#Finsubito news dalla rete – L’Europa può subire una ‘invasione’ di migranti in arrivo da Ceuta?


La crisi senza precedenti dei migranti a Ceuta ha fatto diffondere per l’Europa la paura di una possibile “invasione” di migranti nell’Unione europea. L’exclave spagnola è stata da più parti descritta come una pericolosa porta per l’ingresso di irregolari nei Paesi del blocco, una scorciatoia per raggirare le regole e ottenere regolarizzazioni facili. 

Ma al di là della propaganda e delle false informazioni circolate in rete e sui social, la realtà è ben diversa e più complessa, e non c’è alcuna ragione di temere improbabili invasioni.

Una crisi senza precedenti

Quello avvenuto a Ceuta il 30 luglio è stato un episodio senza precedenti per dimensioni. Circa 80mila persone hanno attraversato il confine dal Marocco verso l’exclave spagnola. Almeno 72 persone sono morte, molte annegate nel tentativo di raggiungere Ceuta a nuoto, altre schiacciate mentre cercavano di superare le barriere di confine, ma la cifra potrebbe essere, secondo alcuni, molto più alta.

Si tratta di numeri enormemente superiori a quelli delle precedenti crisi. Nel maggio 2021, fino ad allora il maggiore ingresso registrato in una singola ondata, erano entrate a Ceuta tra 8mila e 10mila persone in due giorni, tra cui circa 1.500 minori non accompagnati. Nel 2022 circa 2mila persone avevano invece tentato di entrare a Melilla.

A quasi due mesi dagli ingressi di massa, sarebbero 10mila i migranti ancora presenti a Ceuta, secondo le stime più recenti del governo spagnolo, anche se non esiste un conteggio ufficiale condiviso e le cifre fornite dalle diverse autorità sono cambiate più volte.

Tra loro ci sarebbero circa 1.100 minori non accompagnati, arrivati prima o durante la crisi e che non possono essere rimpatriati sommariamente. La legislazione spagnola prevede la loro redistribuzione dalle aree sottoposte a maggiore pressione e Madrid ha stanziato 25 milioni di euro per sostenere Ceuta nella loro accoglienza.

La disinformazione

A contribuire alla portata eccezionale degli attraversamenti sarebbe stata anche la diffusione di informazioni false attraverso i social network marocchini.

Secondo le testimonianze raccolte tra i migranti, online circolavano messaggi secondo cui il confine, normalmente sottoposto a rigidi controlli, sarebbe stato aperto e chi fosse riuscito a raggiungere Ceuta avrebbe ottenuto facilmente asilo oppure il permesso di proseguire verso la Spagna continentale.

La Guardia Civil spagnola ha analizzato anche gruppi Facebook, WhatsApp e Instagram che contavano complessivamente circa 400mila membri. Ma l’indagine sui materiali disponibili pubblicamente non è riuscita a identificare chi avesse promosso la campagna e, soprattutto, non ha trovato prove che la collegassero al governo o ai servizi di sicurezza marocchini oppure a una specifica rete di trafficanti. 

Nella sua ricostruzione ufficiale del 3 settembre, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha detto che il Servizio europeo per l’azione esterna aveva documentato il coinvolgimento di account e pubblicazioni appartenenti a ecosistemi informativi russi e pro-israeliani, ai quali si sarebbero aggiunti esponenti dell’estrema destra internazionale e spagnola.

Bruxelles ha chiesto alle piattaforme social di intervenire. La vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen ha convocato Meta e TikTok chiedendo un maggiore monitoraggio in tempo reale, una collaborazione più stretta con i fact-checker e la rapida rimozione dei contenuti utilizzati per facilitare il traffico di migranti. Meta e TikTok hanno annunciato rispettivamente un team e una task force dedicati alla crisi di Ceuta.

Ceuta è nell’Ue, ma ha regole particolari

Per capire perché un ingresso a Ceuta non equivalga automaticamente a un ingresso senza controlli nel resto d’Europa bisogna considerare la particolare posizione dell’exclave.

Ceuta e Melilla sono città autonome spagnole sulla costa settentrionale dell’Africa e costituiscono gli unici confini terrestri dell’Unione europea con il continente africano. Ma, come spiega uno studio del Servizio di ricerca del Parlamento europeo (Eprs), pur facendo parte della Spagna, hanno un regime particolare all’interno dello spazio Schengen. Chi lascia Ceuta o Melilla per raggiungere il resto della Spagna via mare o via aerea è sottoposto a controlli. E queste sono le uniche due possibilità per lasciare le enclave in direzione del territorio europeo.

La conseguenza è fondamentale nel valutare il rischio di movimenti verso altri Paesi europei: una persona entrata irregolarmente a Ceuta non può semplicemente prendere un traghetto o un aereo per la Spagna continentale e, da lì, circolare liberamente nello spazio Schengen e andare in Germania o venire in Italia.

Nonostante questo, dopo la crisi l’Italia ha chiesto la sospensione della Spagna da Schengen, possibilità che però non è prevista dalla legislazione europea. I singoli Stati possono invece reintrodurre temporaneamente i controlli alle proprie frontiere interne, in presenza di una seria minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna. Roma ha utilizzato questa motivazione per introdurre controlli sui collegamenti aerei e marittimi con la Spagna, motivando la decisione con il rischio di “movimenti secondari” dopo gli ingressi di Ceuta. Madrid ha risposto introducendo controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia.

Le nuove regole europee

La crisi di Ceuta è avvenuta poche settimane dopo l’entrata in vigore, il 12 giugno 2026, del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che introduce procedure specifiche proprio per gestire gli arrivi irregolari alle frontiere esterne.

Chi viene fermato a Ceuta deve innanzitutto essere sottoposto entro un massimo di sette giorni a uno screening. Le autorità devono verificarne identità e situazione, effettuare controlli di sicurezza e accertamenti sanitari e individuare eventuali condizioni di vulnerabilità. I dati delle persone arrivate irregolarmente, comprese impronte digitali, immagine del volto e dati del passaporto, devono essere registrati nel sistema europeo Eurodac.

Esistono poi procedure accelerate per le domande di asilo presentate da cittadini di Paesi considerati sicuri o che hanno generalmente un basso tasso di riconoscimento delle richieste. Il Marocco fa parte della lista Ue dei Paesi di origine sicuri. Per un cittadino marocchino questo comporta una procedura di frontiera accelerata e la presunzione che non abbia diritto allo status di rifugiato, pur mantenendo la possibilità di presentare una domanda di protezione.

In presenza di afflussi eccezionali o di una crisi provocata dalla strumentalizzazione della migrazione, gli Stati possono ottenere temporaneamente maggiore flessibilità, ad esempio estendendo i tempi per la registrazione delle domande e quelli di trattenimento alla frontiera.

Il piano di von der Leyen

Dopo gli attraversamenti di luglio, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ricordato che la protezione delle frontiere esterne è una “responsabilità europea condivisa” e ha proposto una strategia articolata in cinque punti.

Il primo è rafforzare la cooperazione con i Paesi terzi per prevenire le partenze. Il secondo è aumentare la protezione delle frontiere esterne dell’Unione. A questi si aggiungono sistemi di allerta precoce capaci di individuare crisi in preparazione, un’azione più forte contro le reti di trafficanti e l’aumento dei rimpatri delle persone che non hanno diritto a restare nell’Ue. La strategia è stata successivamente sostenuta dai ministri dell’Interno dei Paesi membri.

La regolarizzazione spagnola

Uno degli argomenti utilizzati per sostenere che la Spagna possa esercitare un “effetto calamita” sui migranti riguarda la regolarizzazione straordinaria decisa dal governo di Sánchez.

Madrid ha previsto un permesso provvisorio di soggiorno e di lavoro della durata di un anno per gli stranieri senza documenti in grado di dimostrare di avere vissuto nel Paese per almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 e di non avere precedenti penali. Le domande potevano essere presentate soltanto entro il 30 giugno 2026. 

Al 2 luglio, delle quasi 1,2 milioni di domande presentate, circa 610mila erano già state prese in carico e i richiedenti ammessi alla procedura avevano ottenuto l’autorizzazione temporanea, mentre solo circa 11mila pratiche avevano già ricevuto una decisione favorevole definitiva.

Questo significa che le persone entrate a Ceuta il 30 luglio, o successivamente, non possono beneficiare della misura: non soltanto erano già scaduti i termini per presentare domanda, ma non potrebbero comunque dimostrare di avere vissuto in Spagna per cinque mesi entro la data richiesta.

A questo si aggiunge il fatto che, una volta ottenuto il permesso, i beneficiari possono recarsi senza visto negli altri Paesi Schengen, ma solo per soggiorni brevi, fino a 90 giorni nell’arco di 180 giorni.


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