#Finsubito news dalla rete – Dichiarazione sdoppiata? Semplificazione a parole ma complicazione nei fatti


La proposta di sdoppiare il modello Redditi rischia di aggravare gli adempimenti invece di ridurli ignorando le vere esigenze operative di professionisti e contribuenti

Da anni il dibattito sul fisco italiano è attraversato da un mantra ripetuto con ostinazione: semplificazione.

È il vessillo di ogni tavolo tecnico, di ogni comunicato istituzionale, di ogni intervento politico.

Eppure, quando si passa dalle dichiarazioni d’intenti alle proposte concrete, il quadro cambia radicalmente, rivelando una distanza siderale tra i palazzi della politica e la realtà quotidiana di chi il fisco lo vive sul campo.

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Dichiarazione dei redditi sdoppiata, altro che semplificazione: si duplica un adempimento

L’ultima novità, oggettivamente poco comprensibile, è quella emersa nei tavoli di confronto tra il Consiglio Nazionale dei Commercialisti, l’Amministrazione Finanziaria e il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

L’idea sul tavolo è quella di sdoppiare il modello Redditi in due momenti distinti: un primo invio incentrato sulla liquidazione delle imposte e un secondo, da effettuare tre o quattro mesi più tardi, dedicato esclusivamente a finalità informative e statistiche.

Chiamarla semplificazione è un esercizio di equilibrismo linguistico.

La realtà è ben diversa: si tratta di una duplicazione pura e semplice dell’adempimento.

È un nuovo aggravio di lavoro per gli studi e un ulteriore ostacolo per i contribuenti che gestiscono autonomamente la propria posizione fiscale.

Risulta difficile comprendere per quale motivo il MEF o lo staff del viceministro Leo debbano essere coinvolti per decidere se e quando compilare una casella di un modello.

La netta sensazione è che certe proposte nascano lontano dalla gavetta e dalla quotidianità degli studi professionali. Strutture che, giova ricordarlo, vivono essenzialmente di contabilità e dichiarazioni fiscali.

Parliamo di una percentuale di attività che si colloca più vicina all’80% che al 70% del volume di lavoro complessivo, come emerge chiaramente anche dalle analisi e dai report pubblici più recenti della Fondazione Nazionale dei Commercialisti.

Una realtà operativa profonda, che semplicemente non si può percepire restando chiusi nelle stanze dei ministeri.

Le vere piccole riforme a costo zero che nessuno sollecita

Se l’obiettivo reale fosse migliorare il rapporto tra fisco e contribuente, le priorità sarebbero ben altre.

Ci sono questioni piccole ancorché urgenti, concrete e vissute ogni giorno dai professionisti che meriterebbero di essere portate con forza ai tavoli di concertazione. Interventi operativi che, tra l’altro, genererebbero un altissimo consenso tra la categoria e i contribuenti, a costo zero per l’Erario.

Se si volesse davvero alleggerire la burocrazia inutilmente ridondante alcuni punti da cui partire anche simbolicamente potrebbero essere questi:

  • Abolizione del codice 1/2 sulla conservazione digitale: un obbligo ormai anacronistico in un sistema in cui la quasi totalità dei soggetti IVA opera stabilmente e nativamente con le fatture elettroniche.
  • Stop alla caccia ai dati POS e Satispay: è inefficiente continuare a far rincorrere i clienti per raccogliere informazioni su attivazioni e sostituzioni dei terminali. I provider del sistema bancario comunicano già periodicamente questi flussi all’anagrafe tributaria: il fisco potrebbe gestirli in automatico.
  • Rimozione delle note di credito per le fatture PA rifiutate: è assurdo imporre l’emissione di note di variazione per documenti rifiutati dalla Pubblica Amministrazione dopo il transito dallo SDI, specialmente quando le stesse FAQ di Sogei invitano esplicitamente a non farlo.
  • Trasparenza totale sui dati della precompilata: è necessario consentire all’intermediario delegato di consultare liberamente nel cassetto fiscale tutti i stessi dati utilizzati per l’elaborazione della dichiarazione precompilata, almeno per gli anni non ancora prescritti.
  • Sblocco delle rateazioni ADER decadute: consentire almeno una seconda volta di rateizzare i debiti inseriti in piani di riscossione precedentemente revocati, una misura che oggi penalizza ingiustamente i contribuenti in reale difficoltà economica.
  • Unificazione dei cassetti fiscali: i versamenti relativi a cartelle e rateazioni ADER dovrebbero essere visibili nel portale dell’Agenzia delle Entrate Riscossione, esattamente come già avviene per i pagamenti ordinari nel cassetto fiscale dell’AdE, garantendo una panoramica chiara, trasparente e unica della propria posizione.

Mi fermo qui per non ingolfare il testo, ma ce ne sarebbero tante altre di piccole modifiche che, proprio come queste proposte, inciderebbero da subito in modo reale sulla vita dei professionisti e dei contribuenti, meritando ben altra attenzione da parte delle istituzioni.

La semplificazione non è uno slogan

Spacchettare il modello Redditi non snellisce le procedure, ma intasa un calendario fiscale già estremamente denso di scadenze e termini. Non riduce gli adempimenti, li moltiplica; non aiuta gli studi, li appesantisce; non tutela i contribuenti, li disorienta.

La vera autorevolezza dello Stato e dell’Amministrazione Finanziaria oggi si misura nella capacità di ascoltare chi il fisco lo respira e lo gestisce ogni giorno, e non chi lo osserva da lontano.

In questa direzione di reale apertura al territorio va letta, ad esempio, l’ottima decisione di aprire gli sportelli fisici dell’Agenzia delle Entrate per due pomeriggi a settimana, un segnale di vicinanza e di servizio che dimostra come l’ascolto sia possibile.

La semplificazione, quella vera, non nasce dall’invenzione di nuovi modelli, nuovi codici o scadenze frazionate, ma dalla volontà politica e amministrativa di eliminare ciò che è inutile, ridondante e superato.

Finché non si sposterà stabilmente il focus su queste priorità operative, continueremo a chiamare riforma ciò che, nei fatti, è solo un nuovo livello di complicazione.


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