di Giulio Albanese
Nella rappresentazione corrente dello scenario internazionale l’Africa sembra progressivamente scomparsa. La crisi russo-ucraina, le guerre in Medio Oriente, la competizione tra Usa e Cina, la sicurezza energetica e la rivoluzione tecnologica occupano quasi integralmente l’agenda mondiale. Del continente africano si parla soprattutto quando una crisi umanitaria, un conflitto o un’emergenza migratoria si impongono all’attenzione internazionale. Molto meno spazio viene riservato alle condizioni economiche nelle quali oltre cinquanta Stati africani affrontano una delle fasi più incerte degli ultimi decenni.
Eppure, mentre lo sguardo internazionale sembra rivolto altrove, in Africa si sta producendo una trasformazione economica dai tratti contraddittori. Da una parte il continente continua a crescere a ritmi tutt’altro che trascurabili; dall’altra, numerosi governi dispongono di margini finanziari sempre più limitati per trasformare quella crescita in sviluppo. La questione del debito pubblico rappresenta, come abbiamo già scritto tante volte su queste pagine, la vexata quaestio, vale a dire la contraddizione perniciosa che emerge con maggiore evidenza.
Secondo l’African Economic Outlook 2026 della Banca africana di sviluppo, l’economia continentale dovrebbe crescere quest’anno del 4,2%, dopo il 4,4% stimato per il 2025. Ventidue economie africane hanno registrato nel 2025 una crescita superiore al 5%. La Banca mondiale stima, per la sola Africa subsahariana, un 4,1% nel 2026. Il dato sostanziale rimane: l’Africa cresce.
Sarebbe tuttavia fuorviante trasformare questi indicatori in una rappresentazione ottimistica. Parlare di “Africa” significa aggregare economie profondamente differenti, dagli esportatori di petrolio e minerali agli Stati fragili e ai sistemi dipendenti da poche materie prime. Inoltre, con una demografia in forte crescita, l’aumento del Pil non coincide automaticamente con un analogo miglioramento del reddito pro capite, dell’occupazione e delle condizioni sociali.
Ma è soprattutto il debito a rappresentare uno degli elementi più delicati dell’attuale congiuntura. Non sarebbe corretto affermare che nel 2026 il rapporto debito/Pil stia aumentando indiscriminatamente in tutto il continente. In molti Paesi si sta stabilizzando e in alcuni casi diminuendo. La vera emergenza riguarda piuttosto il debito accumulato nell’ultimo quindicennio, il suo costo, le condizioni alle quali viene rifinanziato e la quantità crescente di risorse fiscali necessarie per servirlo.
A febbraio 2026, secondo la Banca africana di sviluppo, quattordici Paesi africani risultavano ad alto rischio di crisi debitoria e altri sette erano già in debt distress. La quota delle entrate pubbliche destinata al servizio del debito estero è passata dal 23,7% del 2017 al 31% nel 2024. Anche la Banca mondiale conferma la tendenza: nell’Africa subsahariana il rapporto tra servizio del debito pubblico estero ed entrate governative è raddoppiato dal 9% del 2017 al 18% nel 2025.
Il problema del debito va dunque ben oltre la contabilità pubblica. Il debito non è, in quanto tale, una patologia economica. Può essere uno strumento di sviluppo quando finanzia infrastrutture, sistemi energetici, istruzione, sanità e trasformazione produttiva. Diventa invece problematico quando il costo del capitale cresce più rapidamente delle entrate pubbliche e una parte crescente delle risorse dello Stato viene utilizzata non per nuovi investimenti, ma per remunerare quelli pregressi.
La questione è quindi sempre meno riconducibile alla domanda “quanto debito?” e sempre più alla domanda “a quale costo?”. È questa distinzione a spiegare perché un rapporto debito/Pil relativamente stabile possa convivere con una crescente vulnerabilità finanziaria. La sostenibilità dipende dal costo medio del finanziamento, dalla durata delle scadenze, dalla valuta nella quale il debito è denominato e dalla capacità dello Stato di mobilitare entrate fiscali.
Anche l’architettura dell’indebitamento è cambiata. Al finanziamento multilaterale e bilaterale si sono affiancati prestiti commerciali, Eurobond, nuovi creditori e un mercato interno del debito sempre più importante. La diversificazione ha ampliato l’accesso alle risorse, ma ha aumentato i costi e complicato le ristrutturazioni.
L’Unctad, organo delle Nazioni Unite che aiuta i Paesi in via di sviluppo a partecipare in modo più equo all’economia globale, ricorda una delle grandi asimmetrie dell’attuale sistema finanziario. Dal 2020 i Paesi in via di sviluppo hanno generalmente ottenuto finanziamenti a tassi tra due e quattro volte superiori a quelli praticati agli Usa. Il differenziale riflette anche diverse valutazioni del rischio, ma produce conseguenze strutturali. Questo significa che chi paga il capitale molto più di un’economia avanzata dispone di meno risorse per finanziare la trasformazione economica.
Si determina così un circolo vizioso. Molte economie africane avrebbero bisogno di enormi investimenti in energia, trasporti, reti digitali, sistemi idrici, istruzione e sanità. Per realizzarli devono ricorrere anche al finanziamento esterno. Ma l’elevato costo del capitale accresce il servizio del debito; questo riduce lo spazio fiscale; la contrazione dello spazio fiscale limita gli investimenti pubblici; investimenti insufficienti rallentano la trasformazione produttiva e rendono più difficile ampliare la base fiscale necessaria a sostenere il debito.
La questione diventa ancora più preoccupante sul terreno sociale. Ogni quota aggiuntiva di entrate destinata agli interessi è una risorsa sottratta a ospedali, scuole, reti elettriche o sistemi di irrigazione. L’Unctad calcola che, a livello globale, 3,4 miliardi di persone vivano in Paesi che spendono per gli interessi sul debito più di quanto destinino alla sanità o all’istruzione. Quando il servizio del debito comprime la spesa per lo sviluppo, la questione non è più soltanto finanziaria, ma intergenerazionale.
Il quadro diventa ancora più delicato considerando la traiettoria demografica. Secondo la Banca mondiale, oltre 620 milioni di persone entreranno nella forza lavoro africana entro il 2050. Il continente dovrà quindi creare su vasta scala occupazione produttiva, sistemi formativi, abitazioni, infrastrutture, energia e servizi pubblici. Una crescita intorno al 4% può essere insufficiente se non produce una trasformazione strutturale capace di aumentare produttività e occupazione. A ciò si aggiunge la riduzione dei flussi agevolati. L’assistenza ufficiale allo sviluppo dei Paesi membri del Development assistance committee è diminuita del 7,3% nel 2024. Per le economie a basso reddito ciò significa ricorrere più facilmente a fonti costose proprio mentre lo spazio fiscale è già compresso.
La risposta non può consistere semplicemente in nuove cancellazioni generalizzate del debito. Occorrono ristrutturazioni più rapide, maggiori finanziamenti a condizioni più favorevoli, sviluppo dei mercati finanziari africani, mobilitazione delle entrate fiscali interne, contrasto ai flussi illeciti, trasparenza del debito e capacità di indirizzare il capitale verso investimenti produttivi. Non è più sufficiente discutere di aiuti: la questione riguarda l’architettura finanziaria entro la quale l’Africa deve finanziare la propria trasformazione.
Ed è forse questo il punto sul quale la comunità internazionale dovrebbe interrogarsi con maggiore urgenza. Mentre l’Africa occupa uno spazio marginale nel dibattito pubblico mondiale, la sua rilevanza economica e strategica aumenta. Il continente dispone di una parte considerevole delle risorse minerarie necessarie alla transizione energetica, ospiterà una quota crescente della popolazione mondiale e rappresenterà uno dei principali bacini di nuova forza lavoro e di domanda globale del XXI secolo. Il rischio è quello di un paradosso storico: che proprio nel momento in cui l’Africa acquisisce una centralità demografica, geopolitica ed economica senza precedenti, una quota crescente delle sue risorse venga destinata a finanziare il passato anziché a costruire il futuro.
La verità è che in Africa, come abbiamo già sottolineato, siamo davanti a una progressiva erosione dello spazio fiscale di numerosi Stati, prodotta dall’interazione tra debito accumulato, elevato costo del capitale, vulnerabilità valutaria, riduzione dei finanziamenti agevolati e bisogni di sviluppo enormemente superiori alle risorse disponibili. È per queste ragioni che il silenzio su questo continente appare particolarmente inquietante.
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