#Finsubito news dalla rete – A Ivrea c’è un posto dove una donna può ricominciare a vivere: è Cascina Vesco


Arriva con una borsa in mano e un bambino stretto vicino. Dentro ci sono qualche vestito, uno spazzolino, forse il pupazzo senza il quale lui non riesce a dormire. Le cose che si prendono in fretta quando si esce di casa senza sapere bene quando si tornerà.

Lei ha paura. Il bambino probabilmente non ha ancora capito perché quella sera non dormirà nel suo letto. Salgono fino a Cascina Vesco, sulle alture di Monte Navale. Suonano. Qualcuno apre la porta.

È da quella porta che bisogna cominciare se si vuole raccontare che cos’è la Fondazione Ruffini ETS di Ivrea. Non dagli statuti, dalle cariche o dalle riunioni del consiglio di amministrazione. Ma dalle persone che da quasi quarant’anni arrivano qui perché, per un motivo o per l’altro, la loro vita si è complicata.

Madri con figli. Bambini. Famiglie in difficoltà. Donne che devono allontanarsi da una situazione di violenza. Persone che cercano un lavoro, una casa, un po’ di autonomia. Genitori che devono ricostruire un rapporto con i propri figli.

La notizia di questi giorni riguarda proprio il futuro di questa storia.

Francesco e Edoardo

Francesco e Edoardo Ruffini

cascina vesco

La Fondazione ha nominato Paola Gamba e Vittorio Aronica nuovi componenti del Consiglio di amministrazione. Aronica assume anche l’incarico di vicepresidente, mentre Sabina Ferraris, che ricopriva quel ruolo, rimane nel CdA come consigliera. Alla guida resta la presidente Laura Lettini.

Detta così potrebbe sembrare la classica notizia da comunicato stampa: due nomine, due curriculum, qualche dichiarazione e finisce lì. Invece no.

Cascina Vesco, in via Pavone 5 non è semplicemente un posto dove dormire, è un posto dove provare a ricominciare.

Qui ha sede la Comunità genitore-bambino, destinata soprattutto a madri con figli che si trovano in condizioni di scarsa autonomia e che, per ragioni sociali, familiari o relazionali, non possono continuare a vivere da sole nel proprio nucleo familiare.

La comunità dispone di otto camere con bagno, spazi comuni, cucina, sala da pranzo, soggiorno e aree per i bambini, il tutto dentro un edificio di circa mille metri quadrati circondato da un parco di circa 22 mila metri quadrati.

Ma i metri quadrati, naturalmente, raccontano poco. Raccontano molto di più le giornate.

Una madre che arriva a Cascina Vesco non viene semplicemente ospitata. Viene accompagnata in un percorso che riguarda la relazione con i figli, la gestione della quotidianità, la salute, il rapporto con i servizi, l’organizzazione della casa e la possibilità di costruirsi un futuro fuori dalla comunità.

Anche cucinare, riordinare una stanza, accompagnare un bambino a scuola o organizzare una giornata possono diventare pezzi di quel percorso. Nel sito internet della Fondazione  la parola che ritorna continuamente è una sola: autonomia. Autonomia significa anche trovare un lavoro.

La Fondazione segue percorsi di formazione e orientamento professionale, cercando di mettere nelle mani delle persone accolte gli strumenti necessari per poter, un giorno, uscire da Cascina Vesco senza ritrovarsi esattamente al punto di partenza.

Perchè non basta aprire una porta quando qualcuno arriva. Bisogna provare a costruirne un’altra dalla quale possa uscire sulle proprie gambe. Poi ci sono i luoghi neutri.

La definizione sembra uscita da un regolamento. Dentro, invece, ci sono sentimenti tutt’altro che neutri.

Sono gli spazi in cui un bambino può incontrare un genitore o un familiare quando quel rapporto, per le ragioni più diverse, non può svolgersi liberamente, separazioni difficili. rapporti interrotti, conflitti, decisioni dei servizi sociali o dell’autorità giudiziaria.

E in mezzo, quasi sempre, c’è un bambino. Gli operatori accompagnano quegli incontri, osservano, cercano di proteggere il minore e, quando è possibile, aiutano a ricostruire una relazione.

Poi c’è l’educativa domiciliare e territoriale. Qui il percorso si rovescia.

Non sono le persone ad arrivare a Cascina Vesco. Sono gli educatori della Fondazione a entrare nelle loro case.

Entrano nella quotidianità di famiglie che attraversano un momento difficile e lavorano insieme a genitori e figli perché quella famiglia possa ritrovare un equilibrio senza arrivare necessariamente a spezzarsi.

È uno dei lavori meno visibili. Forse anche uno dei più delicati. Significa bussare alla porta di casa di qualcuno non per giudicare come vive, ma per cercare di aiutarlo a vivere meglio. E oggi le fragilità hanno molti nomi. Uno di questi è violenza.

Per il periodo 2025-2028 è stato rinnovato l’accordo che vede insieme la Fondazione Ruffini, il CISS-AC e l’associazione Violetta – La forza delle donne per garantire soluzioni immediate di accoglienza alle donne maggiorenni, con o senza figli, che si trovano in una situazione di pericolo. “Immediate…”. È questa la parola che conta.

Perché quando una donna decide di andarsene da una casa in cui non è più al sicuro non basta consegnarle un numero di telefono. C’è una domanda molto più semplice e molto più terribile. Dove va questa notte? Dove dorme? Dove porta i figli? Chi c’è dall’altra parte quando finalmente riesce a chiudersi alle spalle la porta da cui è scappata?

La rete serve anche a questo. Un’altra fragilità si chiama casa.

La Fondazione Ruffini partecipa a HABITA.garantito, il progetto costruito insieme al Consorzio IN.RE.TE., Comune di Ivrea, Fondazione di Comunità del Canavese e Fondazione Casa dell’Ospitalità, per facilitare l’accesso a un’abitazione alle persone che rischiano di restare fuori dal mercato degli affitti.

Perché oggi può capitare persino questo: avere un reddito, essere in grado di pagare un affitto e non trovare comunque nessuno disposto a darti una casa perché non hai abbastanza garanzie.

E senza una casa tutto il resto diventa più difficile.

Il lavoro. I figli. La scuola. La possibilità stessa di rimettersi in piedi.

La Fondazione prova a lavorare anche lì: facendo rete, costruendo garanzie, mettendo intorno allo stesso tavolo proprietari, servizi sociali e Terzo settore.

Poi c’è la scuola. Le educatrici di Cascina Vesco hanno partecipato anche al progetto “Città dell’uomo” del Liceo scientifico Antonio Gramsci di Ivrea, portando nelle classi dell’indirizzo Scienze umane l’esperienza maturata nella comunità.

Si parla di disagio, relazioni, fragilità, ruolo della donna. Si fanno giochi di ruolo. Si racconta agli studenti che dietro certe parole che sembrano appartenere ai servizi sociali ci sono, in realtà, persone.

Magari persone che hanno la loro stessa età.

O la loro stessa faccia.

La Ruffini continua inoltre a muoversi sul terreno della salute, uno dei temi da cui, in fondo, è cominciata tutta la sua storia.

Nel 2025 ha partecipato insieme ad associazioni e club di servizio del Canavese alla raccolta fondi che ha consentito all’ospedale di Ivrea di dotarsi di una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale per migliorare la valutazione delle risonanze magnetiche della prostata.

Nell’elenco delle cose che si fanno c’è anche l’attività culturale e di ricerca. Negli anni la Fondazione ha promosso studi, progetti educativi, percorsi di prevenzione, iniziative nelle scuole, attività contro le dipendenze, inserimento lavorativo, formazione e gruppi di auto mutuo aiuto. Ha lavorato sull’alcolismo, sul disagio, sulla disabilità, sui disoccupati, sull’inclusione sociale. Ha provato, insomma, a seguire le fragilità mentre cambiavano.

E continua anche a custodire la memoria della famiglia da cui tutto ha avuto origine.

Nel 2025, per esempio, ha sostenuto le iniziative dedicate ai 90 anni dalla morte di Francesco Ruffini, professore universitario, senatore e ministro dell’Istruzione e, infine nonno di Ada Ruffini, la fondatrice, classe 1924. Suo padre è Edoardo Ruffini Avondo, anche lui professore universitario.

Nel 1931 Francesco e Edoardo compiono una scelta che entrerà nei libri di storia. Sono infatti tra i pochissimi professori universitari italiani che rifiutano di prestare giuramento di fedeltà al fascismo. Ada cresce dentro questa storia.

Ma sceglie di portarne l’eredità su un altro terreno.

Alla fine degli anni Cinquanta è a Firenze. Frequenta un corso di fisioterapia e insieme a Lia Barile, che ancora oggi è presidente onoraria della Fondazione, contribuisce alla nascita all’ospedale Careggi di un ambulatorio gratuito per bambini e ragazzi bisognosi di fisioterapia e per le loro famiglie. Poi torna a Ivrea.

Lavora in Olivetti, dove si occupa della biblioteca e incontra un mondo culturale popolato da figure come Luciano Gallino e Ludovico Zorzi. Negli anni Settanta si avvicina all’AIAS e lavora alla costruzione di servizi destinati ai bambini con gravi patologie e alle loro famiglie. Avrebbe potuto fermarsi. Non lo fa.

Il 20 ottobre 1987 decide di trasformare quella vocazione in qualcosa destinato a durare anche senza di lei.

Nasce la Fondazione Ruffini.

Lo dice oggi la stessa Fondazione: “Ada voleva dare una forma organizzata al proprio sogno di occuparsi delle fasce deboli della società, tutelando il benessere psicofisico delle persone e prestando attenzione al disagio, all’emarginazione e alle nuove fragilità …“.

Qualche anno dopo arriva Cascina Vesco. Anche quella cascina ha una storia che appartiene profondamente a Ivrea.

Un vecchio edificio rurale di fine Settecento che diventa colonia estiva Olivetti, frequentata dai figli dei dipendenti che rimanevano in città durante l’estate. Nel 1996 la acquista la Fondazione Ruffini. Viene ristrutturata, ampliata, adeguata.

E cambia vita. Come cambiano, del resto, i bisogni di chi entra da quelle porte.

Un tempo la Fondazione lavorava molto sull’alcolismo e sulle dipendenze. Poi sono arrivati altri problemi. Altre povertà. Altre solitudini.

Oggi si chiamano violenza domestica, emergenza abitativa, maternità fragile, difficoltà educative, disoccupazione, esclusione sociale. Domani magari avranno ancora altri nomi.

È dentro questa storia che si inseriscono Vittorio Aronica e Paola Gamba.

Aronica ha alle spalle una lunga esperienza manageriale maturata in grandi organizzazioni industriali italiane e internazionali, occupandosi di innovazione, trasformazione organizzativa, sviluppo e formazione del personale. Negli ultimi anni ha spostato il proprio impegno nel Terzo settore, lavorando sui temi dell’inclusione sociale, delle fragilità e del diritto all’abitare. È già consigliere di amministrazione della Casa dell’Ospitalità ETS di Ivrea.

Paola Gamba arriva invece da una storia che attraversa mondi molto diversi.

È stata imprenditrice. Prima ancora ha insegnato nelle carceri di Torino, occupandosi di formazione e inserimento lavorativo dei detenuti. Ha lavorato per una trentina d’anni negli enti locali ed è stata per due mandati sindaca di Colleretto Giacosa, dopo esserne stata assessora.

E qui la storia quasi si chiude in cerchio.

Perché Paola Gamba ha conosciuto Ada Ruffini. Ada, legata alla famiglia Giacosa, aveva donato proprio al Comune di Colleretto Giacosa la libreria appartenuta al nonno Francesco insieme a un importante patrimonio librario familiare.

Da quella donazione nasce il Fondo Ruffini.

Oggi il Consiglio di amministrazione è composto dalla presidente onoraria Lia Barile, dalla presidente Laura Lettini, dal vicepresidente Vittorio Aronica e dai consiglieri Sabina Ferraris, Gianni Celleghin, Leopoldo Grosso, Pasquale Natale e Paola Gamba.

«Le loro competenze, la loro visione e il loro percorso professionale rappresentano un importante valore aggiunto per la Fondazione», sottolinea Lettini parlando dei due nuovi ingressi.

Quasi quarant’anni dopo Ada Ruffini, probabilmente, la questione continua a essere tutta qui. Cambiano le persone sedute intorno al tavolo del Consiglio di amministrazione. Cambiano i problemi. Cambiano perfino le parole con cui li chiamiamo.

Ma può ancora esserci una donna che arriva una sera a Cascina Vesco con una borsa in una mano e suo figlio nell’altra.

Non sa bene cosa succederà domani. Suona il campanello. E qualcuno apre la porta.




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