#Finsubito news dalla rete – Caro materiali e caro energia 2026: ANCE chiede 3,8 miliardi, alla prova la revisione prezzi | Articoli



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Il caro materiali non è più soltanto una conseguenza eccezionale delle crisi degli ultimi anni: sta diventando un fattore strutturale di rischio economico per le opere pubbliche. ANCE stima in 3,8 miliardi di euro le risorse necessarie per arretrati 2024-2025 e maggiori costi 2026, mentre gas e petrolio tornano a crescere. Nel frattempo entra nella fase applicativa il sistema di revisione prezzi dell’art. 60 del Codice dei contratti, basato sui 20 indici ISTAT delle Tipologie Omogenee di Lavorazioni. INGENIO analizza numeri, meccanismi e criticità di quello che può diventare il primo stress test delle nuove TOL.  


Il settore delle costruzioni entra nell’autunno con una doppia pressione: i ristori ancora da recuperare per gli extracosti degli anni precedenti e una nuova accelerazione dei prezzi energetici. ANCE quantifica in 3,8 miliardi di euro le risorse necessarie tra arretrati 2024-2025 e maggiori costi accumulati nel 2026. Nel frattempo il gas europeo è risalito a 77 euro/MWh e il Brent intorno ai 101 dollari. Proprio mentre entra a regime il nuovo sistema di revisione prezzi basato sugli indici delle Tipologie Omogenee di Lavorazioni, la volatilità energetica torna quindi a mettere sotto pressione imprese, cantieri e stazioni appaltanti.

Non è soltanto un nuovo caro materiali

Il problema non è più semplicemente quanto costano oggi acciaio, bitume, cemento, carburanti o energia.

La questione che sta emergendo nell’autunno 2026 è più complessa, perché sovrappone gli effetti economici di crisi diverse: da una parte ci sono extracosti maturati negli anni precedenti che le imprese devono ancora recuperare; dall’altra una nuova fase di tensione dei mercati energetici, alimentata dalla crisi mediorientale.

Nel mezzo ci sono i cantieri.

E soprattutto ci sono imprese che devono sostenere immediatamente i maggiori costi di produzione, approvvigionamento e trasporto, mentre i meccanismi di riequilibrio economico dei contratti operano inevitabilmente con tempi differenti.

È su questo punto che ANCE ha alzato nuovamente il livello di attenzione.

ANCE: servono 3,8 miliardi per il caro materiali

Il 12 settembre il presidente dell’ANCE Antonio Ciucci ha quantificato in 3,8 miliardi di euro le risorse che, secondo l’Associazione, sono necessarie per affrontare il problema.

La cifra deriva dalla somma degli arretrati maturati nel 2024 e 2025 e di 1,8 miliardi che ANCE indica come accumulati nel 2026.

Ciucci ha posto la questione tra le priorità per la prossima legge di bilancio, sottolineando che non è sostenibile chiedere alle aziende di finanziare per anni il peso degli aumenti. (Fonte ANCE)

Il dato dei 3,8 miliardi va letto correttamente: non è il consuntivo di un fondo pubblico già certificato dal MIT, ma la quantificazione formulata da ANCE del fabbisogno complessivo da coprire.

È comunque un numero che dà la dimensione finanziaria raggiunta dal problema.

E soprattutto arriva dopo mesi nei quali le imprese avevano già segnalato le difficoltà generate dai ritardi nei ristori.

Il precedente: 695,9 milioni per la prima finestra 2025, ma le risorse non bastavano

Un riferimento concreto arriva dal decreto relativo al Fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche pubblicato a giugno.

Il provvedimento ha ammesso a finanziamento 860 istanze su 905, relative alla prima finestra temporale 2025, per un importo complessivo di 695,9 milioni di euro.

Ma ANCE segnalava contestualmente che le disponibilità risultavano già esaurite e che, in assenza di nuovi stanziamenti, non sarebbe stato possibile assicurare il pagamento di tutti i ristori maturati. (Fonte ANCE)

È qui che il caro materiali assume una natura diversa dal semplice aumento di un listino.

Se l’impresa sostiene oggi un extracosto e ne recupera il valore molto tempo dopo, deve nel frattempo finanziarlo.

Il problema del prezzo diventa quindi anche un problema di liquidità, costo finanziario e sostenibilità della commessa.

Agosto: ANCE collega direttamente caro materiali e crisi energetica

Il 25 agosto Ciucci è tornato sul tema, questa volta collegandolo esplicitamente alla nuova crisi energetica.

Secondo il presidente ANCE, l’effetto combinato dei mancati ristori e della crescita dei costi energetici sta determinando una crescente difficoltà finanziaria per le imprese.

ANCE ricordava in quella occasione che le aziende attendevano ancora circa 2 miliardi di euro di ristori riconducibili alla precedente fase di aumento dei prezzi e sottolineava come alle conseguenze della guerra in Ucraina si fosse aggiunta la crisi legata allo Stretto di Hormuz.

Per Ciucci, quindi, il caro materiali non può più essere considerato «un problema contingente e temporaneo».

È probabilmente questo il passaggio più importante.

Negli ultimi anni il sistema delle costruzioni ha dovuto affrontare shock diversi per origine, durata e intensità. Ciò che inizialmente poteva essere trattato come un evento eccezionale sta assumendo progressivamente i caratteri di una volatilità strutturale.


Settembre 2026: gas a 77 euro/MWh, Brent intorno ai 101 dollari

I dati pubblicati il 23 settembre dal Centro Studi Confindustria aiutano a comprendere perché l’allarme delle imprese sia tornato così rapidamente.

Secondo la Congiuntura Flash di settembre, il Brent si colloca intorno ai 101 dollari al barile, dopo aver raggiunto un picco di 109 dollari, mentre il gas europeo è salito a circa 77 euro/MWh, il valore più elevato dalla fine del 2022.

La pressione energetica sta già raggiungendo l’economia reale.

Confindustria rileva che l’inflazione italiana è passata dal +1% di inizio 2026 al +3,3% annuo ad agosto, mentre i prezzi energetici al consumo risultano cresciuti del 17,1%. L’inflazione core, depurata da energia e alimentari, rimane invece molto più contenuta, al +1,8%. (Fonte CONFINDUSTRIA)

Questo differenziale è significativo: indica quanto, nella fase attuale, la componente energetica stia incidendo sulla dinamica generale dei prezzi.

Ceramica: «Con il gas sopra 70 euro/MWh produrre in Italia rischia di diventare insostenibile»

Per capire come questa dinamica possa trasferirsi alla filiera delle costruzioni è utile osservare i comparti maggiormente energivori.

L’8 settembre il presidente di Confindustria Ceramica, Augusto Ciarrocchi, ha lanciato un allarme molto esplicito.

Con il gas stabilmente sopra i 70 euro/MWh, ha affermato, produrre ceramica in Italia rischia di diventare economicamente insostenibile.

Secondo Ciarrocchi, il costo dell’energia era arrivato a circa il doppio rispetto alla situazione precedente alla chiusura dello Stretto di Hormuz, aggravando il differenziale competitivo delle imprese italiane rispetto ai produttori che possono contare su disponibilità nazionale di gas o condizioni energetiche più favorevoli. (Fonte CONFINDUSTRIA CERAMICA)

Il caso della ceramica è particolarmente evidente, ma aiuta a comprendere un meccanismo che interessa numerosi prodotti utilizzati nelle costruzioni: l’energia non arriva in cantiere soltanto attraverso la bolletta o il carburante dei mezzi. È incorporata nei materiali e nei componenti utilizzati per realizzare l’opera.

Dalla fabbrica al cantiere: l’effetto si propaga lungo la filiera

La prefabbricazione in calcestruzzo aveva segnalato già ad aprile questa dinamica.

ASSOBETON aveva evidenziato come la volatilità dei prezzi di energia, carburanti e materie prime incidisse sull’intero ciclo produttivo: dalla produzione del cemento alla realizzazione degli elementi prefabbricati, fino alla logistica e al montaggio in cantiere. (Fonte INGENIO)

Il problema assume quindi una struttura cumulativa.

Un incremento energetico può incidere sulla produzione del materiale; il carburante incide sulla movimentazione e sul trasporto; energia e carburanti incidono sulle lavorazioni e sull’organizzazione del cantiere.

Non tutti i materiali e non tutte le opere reagiscono nello stesso modo. L’intensità dell’effetto dipende dalla composizione della lavorazione, dalla distanza degli approvvigionamenti, dall’incidenza dei trasporti e dall’intensità energetica dei processi produttivi.

Ed è proprio questa eterogeneità uno dei motivi per cui la revisione prezzi non può essere trattata attraverso un unico indice generale.

Otto imprese delle costruzioni su dieci avevano già segnalato aumenti

La dimensione del fenomeno era stata rilevata anche dal secondo Osservatorio SAIE-Nomisma 2026.

Circa otto imprese su dieci della filiera delle costruzioni intervistate avevano segnalato aumenti dei costi delle materie prime e dell’energia; tra queste, una su due indicava incrementi dei costi energetici superiori al 10%.

La prima risposta delle imprese interessate era stata la revisione dei prezzi di vendita, seguita da interventi più strutturali sui prodotti, sui processi e sui fornitori.

Questi dati precedono l’ulteriore tensione energetica registrata a settembre e aiutano quindi a comprendere quanto limitati possano essere oggi i margini di assorbimento di ulteriori aumenti.

Per le piccole imprese l’energia è anche un problema di competitività

Il problema diventa ancora più rilevante osservando la struttura imprenditoriale italiana, caratterizzata da una presenza molto elevata di PMI e microimprese.

Secondo un’analisi di Confartigianato presentata il 21 settembre, le micro e piccole imprese italiane pagano mediamente l’elettricità 25,99 centesimi/kWh, contro i 22,04 della media UE: un differenziale del 17,9%.

Confartigianato stima in 3,7 miliardi di euro l’extracosto rispetto alla media europea e calcola che il peso fiscale e parafiscale sulla bolletta delle piccole imprese italiane sia superiore del 47,4% alla media dell’Unione. (Fonte CONFARTIGIANATO)

Si tratta di elaborazioni dell’associazione, che vanno quindi lette come tali, ma che trovano un riscontro interessante nell’indagine diffusa negli stessi giorni dalla CNA.

Secondo CNA, il 76,5% delle piccole imprese intervistate ha registrato un aumento della spesa energetica nell’ultimo semestre; tra quelle colpite, quasi due su tre segnalano incrementi superiori al 10%.

Ancora più significativo è il modo in cui questi aumenti vengono assorbiti: il 56,8% dichiara di ridurre i propri margini, mentre soltanto il 20,4% riesce a trasferire almeno parzialmente l’aumento sui prezzi applicati ai clienti. (Fonte CNA).

Per un settore frammentato come quello delle costruzioni, questo è un elemento da non sottovalutare.


Nel frattempo è cambiata la revisione prezzi

C’è però una differenza importante rispetto alle precedenti crisi.

Con la pubblicazione, il 27 aprile 2026, del decreto direttoriale MIT n. 743 del 30 marzo 2026 è diventato operativo il nuovo sistema degli indici di costo delle lavorazioni basato sulle Tipologie Omogenee di Lavorazioni – TOL, previsto dall’articolo 60 del Codice dei contratti pubblici. Gli indici si applicano alle procedure di affidamento avviate dalla data di pubblicazione del decreto; per quelle avviate precedentemente trova applicazione la disciplina transitoria prevista dallo stesso provvedimento.

Con il decreto direttoriale n. 743 del 30 marzo 2026, pubblicato il 27 aprile, il MIT ha adottato i singoli indici individuati dall’ISTAT.

Gli indici servono a misurare la variazione del costo delle diverse lavorazioni e quindi a rendere più oggettiva l’applicazione delle clausole di revisione prezzi.

È un passaggio rilevante perché supera l’idea di misurare l’aumento di un’opera attraverso una variazione indistinta dei prezzi.

Una lavorazione stradale, un movimento terra, una struttura in calcestruzzo o una lavorazione impiantistica presentano infatti combinazioni differenti di manodopera, materiali, macchine, energia e trasporti.

Le TOL cercano precisamente di rappresentare queste diverse strutture di costo.

La crisi energetica diventa così il primo vero stress test del nuovo sistema

Ed è qui che la situazione del 2026 assume un interesse particolare.

Il nuovo sistema ordinario di revisione prezzi nasce per rendere più oggettiva e strutturale la gestione delle variazioni economiche dei contratti.

Ma pochi mesi dopo la sua entrata in funzione si trova ad affrontare una nuova e violenta oscillazione dell’energia.

Non significa che il sistema sia inadeguato. Sarebbe prematuro sostenerlo.

Significa però che abbiamo davanti un primo importante stress test.

La domanda da porre è se la frequenza di aggiornamento degli indici, la loro composizione e i meccanismi contrattuali previsti siano sufficientemente reattivi quando una componente fondamentale come l’energia cambia rapidamente valore.

È una questione tecnica che meriterà di essere osservata nei prossimi mesi sui dati reali delle lavorazioni.

Il prezzo del gasolio dimostra quanto rapidamente possa cambiare il quadro

La stessa azione del Governo dimostra quanto velocemente sia cambiata la situazione.

Il 26 agosto il Consiglio dei ministri aveva prorogato la riduzione del prezzo del gasolio utilizzato come carburante, attraverso un intervento complessivo equivalente a 17 centesimi al litro, insieme al credito d’imposta per l’autotrasporto. La misura è stata successivamente prorogata fino al 17 settembre.

Sono provvedimenti emergenziali, ma mostrano chiaramente come la componente energetica sia tornata nel giro di pochi mesi ad assumere una rilevanza macroeconomica.

Per le costruzioni questo significa confrontarsi contemporaneamente con due tempi differenti: quello rapidissimo dei mercati e quello necessariamente più lento dei contratti pubblici, dei prezzari e delle procedure amministrative.


Dal caro materiali al rischio economico dell’opera

Forse è proprio questo il punto su cui occorre spostare la riflessione.

Negli ultimi sei anni abbiamo continuato a parlare di emergenze: pandemia, crisi delle materie prime, guerra in Ucraina, tensioni sulle catene logistiche, crisi energetiche e ora nuove tensioni mediorientali.

Ma quando gli shock diventano ricorrenti, la volatilità non può più essere considerata soltanto un’eccezione da gestire attraverso provvedimenti straordinari.

Diventa una componente del rischio dell’opera.

Come il progettista valuta il rischio geologico, strutturale, idraulico o autorizzativo, il sistema degli appalti deve essere in grado di gestire anche il rischio economico derivante dalla variazione dei fattori produttivi.

Il nuovo sistema TOL rappresenta un passo importante proprio in questa direzione.

Ma il 2026 ci sta ponendo immediatamente una domanda: quanto rapidamente riesce il sistema contrattuale ad adattarsi quando il mercato cambia più velocemente dei suoi strumenti di regolazione?

Il vero problema è la distanza tra il prezzo dell’opera e il momento in cui viene costruita

I 3,8 miliardi indicati da ANCE non raccontano quindi soltanto un problema di ristori.

Raccontano la difficoltà di mantenere nel tempo l’equilibrio economico di opere progettate, finanziate, affidate e costruite in momenti diversi.

Una grande infrastruttura può attraversare molti anni tra programmazione, progettazione, gara ed esecuzione.

Il prezzo posto a base dell’opera appartiene inevitabilmente al momento nel quale è stato costruito.

Il cantiere, invece, appartiene al mercato del giorno in cui viene realizzato.

Quando tra questi due momenti intervengono guerre, crisi energetiche, variazioni delle catene di approvvigionamento o oscillazioni eccezionali delle materie prime, il problema non può essere scaricato integralmente né sull’impresa né sulla stazione appaltante.

Occorrono strumenti capaci di distribuire e governare questo rischio.

Ed è probabilmente questa la vera lezione che il caro materiali sta lasciando al settore delle costruzioni: non basta finanziare un’opera perché quella stessa disponibilità finanziaria rimanga adeguata fino alla sua conclusione.

La revisione prezzi non è quindi più soltanto una clausola contrattuale. Sta diventando uno degli strumenti attraverso i quali si misura la capacità del sistema delle opere pubbliche di resistere all’incertezza economica.

E non può più essere affrontata come un problema emergenziale.


FAQ TECNICHE

Caro materiali negli appalti: 3,8 miliardi e nuovi indici TOL

Che cosa si intende oggi per caro materiali negli appalti pubblici?
Non si tratta soltanto dell’aumento del prezzo di singoli materiali. Il fenomeno comprende variazioni dei costi di materiali, energia, trasporti e altri fattori produttivi che possono alterare l’equilibrio economico del contratto. Nell’attuale fase si aggiunge inoltre il problema temporale dei ristori relativi a lavorazioni già eseguite.

A quanto ammontano le risorse richieste da ANCE per il caro materiali?
Il presidente ANCE Antonio Ciucci ha indicato nel settembre 2026 un fabbisogno complessivo di 3,8 miliardi di euro, considerando gli arretrati 2024-2025 e 1,8 miliardi accumulati nel 2026. È una quantificazione formulata da ANCE e non va presentata come stanziamento o consuntivo certificato dal MIT.

Come funziona la revisione prezzi prevista dall’articolo 60 del Codice dei contratti?
L’art. 60 del D.Lgs. 36/2023 disciplina l’inserimento obbligatorio delle clausole di revisione prezzi. Per i lavori, la variazione viene determinata utilizzando gli indici previsti dalla disciplina e, con il nuovo sistema, gli indici di costo delle TOL concorrono alla costruzione dell’indice sintetico revisionale.

Che cosa sono le Tipologie Omogenee di Lavorazioni – TOL?
Sono categorie definite per rappresentare strutture di costo differenti delle lavorazioni dei lavori pubblici. ISTAT pubblica 20 indici di costo TOL, elaborati considerando le specifiche componenti di costo e le relative ponderazioni. Gli indici sono diffusi mensilmente e sono stati adottati dal MIT con decreto n. 743 del 30 marzo 2026.

Perché le TOL rappresentano un miglioramento rispetto a un indice generale?
Perché lavorazioni diverse hanno differenti combinazioni di manodopera, materiali, macchine e altri fattori produttivi. Un indice specifico consente quindi di rappresentare meglio la dinamica economica della lavorazione rispetto a un parametro indistinto riferito all’intera opera. La capacità di reagire agli shock molto rapidi dovrà però essere valutata sulla base dell’applicazione concreta.

Le nuove TOL si applicano a tutti i contratti già in corso?
No. È opportuno precisare questo punto nell’articolo. ISTAT specifica che gli indici TOL si applicano alle procedure di affidamento avviate dalla data di pubblicazione del decreto MIT; per quelle avviate precedentemente valgono le disposizioni transitorie dell’art. 2, comma 2, dello stesso decreto.

Qual è il rischio principale da controllare nei prossimi mesi?
Il tema è la capacità del sistema revisionale di rappresentare tempestivamente shock molto rapidi dei fattori produttivi. Gas, petrolio, carburanti e materiali energivori possono variare più velocemente dei processi amministrativi. Occorrerà quindi verificare sui dati effettivi se frequenza degli indici, ponderazioni e procedure contrattuali mantengano un adeguato equilibrio economico. 


12. RIFERIMENTI NORMATIVI

Riferimenti cogenti da valorizzare nel testo

  • D.Lgs. 31 marzo 2023, n. 36, art. 60 – Revisione prezzi, come modificato dal D.Lgs. 209/2024. È il riferimento fondamentale della disciplina revisionale.
  • Allegato II.2-bis al D.Lgs. 36/2023 – disciplina le modalità applicative delle clausole di revisione e contiene le TOL.
  • Decreto MIT n. 743 del 30 marzo 2026 – adotta gli indici di costo ISTAT relativi alle Tipologie Omogenee di Lavorazioni. MIT e ISTAT ne confermano l’adozione e l’utilizzo per l’indice sintetico revisionale.  


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