L’inflazione è tornata a fare pressioni sull’eurozona. Il carovita pesa ancora una volta sulla vita quotidiana delle persone in tutta Europa, da Roma a Parigi. “Proprio mentre l’area dell’euro si lasciava alle spalle l’impennata dell’inflazione post-pandemia, nuovi shock l’hanno colpita”, avverte Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea in uscita nel prossimo gennaio, nel suo intervento da Lussemburgo. “Per la politica monetaria, questa sequenza di shock pone delle sfide”, precisa l’economista, sottolineando come l’attuale bufera “può influenzare il comportamento di famiglie e imprese, la formazione delle aspettative di inflazione e, in ultima analisi, la persistenza dell’inflazione”. Parole che tengono aperte le porte per un nuovo incremento del costo del denaro nella riunione di fine ottobre qualora i dati confermassero la congiuntura negativa.
L’Eurotower non arretra e prosegue con una rotta basata sulla totale trasparenza, definita “framework guidance” dalla presidente Christine Lagarde. Da giugno il Consiglio direttivo ha innalzato i tassi di interesse di 50 punti base, portando il tasso sui depositi dal 2% al 2,5%, con lo scopo di garantire un ritorno dell’inflazione al target del 2% nel medio termine. Schnabel smonta le critiche di chi vorrebbe ignorare gli shock negativi dell’offerta, i quali indeboliscono la produzione spingendo i prezzi al rialzo. Un approccio passivo viene considerato un errore fatale dai vertici di Francoforte. “Tassi di interesse più alti, per esempio, non elimineranno le interruzioni dell’offerta né riapriranno lo Stretto di Hormuz”, concede l’esponente del board. Questa visione appare del tutto parziale nei modelli di riferimento della politica monetaria moderna. “Se uno shock dell’offerta è sufficientemente ampio o persistente da innalzare il percorso previsto dell’inflazione al di sopra dell’obiettivo, la risposta ottimale è inasprire la politica monetaria per riportare la previsione all’obiettivo”, scandisce con fermezza la banchiera tedesca.
Secondo cui le scelte della Bce si rivelano una risposta obbligata e non un banale paracadute preventivo. Con una stretta al credito si argina la crescita della domanda aggregata e si limita la possibilità che le imprese trasferiscano i maggiori costi degli input sui prezzi al consumo, con possibili effetti di secondo livello. Ma senza questa mossa un rincaro originato nel settore energetico rischierebbe di trasformarsi in una dinamica duratura e diffusa in ogni settore. Secondo Schnabel le azioni tempestive hanno calmierato le aspettative e stabilizzato i tassi di prestito bancario reali, mitigando l’incertezza sui mercati.
I banchieri centrali navigano in acque insidiose, stretti nella morsa di turbolenze continue e sovrapposte. “Le banche centrali si trovano ad affrontare una sequenza di shock sovrapposti, con gli effetti dei precedenti disturbi che si fanno ancora sentire nell’economia”, osserva l’economista. Prima del conflitto in Medio Oriente l’indice generale stava convergendo verso il traguardo, ma il nuovo disastro energetico si è abbattuto su un processo di disinflazione ancora incompiuto. I servizi registravano aumenti superiori al 3% e il costo del lavoro continuava a crescere oltre le medie storiche. A questo si sommano le tensioni percepite in modo tangibile dai cittadini. “I ripetuti episodi di alta inflazione rendono i prezzi più salienti, aumentando l’attenzione che le persone prestano all’inflazione”, evidenzia Schnabel.
Intanto, rimarca, il panorama europeo subisce la spinta di forze imponenti e contrastanti tra loro. La dirompente espansione dell’intelligenza artificiale stimola gli investimenti e innalza i costi dei componenti critici, lo shock tariffario del 2025 frammenta i flussi commerciali globali e le maggiori spese per la difesa spingono al rialzo la domanda. Dinanzi a una simile ragnatela di variabili “sarebbe fuorviante descrivere le recenti decisioni politiche della Bce come una risposta a un solo shock negativo dell’offerta”, avverte l’esponente dell’Eurotower. In uno scenario tanto nebuloso le previsioni sull’indice generale rischiano di trarre in inganno, viziate dai future sull’energia inclini a sovrastimare i cali a venire. Per limitare gli abbagli, Francoforte pone un focus granitico sull’inflazione di fondo, isolata dalle distorsioni transitorie e capace di svelare la vera rotta dei prezzi nel medio termine.
Il long form
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L’attendismo, secondo Schnabel, rappresenta il pericolo maggiore e le proiezioni macroeconomiche di settembre impongono un’azione diretta. Lo staff della Bce intravede l’inflazione complessiva in discesa dal 3,0% di quest’anno al 2,1% nel 2028, ma le stime escludenti energia e alimentari puntano a un picco del 2,6% nel 2027 prima di una tenue flessione. Tali previsioni fotografano l’impatto degli effetti indiretti e delle inevitabili ricadute salariali, innescate da lavoratori in cerca di compensazioni per la discesa del potere d’acquisto. L’ombra del Medio Oriente allunga le filiere internazionali e gonfia i prezzi all’importazione e alla produzione per i beni intermedi e strumentali, mentre le anomalie climatiche come El Niño esasperano i rincari alimentari.
Dinanzi a questo quadro il messaggio della banchiera centrale tedesca non ammette repliche. “Le banche centrali non possono aspettare che questi effetti si materializzino. Se i decisori politici aspettassero che le imprese aumentino visibilmente i prezzi e che le negoziazioni salariali si concludano, agirebbero troppo tardi”, ammonisce l’economista. Bisogna anticipare la tempesta, formando un giudizio rigoroso sulla trasmissione degli shock per calibrare la politica di rigore. A dispetto degli aumenti nei costi dell’energia la domanda aggregata mostra resilienza, sostenuta dai consumi in tenuta e da un sentiment in recupero nei servizi e nella manifattura. Questa vitalità rischia di agevolare il trasferimento dei rincari ai consumatori finali, obbligando la Bce a mantenere alta la guardia.
L’analisi
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La ridefinizione dei tassi di interesse a breve e lungo termine lascia presagire scenari incerti per i grandi flussi di capitale. Come evidenziato da Schnabel, i tassi reali a orizzonti distanti registrano un notevole balzo in avanti, alimentati da una massiccia richiesta di finanziamenti legata agli ampi deficit pubblici internazionali e allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Queste spinte portano in alto il tasso naturale di interesse. Le dinamiche del credito dimostrano come una parte dei prestiti, in particolare quelli destinati alle società tecnologiche e ai grandi conglomerati, risulti oramai insensibile all’aumento del costo del denaro a fronte di prospettive di rendimento molto allettanti.
Il blocco di Francoforte scruta ogni dato in entrata per misurare la vera restrizione imposta al mercato e arginare i focolai di rischio. Le prossime settimane forniranno un quadro nitido della misura in cui le pressioni sui prezzi si trasferiranno al nucleo duro dell’economia europea. “Spiegando chiaramente cosa stiamo facendo e perché, promuoviamo la fiducia dell’opinione pubblica nel nostro impegno a mantenere la stabilità dei prezzi in un ambiente in cui l’inflazione è diventata più saliente”, ribadisce Schnabel in chiusura del suo discorso. Il traguardo finale, secondo la banchiera centrale, non cambia. La Bce utilizzerà ogni strumento a disposizione per garantire un percorso monetario solido, vitale per assicurare che gli attuali shock non si radichino in un’inflazione ancor più pervasiva e distruttiva.
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