#Finsubito news dalla rete – Paradosso agricoltura: prezzi più alti e imprese che chiudono, – Sbilanciamoci


In questi mesi abbiamo girato l’Italia per costruire TerraComune: incontri nei territori, assemblee, riunioni. E c’è una frase che è tornata più o meno ovunque, detta da agricoltori che fanno questo mestiere da trent’anni o da quaranta: “non ce la facciamo più”. Ma non mi è sembrata una lamentela di categoria, quanto la constatazione di chi tiene in piedi un’azienda con margini sempre più stretti, un clima che ha smesso di rispettare le stagioni e prezzi decisi altrove.
Quella frase misura l’urgenza meglio di qualsiasi analisi. Ma anche i numeri, se si ha la pazienza di metterli uno accanto all’altro, dicono la stessa cosa.

Tra il 2021 e il 2026 il carrello della spesa è aumentato di quasi il 30%: un carrello che costava 100 euro oggi ne costa quasi 130, e l’inflazione alimentare ha corso ben oltre quella generale. Negli stessi anni le aziende agricole hanno continuato a sparire: tra il 2010 e il 2020 ne hanno chiuso 487.861, il 30% del totale. E chi è rimasto è sempre più vecchio  (i capi azienda under 44 sono scesi dal 17,6% al 13%, quelli sotto i trent’anni sono il 2,2%). Ma dietro quel numero così freddo c’è però una scena reale di pochi giorni fa quando a Torino, nel corso di un dibattito pubblico, c’era un agricoltore che non è riuscito a trattenere le lacrime nel raccontare di quanto sia difficile l’accesso alla terra per i giovani. 
Sono numeri che conosciamo tutti e che quasi nessuno mette insieme, perché insieme non tornano. Se il cibo costa di più a chi lo compra e rende di meno a chi lo produce, allora la domanda da farsi non è quanto costa il cibo, ma dove finiscono i soldi che ci spendiamo. Non sosteniamo che il cibo debba costare poco, né che debba costare molto. Sosteniamo che il modo in cui oggi si forma il suo prezzo non remunera chi coltiva né chi lavora nei campi, e scarica su di loro (e sull’ambiente) il costo di una competizione al ribasso decisa altrove. Finché potere e valore si distribuiscono così lungo la filiera, ogni obiettivo si può raggiungere soltanto togliendo qualcosa a un altro: è il motivo per cui da vent’anni le politiche agricole e alimentari si muovono a strappi, promettendo tutto e concludendo quasi niente.

Le agricolture 

C’è una distinzione che accompagna tutto il nostro lavoro: non tutti i modelli agricoli hanno la stessa responsabilità, e non tutti possono pagare allo stesso modo. Il modello industriale (quello che consuma suolo, semplifica il paesaggio, dipende dalla chimica di sintesi e concentra milioni di animali in pochi territori) impoverisce suoli e biodiversità, ha bisogno di lavoro sfruttato per stare in piedi, e contribuisce a produrre proprio il clima che poi lo mette in ginocchio.
Un’azienda di poche decine di ettari nell’Appennino e una piattaforma agroindustriale in pianura non fanno lo stesso mestiere, non hanno gli stessi costi, non hanno lo stesso potere contrattuale. Trattarle come se fossero la stessa cosa ha un effetto preciso: le regole finiscono per essere scritte su misura di chi è più grande. I numeri lo confermano: mentre mezzo milione di aziende chiudeva, la superficie media di quelle rimaste passava da 7,9 a 11,1 ettari. Meno aziende, più grandi. Stiamo ricostruendo un sistema latifondista in un paese la cui geografia è fatta di montagne, colline e terre marginali che quel modello non può coltivare, e infatti abbandona.

Che cosa chiediamo
Il documento che presenteremo il 18 ottobre raccoglie più di ottanta proposte, otto priorità, ed è il frutto di un lavoro collettivo durato mesi. Senza anticiparne i dettagli, la direzione è questa: chiediamo che si fermi il consumo di suolo e che la terra pubblica oggi ferma o abbandonata torni disponibile per chi vuole coltivarla, perché senza accesso alla terra non c’è ricambio generazionale (e i numeri sull’età di chi lavora i campi dicono quanto quel ricambio sia diventato urgente). Chiediamo che le risorse pubbliche destinate all’agricoltura smettano di premiare la dimensione dell’azienda e comincino a premiare il lavoro che genera e la qualità ambientale che produce. Chiediamo che il prezzo del cibo si costruisca a partire dai costi reali di chi lo produce, invece di essere imposto da chi compra. Chiediamo che i fondi pubblici siano legati al rispetto dei diritti di chi lavora, e che chi denuncia lo sfruttamento sia davvero protetto. Chiediamo che l’accesso a un cibo sano non dipenda dal reddito, e che i territori abbiano gli strumenti per governare il proprio sistema alimentare invece di subirlo.
E chiediamo che le risorse necessarie a tutto questo non vengano dirottate sul riarmo. Portare la spesa militare al 5% del PIL significa sottrarre decine di miliardi l’anno a sanità, istruzione, transizione ecologica e agricoltura. Le crisi degli ultimi anni hanno mostrato che un sistema alimentare dipendente da energia, fertilizzanti e mangimi importati è vulnerabile a ogni scossone lontano dai suoi campi: ridurre quella dipendenza è una politica di sicurezza, non un’opzione ecologista. Quando le forniture si interrompono, nessun esercito produce cibo.

Non una categoria, un’idea nuova
TerraComune non rappresenta una categoria.  E’ una scelta. Mette insieme organizzazioni agricole, associazioni ambientaliste e sociali, realtà del biologico, biodistretti, sindacati, gruppi di acquisto e reti territoriali — mondi che troppo spesso hanno camminato separati, ciascuno a combattere la propria battaglia in solitudine. Gli agricoltori chiedevano reddito, gli ambientalisti difendevano la transizione, i sindacati si occupavano di salari, le reti sociali di povertà alimentare. Tutti parlavano di cibo, in bolle separate, senza riuscire a pesare sul piano politico generale. Quella frammentazione non è solo una debolezza organizzativa: è parte della crisi più larga che stiamo attraversando, una crisi di partecipazione e di rappresentanza che si vede ogni volta che si va a votare. Sempre più persone si sentono escluse dalle decisioni che riguardano la loro vita quotidiana, a partire da quello che mangiano. L’idea nuova è che il cibo non sia il terreno di un settore, ma una politica pubblica, il punto in cui reddito, salute, lavoro, clima, territori e partecipazione smettono di essere temi separati e diventano la stessa questione. Da qui discende un metodo: le nostre proposte non sono la somma delle richieste di ciascuno, ma ciò che resta quando ognuno accetta che il proprio interesse immediato non è l’unico criterio. Nessuno di noi chiede una deroga per sé. Chiediamo regole che valgano per tutti. È la differenza tra rappresentare un settore e proporre una politica pubblica, ed è anche il motivo per cui un’alleanza così può reggere la prova del governo: un’agenda costruita sul privilegio di una parte non ci arriva nemmeno.
Siamo stati a lungo trattati come consumatori, come se bastasse scegliere bene allo scaffale per correggere quello che non funziona a monte. Non basta, e non è mai bastato: le scelte individuali non riequilibrano rapporti di forza. Quelle si cambiano con le leggi, con il bilancio pubblico, con i contratti. Cioè con la politica.

Il 18 ottobre
All’assemblea parteciperanno Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Con noi ci saranno don Luigi Ciotti e Luciana Castellina. Discuteremo con loro di quale spazio debbano avere il cibo e l’agricoltura nelle scelte politiche del paese. Sarà il primo di una serie di confronti: nei prossimi mesi porteremo le nostre proposte anche ad altri mondi politici.

Il giorno prima, sabato 17, saremo in piazza alla manifestazione con uno striscione di TerraComune, dietro al quale sfileranno le organizzazioni dell’alleanza. Vorremmo che quel fine settimane mostrasse che intorno al cibo esiste già un pezzo di società che si sta organizzando e sta prendendo parola, e che subito dopo torna nei territori.

Quella frase, quel “non ce la facciamo più”, non l’ho sentita da gente che si arrende. L’ho sentita da persone che fanno una cosa difficile da trent’anni e non hanno intenzione di smettere. È questo che tiene la partita aperta: la testardaggine di chi continua. Il 18 ottobre vorremmo che quella testardaggine trovasse una sala piena di persone che hanno la stessa passione e lo stesso impegno, e soprattutto qualcuno che finalmente si prende la responsabilità di rispondere.


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