La Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato questo mercoledì il rapporto finale della Commissione canonica, che sostiene esplicitamente diverse proposte di modifica del Codice di Diritto Canonico relative alla partecipazione dei laici, uomini e donne, alla vita e al governo della Chiesa.
In particolare, il documento approva modifiche ai canoni riguardanti la possibilità per i fedeli laici di esercitare «uffici, incarichi e ministeri per i quali risultino idonei e competenti, anche nell’ambito del governo ecclesiastico».
Il testo, redatto originariamente in italiano e disponibile anche in inglese, non ha carattere vincolante e dovrà ora essere esaminato da Papa Leone XIV. Si tratta di uno dei rapporti elaborati dai dieci gruppi di studio istituiti da Papa Francesco nel 2024 nell’ambito del Sinodo sulla Sinodalità, che vengono sciolti una volta conclusi e pubblicati i rispettivi lavori.
La commissione incaricata di studiare queste riforme è stata coordinata dal prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, mons. Filippo Iannone, e ha riunito diversi esperti di Diritto Canonico.
Tra i componenti figurano il cardinale gesuita Gianfranco Ghirlanda; la canonista olandese Myriam Wijlens; mons. Matteo Visioli, referendario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica; mons. Giacomo Incitti, docente alla Pontificia Università Urbaniana; il canonista ungherese Péter Szabó; mons. Alphonse Borras; il professor José San José Prisco, decano della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università di Salamanca; il sacerdote Benedict Ndubueze Ejeh, decano della Facoltà di Diritto Canonico San Pio X di Venezia; e il sacerdote italiano Gianluca Merlini, segretario della commissione.
Una riforma limitata, ma significativa
La commissione ritiene che non sia necessaria una riforma profonda dell’ordinamento canonico per attuare gli orientamenti emersi dal processo sinodale.
Secondo il rapporto, «l’attuale sistema normativo della Chiesa possiede già strumenti adeguati per una maggiore valorizzazione e designazione dei laici allo svolgimento, insieme ai pastori, di ruoli e funzioni di corresponsabilità ecclesiale».
Il documento ammette tuttavia che questi strumenti sono «spesso trascurati» e che, in alcuni casi, richiedono un maggiore consolidamento normativo per risultare più accessibili ed efficaci.
Le proposte presentate mirano quindi ad adattare alcuni aspetti del Diritto Canonico alle conclusioni del Sinodo, in particolare per quanto riguarda la partecipazione dei laici alla missione della Chiesa.
Il documento insiste inoltre sul fatto che il processo sinodale «non sottrae la competenza decisionale al Vescovo, al Collegio Episcopale o al Papa, ma integra il contributo del Popolo di Dio», attribuendo al discernimento ecclesiale un carattere più ampiamente partecipativo.
Tra i canoni che si propone di esaminare figurano il 204, 208 e 212, che affermano l’uguale dignità di tutti i battezzati e il loro diritto a partecipare alla vita della Chiesa; il 228 e il 230, che regolano la possibilità per i laici di esercitare uffici e ministeri ecclesiali; il 145, relativo agli uffici ecclesiastici; e il 275, che promuove la collaborazione tra chierici e laici.
L’infallibilità papale al vaglio
La commissione propone inoltre di rivedere i canoni 476 e 483, relativi a determinate funzioni di governo e amministrazione nelle diocesi; il canone 1112, che consente in circostanze specifiche a un laico di assistere validamente alla celebrazione dei matrimoni; i canoni 1421 e 1425, sulla partecipazione dei laici ai tribunali ecclesiastici; e il canone 749, che disciplina l’esercizio del magistero infallibile della Chiesa cattolica.
Se queste proposte dovessero andare avanti, non sarebbe la prima volta che il Vaticano prende in esame una possibile riformulazione dell’esercizio dell’infallibilità papale.
Nel giugno 2024, uno studio del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, intitolato Il Vescovo di Roma, aveva raccolto diversi suggerimenti per adattare l’esercizio del primato petrino alla luce dei risultati di decenni di dialogo ecumenico.
Maggiore peso per laici, religiosi e religiose
Tra le proposte più rilevanti figura la revisione di diversi canoni per rafforzare la dimensione sinodale dei concili particolari, dei sinodi diocesani e dei consigli pastorali.
Una delle modifiche più significative riguarderebbe il canone 443, con l’obiettivo di fare in modo che i membri del Popolo di Dio partecipanti a un concilio particolare possano avere una rappresentanza numerica equivalente a quella di coloro che ne fanno parte in ragione del proprio ufficio, ex officio, principalmente vescovi e altri responsabili ecclesiastici.
La proposta va oltre il semplice aumento della presenza di laici, religiosi e religiose.
Prevede infatti anche l’eliminazione della parola latina tantum — «soltanto» — che attualmente limita in diversi organismi ecclesiali la loro partecipazione a un voto esclusivamente consultivo.
Questa limitazione compare in vari canoni del Codice, tra cui il 443 e il 444, relativi ai concili particolari; il 466, riferito al sinodo diocesano; e i canoni 500, 514 e 536, che disciplinano rispettivamente il consiglio presbiterale, il consiglio pastorale diocesano e il consiglio pastorale parrocchiale.
Se la riforma venisse approvata, questi organismi cesserebbero di essere configurati esclusivamente secondo una logica consultiva, aprendosi a forme più strutturate di corresponsabilità nei processi decisionali.
Maggiore autonomia per le Conferenze Episcopali
Le proposte mirano anche a rafforzare il ruolo delle Conferenze Episcopali e a promuovere una maggiore decentralizzazione.
Tra le modifiche avanzate figura la revisione del canone 440 §1, per stabilire una periodicità decennale nella celebrazione dei concili particolari. L’obiettivo è favorirne una convocazione regolare e restituire loro un ruolo più significativo nella vita della Chiesa.
Si propone inoltre di modificare il canone 1112 per eliminare la necessità dell’intervento della Santa Sede quando una Conferenza Episcopale autorizza un laico ad assistere alla celebrazione dei matrimoni nelle circostanze previste dal diritto.
Le riforme comprendono anche modifiche al canone 403 §1, per definire con maggiore precisione la natura e la missione dei vescovi ausiliari nel governo pastorale delle diocesi.
Allo stesso modo, viene proposta una modifica al canone 450 §3 per consentire ai vescovi emeriti di entrare a far parte delle commissioni delle Conferenze Episcopali, valorizzando così la loro esperienza pastorale e di governo anche dopo la conclusione del loro incarico alla guida di una diocesi.
Rendicontazione nel governo episcopale
La terza parte del rapporto sottolinea che una partecipazione «il più ampia possibile» dei battezzati richiede strutture istituzionali adeguate, soprattutto nelle Chiese locali.
Il documento definisce questi organismi come «spazi primari di partecipazione», nei quali i fedeli contribuiscono secondo la propria condizione canonica, i propri carismi, ministeri e competenze.
Un’altra delle novità più significative riguarda l’introduzione di un nuovo paragrafo nel canone 391, ispirato al Documento Finale del Sinodo.
La proposta introduce esplicitamente il principio di accountability, cioè di rendicontazione, nell’esercizio del governo episcopale.
Se la modifica venisse approvata, rappresenterebbe un passo significativo verso una maggiore trasparenza nella guida delle diocesi, rafforzando l’obbligo di spiegare e motivare le decisioni pastorali e amministrative all’interno dei processi di governo ecclesiale.
Articolo precedentemente pubblicato da aciprensa – agenzia stampa in lingua spagnola del gruppo EWTN News. È stato tradotto e riadattato per la pubblicazione dal team di ewtn.it.
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