#Finsubito news dalla rete – crescono fondi, capitali esteri e controllo concentrato


Il calcio italiano continua a cambiare pelle anche dal punto di vista proprietario. Se per decenni il modello dominante è stato quello del presidente-mecenate, spesso espressione dell’imprenditoria del territorio, negli ultimi anni il sistema ha visto crescere rapidamente il peso di fondi, holding, investitori finanziari e capitali stranieri, soprattutto nella massima serie.

È uno dei temi analizzati dalla prima Relazione Annuale della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche, che dedica un ampio approfondimento alla struttura proprietaria e alla governance dei club. La fotografia restituisce una Serie A decisamente più internazionalizzata rispetto alle categorie inferiori.

Tra i 20 club del massimo campionato, dieci presentano un socio diretto con sede all’estero, pari al 50% del totale. In Serie B la quota scende al 20%, con quattro società su venti, mentre in Serie C sono sei su 56, pari al 10,7%. Nel complesso, tra le 96 società analizzate di Serie A, B e C, venti presentano un socio diretto con sede estera, pari al 20,8%.

La Commissione invita tuttavia a non sovrapporre automaticamente questo dato al concetto di “proprietà straniera”. L’analisi prende infatti in considerazione il socio diretto risultante dalle visure camerali e dalla documentazione depositata per le Licenze Nazionali, senza ricostruire necessariamente l’intera catena partecipativa fino al beneficiario ultimo. Una società italiana potrebbe quindi essere controllata indirettamente da investitori esteri e, viceversa, un veicolo con sede all’estero potrebbe fare capo a soggetti di altra nazionalità.

Stati Uniti e Regno Unito guidano la presenza estera

Tra i venti soci diretti esteri individuati dalla Commissione, il peso maggiore è quello degli Stati Uniti, con sei casi complessivi, seguiti dal Regno Unito con cinque. Lussemburgo e Paesi Bassi contano tre casi ciascuno, mentre Romania, Malta e Bermuda ne registrano uno. Il fenomeno è particolarmente evidente in Serie A, dove sono presenti tre soci diretti con sede negli Stati Uniti, due nel Regno Unito, due in Lussemburgo, due nei Paesi Bassi e uno in Romania.

È il punto d’arrivo di un processo iniziato da tempo. La relazione ricorda come il calcio italiano sia passato dal modello dei grandi industriali – da Piero Pirelli al Milan e Massimo Moratti all’Inter, fino alla famiglia Agnelli alla Juventus – alla trasformazione dei club in società di capitali, per arrivare poi alla stagione delle quotazioni in Borsa e, nell’ultimo decennio, alla crescita degli investitori finanziari internazionali.

Secondo i dati richiamati dalla Commissione, nel 2024 in Europa sono state realizzate 64 acquisizioni da parte di fondi di investimento, private equity, venture capital e fondi di private debt, per investimenti complessivi pari a 4,3 miliardi di euro. Un’analisi AIFI (Associazione Italiana del Private Equity) citata nella relazione evidenzia inoltre che nei cinque principali campionati europei una squadra su quattro, 24 su 96, ha come azionista di maggioranza un investitore finanziario. Escludendo la Bundesliga, caratterizzata dalla regola del 50+1, gli investitori stranieri controllano 45 club su 78 e oltre la metà di questi fanno capo a soggetti statunitensi.

Proprietà sempre più concentrate

Non cambia soltanto la provenienza dei capitali. Dal rapporto emerge anche una forte concentrazione del controllo dei club. Tra le 96 società considerate, in 42 casi il socio diretto possiede il 100% del capitale analizzato. In altre 25 società la partecipazione è compresa tra il 75% e il 100%. Significa che in circa sette club su dieci il principale socio diretto possiede almeno tre quarti del capitale.

La concentrazione è ancora maggiore nel massimo campionato: 16 società di Serie A su 20 hanno un socio diretto con almeno il 75% del capitale. Lo stesso avviene per 15 club di Serie B su 20, mentre la Serie C presenta una struttura più frammentata e legata anche a modelli proprietari territoriali.

La Commissione chiarisce che la concentrazione proprietaria non rappresenta di per sé né un elemento positivo né negativo. Un azionista forte può garantire maggiore rapidità decisionale e una più chiara attribuzione delle responsabilità. Allo stesso tempo, però, aumenta l’importanza dei controlli sulle operazioni con parti correlate, sulla continuità degli apporti finanziari e sull’effettiva autonomia degli organi societari.

Dalla proprietà singola alle multiproprietà

L’altra grande trasformazione riguarda il fenomeno delle multi-club ownership, le strutture attraverso le quali uno stesso investitore possiede o controlla più società in Paesi differenti. A livello mondiale, secondo i dati UEFA e FIFA ripresi dalla Commissione, sono ormai circa 230 i club inseriti in strutture multi-club, contro meno di cento appena cinque anni fa e meno di quaranta nel 2012.

Il modello permette agli investitori di creare economie di scala nello scouting, nel reclutamento dei giovani e nella gestione del player trading, distribuendo inoltre il rischio su più società e mercati. Anche l’Italia è entrata pienamente in questa dinamica attraverso club inseriti in network internazionali.

La crescita delle multiproprietà porta però con sé interrogativi sulla indipendenza dei singoli club, sui trasferimenti infragruppo, sulla valutazione a fair value dei calciatori e sull’integrità delle competizioni. Il rischio, sottolineato anche dalla letteratura analizzata dalla Commissione, è che alcuni club assumano un ruolo subordinato rispetto alla società principale del network.

La proprietà calcistica italiana appare così sempre più distante dal tradizionale modello del presidente-imprenditore legato a una singola società. Al suo posto sta emergendo un sistema fatto di veicoli societari, holding internazionali, fondi e network multi-club, soprattutto ai vertici della piramide.

Un’evoluzione che può portare capitali, competenze e una gestione più professionale, ma che rende contemporaneamente più importante la capacità degli organismi di controllo di ricostruire chi controlla realmente un club, da dove provengono le risorse e quanto sia stabile nel tempo il sostegno finanziario della proprietà.


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