#Finsubito news dalla rete – Antonio Tenuta: «Sto pensando seriamente al suicidio». L’allarme dell’ex testimone di giustizia


La storia di Antonio Tenuta, oggi ex testimone di giustizia, parte da una scelta: denunciare le pressioni e le richieste estorsive subite, per affidarsi allo Stato. Secondo il suo racconto, quella decisione ha portato soltanto svantaggi: trasferimenti, perdita del lavoro, allontanamento dagli affetti, contrasti con il Servizio centrale di protezione, ricorsi amministrativi e due revoche dal programma.

Tenuta racconta di aver perso l’azienda, la casa, il lavoro, la quotidianità. Tenuta denuncia le anomalie e sostiene che alcuni documenti avrebbero rappresentato in maniera non corretta le sue decisioni sui trasferimenti. Tenuta riferisce di aver presentato denunce e ricorsi. 

Nell’intervista esclusiva rilasciata a WordNews.it emerge un vero e proprio allarme umano. L’ex testimone di giustizia racconta di aver già tentato due volte il suicidio e afferma di vivere oggi una condizione di angoscia tale da pensare ancora al gesto estremo.

«Ci sto pensando seriamente», dice.

Questa è la fotografia drammatica di un uomo che sostiene di sentirsi abbandonato.

Signor Tenuta, partiamo dall’inizio. Che cosa l’ha spinta a denunciare, a scegliere di diventare testimone di giustizia, sapendo che quella decisione avrebbe cambiato radicalmente la sua vita e quella della sua famiglia?

Ho deciso di fare questo passo, anche per volontà di mia moglie, perché siamo stati vittime di un’estorsione da parte di esponenti della ’ndrangheta di alto livello. La famiglia è denominata “Banana”. Abbiamo quindi deciso di collaborare con lo Stato e di uscire da quel tunnel delle estorsioni. Per noi non era possibile scendere a quei compromessi. Nel 2019 venivo più volte avvicinato da Marco Abruzzese, fratello di un collaboratore di giustizia. Mi chiedeva praticamente indietro una somma di 15mila euro che, secondo quanto mi diceva, aveva prestato al fratello Celestino, attualmente collaboratore di giustizia. Io mi sono opposto a quella richiesta. Gli dissi: non c’entra il fatto che io conosca tuo fratello, se tu hai dato questi soldi a lui perché devo darteli io? Poi parlai con mia moglie e lei mi disse: “Se tu paghi l’estorsione a questi signori, io chiudo l’azienda”. 

Che azienda?

Avevamo un’azienda che svolgeva servizi di guardiania e portierato per un supermercato tedesco a Cosenza e provincia. Questa situazione è durata dal febbraio del 2019 fino al 18 settembre 2019, quando ho subito un’aggressione, con minacce e pestaggio, da parte di tre fratelli che volevano da me mille euro al mese. Io fin dall’inizio mi sono rifiutato di pagare.

Sono stati condannati per l’estorsione e per l’aggressione?

Sì, sono stati condannati. C’era anche un altro soggetto che faceva da tramite tra me e queste persone, dicendomi che volevano parlarmi. Dietro tutto questo c’era la richiesta estorsiva. Dopo l’aggressione sono andato in Questura. Avevo un amico, un ispettore, che mi disse: “L’unica cosa che devi fare è denunciare. Però sappi che, una volta denunciato, entrerai in un programma di protezione perché queste sono persone di un certo livello”. E così è stato. Ho collaborato con la Procura di Potenza fino al 13 dicembre 2019, quando ci furono gli arresti nell’operazione denominata “Testa di Serpente”. Poi, il 7 febbraio 2020, arrivò la richiesta per farmi entrare nel programma di protezione. Inizialmente siamo stati portati in una località provvisoria, dove siamo rimasti dal 7 febbraio al 7 luglio 2020. 

E cosa è successo?

Ho dovuto chiudere l’azienda. Ho dovuto lasciare il mio lavoro: facevo l’autista di pullman e, dopo 35 anni di servizio, ho dovuto lasciare tutto. Ho lasciato la casa, gli affetti. Ho subito anche il furto di quello che avevo in casa e nei magazzini. Non mi è rimasto praticamente nulla. Il 7 luglio ci trasferirono nel Lazio, in provincia di Frosinone. Posso dirlo tranquillamente perché oggi non sono più sotto il servizio. Siamo rimasti lì fino al 29 gennaio 2023. Nel frattempo ci furono anche problemi con alcuni operatori.

In che senso?

Uno di loro si permise più volte di mettere le mani sulla gamba di mia moglie.

Davanti a lei?

Sì, davanti a me. Mia moglie inizialmente cercò di minimizzare. Disse che forse era stato un gesto senza malizia, che magari poteva considerarla come una figlia. Eravamo in una situazione nella quale non sapevamo neppure bene come comportarci e lasciammo perdere. Successivamente trovammo il coraggio di denunciare quello che era successo. Si aprì un procedimento, ma io non ho saputo come sia andato a finire. So che alcuni operatori vennero allontanati dal servizio. Poi siamo arrivati in Toscana. Prima ci diedero una sistemazione a Camaiore e successivamente ci trasferirono a Pisa. Sembrava andare tutto bene fino al 30 settembre 2023, quando a Pisa si giocò Pisa-Cosenza. Sapendo della partita, presi mia moglie e, con l’autorizzazione del servizio, andammo fuori regione, a Napoli. Mio figlio rimase a Pisa. Quel giorno uscì e credette di riconoscere una delle persone che avevo fatto arrestare. Successivamente gli accertamenti dimostrarono che non era lui, perché quella persona era sottoposta all’obbligo di firma a Cosenza. Nonostante questo il servizio decise di procedere a un trasferimento per motivi di sicurezza. All’inizio fui sistemato in una struttura alberghiera a Livorno. Successivamente volevano trasferirci in Sardegna. Io feci presente che in Sardegna avevo parenti e moltissimi amici che mi conoscevano. Non poteva essere, secondo me, una località sicura. Questa mia posizione venne interpretata come un rifiuto, ma io non ho mai rifiutato il trasferimento. Nei verbali scrivevo sempre “accetto con riserva”. La riserva consisteva proprio nel far presente che in quelle località avevo conoscenze. Il Servizio centrale interpretò invece questa posizione come una forma di rifiuto e arrivò la prima revoca. Ci fu anche un problema legato al mio ex avvocato amministrativista, che aveva inviato una PEC al servizio inserendo, secondo il mio racconto, informazioni molto delicate riguardanti la mia identità di copertura, il luogo dove vivevamo e la scuola frequentata da mio figlio. La revoca mi venne notificata il 27 giugno 2024. Da lì cominciò la prima battaglia. Il Consiglio di Stato mi fece rientrare nel programma. Erano state chieste informazioni alla DDA di Catanzaro e la DDA aveva evidenziato che io ero ancora in pericolo.

Una lunga battaglia?

Questa battaglia è durata dal giugno 2024 all’aprile 2025. Il 10 aprile 2025 vennero da me, in Toscana, il direttore e altri due agenti e mi comunicarono la riammissione nel programma, proprio perché permaneva la situazione di pericolo. Mi dissero di scegliere alcune città dove non avessi conoscenze.

Cosa c’entra la massoneria?

Io e mia moglie eravamo massoni. Una volta entrati nel programma abbiamo chiesto quella che viene chiamata “messa in sonno”. Formalmente si rimane appartenenti, ma non si frequenta più. Il 15 aprile facemmo un colloquio tecnico e ci chiesero quali città potessero andare bene. Io e mia moglie indicammo Trieste, Rimini, Roma, Parma, Reggio Emilia e La Spezia. Dal 15 aprile fino al 3 settembre non sapemmo più nulla. Il 3 settembre arrivò nuovamente il direttore del NOP con altri due agenti e mi dissero che il 18 settembre avrei dovuto trasferirmi a Udine. Ma Udine per me non andava bene perché conoscevo molte persone. Avevo fatto gare, organizzazioni e frequentato associazioni. Per questo dissi che non poteva essere una destinazione adatta a una persona sotto protezione. Quello che sto raccontando, tra l’altro, è registrato. Ho conservato le registrazioni telefoniche dei colloqui che ho avuto. Mi dissero: “Il servizio ti ha mandato a Udine; se non accetti si parla di revoca”. Io informai immediatamente il mio avvocato, che inviò una PEC al direttore del servizio dicendo che la località indicata era per me controindicata. Non ricevemmo risposta.

E poi?

Presentai nuove istanze il 9 settembre, il 10 settembre, il 15 settembre e ancora il 17 settembre, chiedendo di non essere mandato a Udine. Il 18 settembre si presentarono a casa nostra insieme agli addetti al trasloco. Noi dicemmo: “Accettiamo il trasferimento, ma non a Udine perché abbiamo queste conoscenze”. Nei verbali avevamo indicato anche nomi e cognomi delle persone che conoscevamo. Secondo quanto sostengo, da quel momento venne rappresentato il nostro comportamento come un rifiuto del trasferimento. Ma io continuo a dire che non avevo rifiutato il trasferimento: avevo contestato quella specifica destinazione. Successivamente vennero richiesti i pareri alla DDA e alla DNA. Secondo me quelle richieste contenevano un’informazione falsa, perché si affermava che avevo rifiutato il trasferimento in una località da me scelta. Ma Udine non era tra le città che avevo indicato. Sostengo inoltre che nel documento del 15 aprile inviato agli organi competenti sarebbero state omesse le città che avevamo effettivamente proposto. Un magistrato, quando riceve una comunicazione ufficiale dal servizio, evidentemente fa affidamento su quella documentazione. Arrivò così una nuova revoca. 

E nuovi ricorsi?

Abbiamo cercato di spiegare la situazione al TAR. Il TAR non mi concesse la sospensiva cautelare, facendo riferimento al fatto che avrei rifiutato un trasferimento verso una località da me indicata. Ho quindi presentato ricorso al Consiglio di Stato. Nel frattempo avevo trasmesso al mio avvocato amministrativista tutta la documentazione che, a mio giudizio, avrebbe dimostrato la situazione reale. Anche il Consiglio di Stato non mi concesse la cautelare sulla base, ancora una volta, del presupposto che avessi rifiutato una località che avevo precedentemente indicato. Ho cercato in tutti i modi di far comprendere la situazione. Successivamente sono tornato nella località d’origine e ho presentato una querela alla Procura di Catanzaro nei confronti del Servizio e degli operatori del NOP che, secondo la mia denuncia, avrebbero redatto verbali non corrispondenti alla realtà. Da aprile non so nulla di quella querela. Abbiamo fatto due volte richiesta ai sensi dell’articolo 335 e non abbiamo ricevuto risposta. Ritengo che ci siano state omissioni nei documenti. Ho fatto integrazioni, ho presentato documentazione, ho cercato di fare tutto quello che potevo. Nel frattempo il mio ex avvocato amministrativista mi ha consegnato tutta la documentazione depositata davanti al Consiglio di Stato e dall’Avvocatura dello Stato. Un altro fatto che ritengo molto grave riguarda una richiesta di valutazione inviata alla DNA nella quale, secondo quanto sostengo, sarebbe stato scritto che io stavo lavorando nella mia località d’origine. Io sto lavorando perché devo dare da mangiare ai miei figli. Ho anche una figlia che vive una situazione psicologica difficile. Ma sto lavorando in una provincia diversa rispetto alla mia località d’origine. Non sono mai tornato a lavorare lì. Per me questa vicenda è stata costruita attraverso informazioni che non corrispondono alla realtà e ritengo che mi abbiano voluto far pagare la denuncia fatta contro alcuni operatori. E non ti nascondo che ho tentato per due volte il suicidio. Ho 60 anni. Lavoro da quando ne avevo 19. Con sacrifici miei, di mia moglie e dei miei figli avevamo creato un’azienda che dava lavoro a trenta persone in Calabria. Non è facile chiudere tutto dalla mattina alla sera e lasciare trenta famiglie senza lavoro. E alla fine, secondo me, mi hanno raccontato delle bugie e mi hanno revocato il programma.

Facciamo un passo indietro. Quando ha compreso che le pressioni e le minacce che stava subendo non erano più gestibili da solo e che era necessario affidarsi allo Stato? C’è stato un episodio preciso che ha segnato il punto di non ritorno?

Sì. È successo nel luglio del 2019. Durante un incontro uno di loro mi disse: “Guarda, è l’ultima volta che te lo dico. Vedi di metterti a posto, perché diversamente poi non so come va a finire”. Quello fu il momento in cui capii la gravità della situazione.

Lei non si è limitato a denunciare, ma ha raccolto registrazioni e altri elementi utili alle indagini. Quanto è stato difficile continuare a vivere normalmente mentre cercava contemporaneamente di documentare quello che stava accadendo?

È stato difficilissimo. Il 18 settembre 2019, quando ho subito l’aggressione, le minacce e tutto il resto, realizzai una registrazione di 48 minuti. Andai in Questura dopo circa dieci giorni. In quei dieci giorni avevo paura che qualcuno potesse farmi del male. Quando consegnai la registrazione e raccontai quello che era successo, ebbi ancora paura. Pensavo che qualcuno potesse far trapelare la notizia che avevo registrato le persone che stavo denunciando. Avevamo una vigilanza in borghese. Noi non lo sapevamo, ma venivamo seguiti e protetti. Quello che oggi mi mette paura, però, è la situazione attuale.

Che cosa le fa paura oggi?

Non posso più tornare tranquillamente in Calabria. Ho denunciato persone di un certo livello e questa situazione mi provoca paura e ansia. Ci sono parenti, familiari, persone che prima o poi usciranno dal carcere. La ’ndrangheta non dimentica.

Lei ha parlato della famiglia Abruzzese, alias “Banana”. Sono collegati alla ’ndrangheta?

Sì, assolutamente. Si tratta di persone importanti nell’ambiente criminale e con collegamenti in diverse zone della Calabria.

Alla luce della sua esperienza, che cosa non funziona oggi nel sistema italiano di protezione dei testimoni di giustizia? 

La prima cosa è che, secondo me, non vengono mantenute le promesse fatte e non viene rispettato quello che è scritto nel programma che firmiamo. Un testimone di giustizia è una persona che fino a quel momento ha avuto una vita normale. È un imprenditore, un lavoratore. Ha bisogno, magari non immediatamente, di ricominciare a lavorare. Il lavoro è importantissimo. Ti permette di uscire da una serie di problemi psicologici. Se rimani chiuso tra quattro mura puoi anche dire: “Lo Stato mi paga e mi dà una casa”. Ma io sono più contento se lavoro, se guadagno con il mio lavoro e se non vivo sulle spalle dello Stato. Hai bisogno di uscire, di vivere. Noi testimoni di giustizia non siamo abituati a vivere come se fossimo in una specie di carcere o sottoposti continuamente a limitazioni. Quello che, secondo me, non funziona è proprio questo. Io mi sono sentito sfruttato, spremuto e poi mandato via quando non servivo più. Nel mio caso, ritengo che siano stati trovati degli espedienti per farmi uscire dal programma. 

Se oggi avesse davanti una persona sottoposta a pressioni mafiose che sta valutando se denunciare oppure no, che cosa le direbbe? Consiglierebbe ancora di affidarsi allo Stato oppure la sua esperienza le impone una risposta diversa?

Se io dovessi rifare il passo che ho fatto, non lo rifarei più. Non lo rifarei. Per assurdo sarei stato più contento di pagare l’estorsione e rimanere tranquillo nella mia città, con il mio lavoro, la mia azienda e la mia casa. Se qualcuno mi chiedesse oggi se compiere questo passo, gli direi onestamente: “Pensaci”. Perché, per quella che è stata la mia esperienza, lo Stato ti abbandona.

Lei ha appena detto di sentirsi abbandonato dallo Stato. Ha raccontato di aver tentato due volte il suicidio. Può spiegare che cosa ha provato in quei momenti?

Ero arrivato a un livello di disperazione enorme. Mi sono trovato in una situazione nella quale il gesto estremo mi è sembrato possibile. Ero arrivato alla depressione perché non ritenevo possibile essere trattato in questo modo. Mi sono sentito mortificato nell’animo. Io sentivo di aver dato tutto allo Stato e, nello stesso tempo, avevo la sensazione che lo Stato avesse fatto di tutto per farmi arrivare a quel punto. Un altro fatto molto grave riguarda la seconda revoca, che mi venne notificata il 18 novembre 2025. Avevo presentato la richiesta per il cosiddetto “progetto vita” sia nel 2024 sia nel 2025. Nel 2024, secondo quanto mi risulta, la mia domanda non sarebbe neppure stata presentata alla Commissione. Nel 2025 io e mia moglie avevamo nuovamente fatto richiesta, nel mese di ottobre, quando ancora non sapevamo della revoca. Il 18 novembre mi consegnarono un verbale dicendomi che potevo presentare il progetto vita non nella regione nella quale mi trovavo, ma in un’altra regione, la Liguria. Contestualmente mi consegnarono anche il verbale di revoca. Io mi sono chiesto: che senso ha dirmi che posso presentare il progetto vita e contemporaneamente revocarmi il programma? Il 27 novembre tornarono e mi dissero che, proprio a causa della revoca, non potevo più presentare il progetto vita. Inoltre mi intimarono di lasciare il domicilio protetto entro sessanta giorni. Mi sono ritrovato con la prospettiva di finire in mezzo alla strada. Sto combattendo anche su questo. Mi dicono che potrebbero arrivare gli ufficiali giudiziari e farmi lasciare il domicilio protetto. Io vivo tutto questo come una pressione fortissima. Sto vivendo un momento di angoscia. Non ti nascondo che penso ancora al gesto estremo. Ci sto pensando davvero. Ho trovato un lavoro e questo, almeno per il momento, mi permette di andare avanti. Sto facendo nuovamente il lavoro che facevo prima. Lo stipendio non è molto, ma almeno riesco a dare da mangiare ai miei figli. Però te lo dico con il cuore in mano, da uomo di 60 anni: ci sto pensando seriamente.

Lei ha chiesto di essere ascoltato dalla Commissione centrale?

Sì. Ho presentato numerose richieste per essere ascoltato dalla Commissione centrale.

Non è mai stato ricevuto?

Mai. Ho fatto dodici richieste e non sono stato ricevuto neppure una volta. Eppure, secondo quanto previsto dalla legge, avrei dovuto essere ascoltato entro trenta giorni. Non lo dice Antonio Tenuta, lo dice la legge. Io ritengo che non mi abbiano voluto ascoltare perché avevo con me documenti, prove e registrazioni audio che avrebbero potuto dimostrare ciò che stavo denunciando. Per questo, secondo me, hanno sempre evitato di convocarmi.


Francesco Paolo: «Lo Stato si dimentica di noi, la camorra e la malavita no»


NOTA DEL DIRETTORE:

Le parole pronunciate da Antonio Tenuta nella nostra intervista esclusiva costituiscono la denuncia di un ex testimone di giustizia nei confronti del sistema che avrebbe dovuto proteggerlo. Ma contengono una richiesta d’aiuto esplicita. Lo stesso grido di dolore lanciato da Lea Garofalo. Non ascoltato da nessuno.

Quando una persona, che racconta di avere già tentato due volte il suicidio, dichiara di pensare ancora al gesto estremo, quelle parole non possono essere archiviate.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม