I branchi spingono ormai fin dentro le periferie e i centri abitati dell’intero comprensorio provinciale, trasformando l’emergenza cinghiali a Terni in una criticità quotidiana per residenti e coltivazioni, mentre la macchina del contenimento resta disarmata al palo. A fronte di una proliferazione incontrollata che interessa indistintamente tutti i municipi del territorio, il vicepresidente della Provincia di Terni, Francesco Maria Ferranti, ha formalizzato una richiesta di intervento diretta al prefetto Antonietta Orlando, sollecitando un’interlocuzione con Palazzo Donini: i fondi stanziati dalla Regione non sono stati erogati, rendendo impossibile contrastare una presenza invasiva che minaccia la sicurezza stradale, l’incolumità pubblica e l’agricoltura locale.
L’atto di Palazzo Bazzani segue la nota ufficiale inviata dal presidente Stefano Bandecchi all’assessore regionale Simona Meloni, con cui si esigeva l’immediato sblocco dei 200 mila euro promessi oltre un anno fa. Sullo sfondo, mentre le istituzioni si muovono lungo i canali diplomatico-prefettizi per reperire le risorse ordinarie, sale la voce del comparto produttivo: Confagricoltura Umbria spinge per l’approvazione immediata della riforma del regolamento venatorio, indicando nella valorizzazione della caccia in girata un tassello operativo non più rinviabile.
Il nodo delle risorse regionali e il pressing di Palazzo Bazzani sul Palazzo del Governo
L’iniziativa di Francesco Maria Ferranti nasce all’indomani del confronto istituzionale avvenuto durante il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica del 24 settembre a Narni. In quella sede, il vicepresidente provinciale aveva già sottoposto al prefetto Antonietta Orlando un quadro allarmante circa l’estensione geografica del fenomeno, riscontrando la disponibilità della massima autorità di governo sul territorio a monitorare la criticità.
La gestione operativa degli abbattimenti selettivi, tuttavia, si scontra con vincoli di bilancio insostenibili. La Polizia provinciale e i selettori operano infatti su mandato e programmazione dell’ente provinciale per conto della Regione, ma i trasferimenti correnti risultano marginali rispetto alla portata dell’emergenza.
“La mia richiesta – spiega il vicepresidente Ferranti – fa seguito all’intesa stabilita con il Prefetto stesso, che ha sempre garantito il suo interessamento, nel corso della riunione del Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza svoltosi il 24 settembre a Narni e nella quale ho fatto presente al Prefetto la problematica e il continuo crescere della presenza dei cinghiali in tutti i comuni del territorio provinciale”.
Il punto nevralgico della vertenza riguarda il divario tra i compiti delegati e le dotazioni economiche messe a disposizione dalla convenzione in essere con l’amministrazione regionale, storicamente attestata su quote minime.
“Come le è noto la Polizia provinciale e le squadre di selettori svolgono questa attività sotto la gestione e la programmazione dell’amministrazione provinciale per conto della Regione, e la stessa ha, nel corso degli ultimi anni, attraverso apposita convenzione, erogato una esigua somma per tali attività quantificabile in 20mila euro. Queste risorse però – fa notare il vicepresidente Ferranti – non sono minimamente sufficienti per poter svolgere un’efficace azione di contenimento della specie, mentre il numero degli animali e dei branchi aumenta e i problemi rimangono irrisolti”.
Dalla lettera di Bandecchi allo stallo dei 200mila euro attesi da oltre un anno
L’azione del vicepresidente si aggancia a un fronte istituzionale già aperto dai vertici provinciali. Nello scorso mese di maggio era stato lo stesso presidente Stefano Bandecchi a prendere carta e penna, indirizzando un sollecito all’assessore regionale alle politiche agricole Simona Meloni. Oggetto della missiva: il mancato adempimento degli impegni assunti dalla Regione durante il tavolo di lavoro del giugno 2025, nel quale era stata pattuita la destinazione di 200 mila euro per potenziare l’attività della Polizia provinciale sul fronte faunistico.
Il passaggio di oltre dodici mesi senza atti di liquidazione concreta ha spinto l’amministrazione provinciale a chiedere un cambio di passo burocratico immediato per consentire agli agenti e ai collaboratori sul campo di programmare uscite, mezzi e munizionamento.
“Essendo trascorso ormai più di un anno, si chiede a codesta spettabile Regione – ha scritto nella lettera il presidente Stefano Bandecchi – un immediato e adeguato stanziamento di risorse in tale settore”.
Senza il trasferimento promesso, la capacità di intervento dell’ente locale resta compressa all’interno dei 20 mila euro ordinari, una somma che gli uffici considerano inefficace per arginare l’invasione dei campi e le incursioni dei selvatici sulle principali arterie stradali della conca ternana e dell’Orvietano.
L’affondo di Confagricoltura Umbria per l’applicazione immediata della riforma venatoria
Mentre il confronto istituzionale si concentra sulla copertura finanziaria del corpo di polizia, le aziende agricole continuano a fare i conti con i danneggiamenti sistematici a vigneti, foraggi e seminativi. Confagricoltura Umbria è intervenuta con determinazione nel dibattito, ribadendo che l’emergenza non consente ulteriori pause politiche. Per l’organizzazione guidata da Matteo Pennacchi, l’iter di modifica del regolamento venatorio regionale rappresenta la conclusione di un articolato percorso di mediazione che adesso deve approdare alla fase esecutiva.
“Rinviare ancora di un anno significherebbe mantenere per un’altra stagione un sistema che ha già dimostrato evidenti criticità”, dichiara Matteo Pennacchi, presidente di Confagricoltura Umbria. “Se il modello attuale avesse garantito un controllo soddisfacente della specie e una significativa riduzione dei danni alle produzioni agricole, oggi non saremmo chiamati a discuterne la revisione. Nessuna riforma può garantire risultati certi prima di essere applicata, ma proprio per questo occorre sperimentare il nuovo modello, verificarne gli effetti già durante la stagione venatoria e intervenire tempestivamente dove necessario”.
La proposta sindacale punta a un approccio pragmatico: rendere operativa la nuova disciplina territoriale introducendo un meccanismo di monitoraggio periodico sull’arco temporale dell’attività venatoria. I parametri da censire comprendono il volume delle uscite, il numero dei capi abbattuti per quadrante, la concentrazione degli animali e l’incidenza economica dei risarcimenti richiesti dalle aziende, così da apportare correttivi in corso d’opera senza attendere la fine dell’annata agraria.
La caccia in girata e il nodo sanitario della peste suina africana sul territorio
Nel documento di analisi redatto da Confagricoltura Umbria, la gestione venatoria viene trattata anche sotto il profilo operativo e preventivo. Tra le soluzioni prospettate dagli agricoltori qualora la riforma necessitasse di ulteriori affinamenti, figura l’assegnazione stabile a ciascuna squadra di uno o due settori esclusivi di prelievo, lasciando le aree residue disponibili a un sistema centralizzato di prenotazione, a beneficio di una costante pressione venatoria.
Centrale, in questo quadro regolamentare, risulta essere l’introduzione formale della caccia in girata, considerata non una pratica accessoria ma una leva tecnica per territori complessi e a ridosso dell’abitato.
“La girata non deve essere considerata una forma di caccia marginale”, sottolinea Matteo Pennacchi. “Può rappresentare uno strumento concreto nella gestione del cinghiale, soprattutto in particolari contesti territoriali e nelle situazioni in cui altre modalità di prelievo risultano meno appropriate o non praticabili. Il suo ruolo diventa ancora più importante in relazione alla Peste Suina Africana, dove questa modalità di prelievo assume una funzione rilevante nei territori interessati dalle misure sanitarie. Per questo è fondamentale che la disciplina prevista dalla riforma sia seria, concreta ed effettivamente applicabile”.
La salvaguardia del tessuto rurale passa dunque per un doppio binario: fondi certi agli organi di pubblica sicurezza per il controllo sul campo e regole chiare per le associazioni venatorie, al fine di scongiurare un collasso economico che grava sulle spalle dei produttori.
“Gli agricoltori non possono continuare a sostenere il costo dell’immobilismo”, conclude Pennacchi. “Non si tratta di difendere una particolare forma di caccia né di contrapporre squadre, singoli cacciatori o categorie. Si tratta di costruire il sistema più efficace possibile per contenere la popolazione di cinghiale e ridurre i danni alle imprese agricole. L’emergenza cinghiali ha bisogno di decisioni, dati, verifiche e della capacità di intervenire rapidamente: è su questi risultati che deve essere valutata qualsiasi politica seria di gestione della specie”.
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