della Cgil Roma e Lazio, Rosita Pelecca, segretaria della Cisl Roma Capitale e Rieti, e Giustino Trincia. Un dialogo orientato a trasformare le analisi e le testimonianze raccolte nei territori in possibili linee di intervento condivise. Perché, come ha sottolineato Monni, l’obiettivo delle politiche urbane dovrebbe essere quello di «accorciare le distanze», evitando che il luogo in cui si nasce o si vive condizioni in modo così forte la possibilità di studiare, lavorare, curarsi, muoversi e partecipare alla vita collettiva.
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