#Finsubito news dalla rete – ”Contro le mafie non basta ricordare, dobbiamo agire”. Intervista a Federico Cignelli – Antimafia Duemila


A vent’anni, Federico Cignelli ha già scelto di misurarsi con le istituzioni, la scuola e il tema della legalità non soltanto come osservatore, ma come protagonista di percorsi di partecipazione. Un’esperienza iniziata nel Parlamento regionale degli studenti della Toscana, che nelle sue parole è stata una vera e propria “palestra di democrazia”, e proseguita con l’incarico di responsabile della prima Consulta provinciale per la legalità della Toscana, la seconda istituita a livello nazionale. In questa intervista per ANTIMAFIADuemila, Cignelli racconta il percorso che lo ha portato a trasformare la partecipazione giovanile in impegno concreto. Dalla formazione maturata nel Parlamento regionale degli studenti al rapporto con le istituzioni, passando per le difficoltà nel trasformare le esigenze dei ragazzi in proposte concrete.

Partirei dalla tua esperienza nel Parlamento regionale degli studenti della Toscana. Che cosa ti ha lasciato concretamente quel percorso e quanto ha inciso sulla persona e sul ruolo che ricopri oggi?
Quel percorso mi ha lasciato la consapevolezza di cosa voglia dire avere a che fare con le istituzioni e i loro rappresentanti, di quanto una singola voce in un contesto del genere può portare allo smuoversi di tante altre, mi ha lasciato la voglia di voler coinvolgere i giovani come me, specialmente quelli che meno si sentono di voler discutere di politica perché ritengono che tanto non cambierà nulla, e concretamente mi ha lasciato tante capacità, come quella di parlare in pubblico, di essere sempre pronto a risolvere un problema che mi si para davanti per quanto nuovo possa essere e mi ha fatto capire come funziona la macchina burocratica italiana, come mai le istituzioni ci mettono anni prima di far diventare concreta un’idea e lì ho capito anche tutte le limitazioni che hanno i politici, a quante persone devono dare di conto prima di prendere una scelta o di dire anche una singola frase. In quel momento ho capito di non voler assomigliare a quel sistema arrugginito che tanto è distante dalla nostra generazione, un sistema che dovrebbe dare di conto a tutti i cittadini, ma che in realtà dà di conto a ben pochi. Nell’esperienza del Parlamento regionale degli studenti non ci siamo mai fatti problemi a dire con chiarezza cosa andasse cambiato nel nostro sistema edè questo lo spirito che mi porto dietro oggi in questo mio nuovo ruolo: quello di non cadere preda degli errori degli attuali politici che promettono e non agiscono, che discutono dentro le aule, ma mai coi cittadini. Mi porto dietro la voglia di conoscere, di approfondire, di essere veramente preparato sul tema che sto trattando, e non come fanno molti per poter poi così ribattere ad un avversario, ma perché solo conoscendo bene un argomento posso spiegarlo a tutti gli altri e far capire quanto conta davvero.


 

Adesso sei responsabile della prima Consulta provinciale per la legalità della Toscana, la seconda istituita a livello nazionale. Cosa significa, per un ragazzo della tua età, assumersi una responsabilità di questo tipo?
Per un ragazzo della mia età assumersi questa responsabilità è sicuramente un onore, e come tale porta con sé il peso di dover essere sempre più preparato di chi mi trovo davanti, perché vedendomi giovane in molti a primo acchito possono pensare che sia stato messo lì per fare la bella figurina, una specie di simbolo vuoto, e invece se sono lì è perché un insieme di associazioni impegnate sul tema della legalità da una parte hanno riconosciuto il mio valore per la collaborazione nata già in precedenza e dell’altra hanno voluto sicuramente darmi un’occasione importante credendo in me. Assumersi questa responsabilità a 20 anni vuol anche dire dover gestire più vite allo stesso tempo, dall’Università, agli incontri nelle scuole e con la cittadinanza, fino al supporto tecnico ai comuni, non trascurando però anche lo svago e il divertimento che se non vivo adesso non vivrò più in futuro, vuol dire avere la testa sempre a lavoro e delle volte può sembrare di non riuscire a reggere il colpo, o di fare tanto per poi trovarsi in mano ben poco, ma a quest’età penso di potermi permettere di non pensare meramente al profitto prodotto dalle mie azioni, ma di sperimentare le mie idee attuandole grazie ad insieme di persone che come me condivide ideali ben chiari, sono quelli che abbattono le barriere tra le generazioni a mio avviso.

Spesso si parla di giovani e politica contrapponendo disinteresse e partecipazione. La tua esperienza sembra raccontare qualcosa di diverso. Il Parlamento regionale degli studenti può essere davvero una palestra per imparare a fare politica in modo serio e concreto?
Il Parlamento regionale degli studenti ha la particolarità unica di dare in mano ai giovani degli strumenti primari per allenarsi al mondo della politica per poi farglielo sperimentare con le loro stesse mani, certo vi è il supporto dei docenti referenti e del Consiglio regionale, ma è istituzione libera, apartitica e priva di condizionamento, potrà sembrare all’inizio per chi vi entra a far parte un mondo totalmente distante dalla vita di tutti i giorni, ma portare le istanze degli studenti di fronte alle istituzioni, discutere dei problemi che riguardano la nostra generazione essendo ascoltati per una volta come al pari dei politici con cui ne stiamo parlando, fa capire il vero significato della parola democrazia, per questo nel tempo questa realtà è stata appunto definita una “palestra di democrazia”, perché non porta ad imparare le svilenti logiche di partito che la politica l’hanno rovinata, ma fa tornare all’origine stessa della parola democrazia chi la pratica in quell’aula, ed è rappresentare chi in quell’istituzione ha mandato i propri rappresentanti per avere giustizia sociale in una scuola che è sempre più schiava anch’essa delle logiche di mercato, nel Parlamento regionale degli studenti si parla ancora di persone in carne ed ossa e di come migliorare la loro vita, perché a scuola noi ci passiamo gran parte delle nostre giornate, quindi si migliorare la scuola vuol dire davvero migliorare la vita delle nuove generazioni.

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Il Parlamento regionale rappresenta circa 160mila studenti delle scuole superiori toscane. Quanto è difficile trasformare le esigenze quotidiane dei ragazzi in proposte capaci di arrivare realmente alle istituzioni?

La difficoltà è grande e trova spesso gli ostacoli burocratici fin dall’inizio, anche con la possibilità di fare proposte di legge a livello regionale vederle poi attuate dal Consiglio regionale non è mai una passeggiata, abbiamo però l’unicità di essere autonomi nel redigere e votare progetti che possano realmente entrare nelle scuole e che fanno anche uscire ogni tanto gli studenti da scuola per fargli conoscere nuove realtà e proposte. Se penso alle leggi regionali nate dal Parlamento regionale degli studenti non posso non nominare quella sul bullismo e cyberbullismo che ha portato allo stanziamento di fondi per la realizzazione di percorsi volti alla prevenzione di questa piaga nelle scuole, oppure l’introduzione del diritto alla connettività nello Statuto della regione Toscana, proposta nata nel 2020 in pieno COVID quando gli incontri dovevano essere svolti per forza di cose online e si è cominciato a capire le difficoltà di chi viveva laddove la connessione ancora non è arrivata, c’è da dire che in questo caso la strada è ancora lunga ed intere zone della Toscana e dell’Italia sono prive di rete internet adeguata, e al giorno d’oggi essere fuori da quel mondo online vuole anche dire essere fuori dal mondo in generale, dico questo per fare l’esempio concreto di come anche una proposta divenuta legge ancora ha molto lavoro da fare sul lato pratico, quando invece il PRST è un’istituzione che permette di sensibilizzare sui temi che davvero toccano i giovani, dalla violenza di genere ai disturbi alimentari. E in quello, nonostante tutte le difficoltà, rimane ancora ad oggi l’unica realtà capace di coinvolgere in percorsi partecipativi centinaia di studenti si temi scelti non più PER loro, ma CON loro

Quali sono le questioni sulle quali i ragazzi stanno dimostrando maggiore sensibilità e quali, invece, vengono ancora sottovalutate dagli adulti?
Penso che in un certo senso le questioni che più stanno a cuore ai giovani sono esattamente quelle che meno stanno a cuore alla maggior parte degli adulti, tralasciando il tema della violenza di genere che è diventato fortunatamente un tema nazionale di dibattito con posizioni anche trasversali tra maggioranza e opposizione, ricordandoci che però probabilmente senza il caso Cecchettin ne sarebbe passato ancora molto di tempo prima di una vera presa di coscienza, ma come si sa ormai al giorno d’oggi solo con le disgrazie si smuovono gli animi di molti, e non dimenticandoci che ancora ad oggi però vige una forte forma di censura politica sulle scuole per parlare di educazione sessuo-affettiva che è la vera unica arma di prevenzione contro tali atti, potrei proseguire dicendo che un tema che sta a cuore ai giovani è sicuramente quello dei disturbi alimentari, che ci portano poi su tematiche forti di violenza verbale come il body shaming, gli insulti verso il corpo altrui quando non possiamo minimamente immaginare cosa stia passando quella persona, e questo per molti adulti ancora rimane un tema dove basta dire che chiudendo la bocca e non mangiando si dimagrisce portando poi davvero al peggioramento della psiche dei giovani al quale viene detto, oppure ancora il tema stringente dei disturbi mentali, dove in molti ancora credono che siano solo “caratteri particolari”, svilendo chi vive con difficoltà ogni suo giorno per la depressione o la schizofrenia, per non parlare di come però appena qualcuno viene a sapere che chi ha accanto ha una di queste patologie immediatamente diventa “lo schizofrenico” e “il depresso”. Ma il vero tema che penso stia a cuore dei giovani è quello più generale del giudizio, il vero problema è come gli altri si prendano il diritto di giudicare senza assumersi le conseguenze delle proprie azioni quando invece dovrebbero preoccuparsi della sensibilità altrui, ma purtroppo ancora se è una ragazza ad essere sensibile, guai se lo è un ragazzo.

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Veniamo al tema della legalità. Quando si parla di lotta alle mafie si pensa spesso alle grandi inchieste, ai magistrati, alle forze dell’ordine. Qual è invece il ruolo che possono avere oggi i giovani?
Oggi i giovani possono avere un fondamentale ruolo, poiché privi di sovrastrutture volte all’accettazione dell’ingiustizia, di essere i veri campanelli d’allarme contro le mafie perché riusciamo a comprendere meglio di molti adulti, ormai scoraggiati e disillusi, quando qualcuno intorno a noi sta commettendo soprusi, utilizzando la violenza e ricatto come mezzi per il potere, la nostra generazione è quella della denuncia nuda e cruda, che si sente di non avere niente da perdere perché in qualche modo ci hanno già privato di molto. La giovinezza è quella che ci permette di essere schietti, di avere meno paura di ribellarci di fronte alle ingiustizie, dal mondo del lavoro a quello della politica. Per essere concreti? I giovani denunciano molto più gli imprenditori che li sfruttano, e spesso dietro lo sfruttamento e il lavoro in nero si nascondono le braccia della criminalità organizzata, o ancora siamo sempre noi nel momento in cui vediamo nei nostri territori investimenti di capitale che portano dietro di sé spaccio e prostituzione ad avere il coraggio di dirlo con chiarezza. Noi non abbiamo la competenza dei magistrati o dei giornalisti d’inchiesta, ma la voglia di cambiare le cose si, ed è quella la nostra più grande arma.

Tu parli di giovani come “fautori attivi” della lotta alle mafie. Che cosa significa concretamente? Quali strumenti hanno a disposizione?
I più grandi strumenti che abbiamo a disposizione sono il tempo e la fluidità di ricerca online. Sembra una banalità, ma noi abbiamo l’energia e la possibilità di stare ore dietro lo schermo di un computer o in giro per i nostri Comuni a fare ricerche online e sul campo per ottenere informazioni riguardo alle inchieste di cui sentiamo parlare tutti i giorni, noi abbiamo a disposizione il tempo per approfondire capillarmente un determinato argomento e tramite la scuola gli strumenti per apprendere meglio. Mi sono trovato in più occasioni ad essere contattato dai Comuni e dalla Provincia, dalle stesse associazioni impegnate da anni per mettermi alla ricerca di notizie, atti giudiziari e pubblicazioni sugli albi pretorio riguardo ad arresti o confische definitive di beni appartenuti ai mafiosi, e ovviamente devo alle mie esperienze anche extrascolastiche le capacità di farlo, ma avendole condivise con altri ragazzi come me ci siamo ritrovati con un gruppo pronto a sentire le criticità che avevano intorno. E’ stato tramite un ragazzo della mia età che abbiamo appreso il ribaltamento di una sentenza in Cassazione di un commercialista affiliato alla Camorra e il relativo rilascio dei 3 milioni a lui sequestrati, un’informazione fondamentale per comprendere l’iter giudiziario che ad oggi ha portato alla riapertura del processo. Tutto questo lo dobbiamo alla vera grande dote dei giovani che molti adulti hanno perso da tempo, ovvero la curiosità, la nostra più grande arma contro la mafia è che siamo curiosi, che non restiamo indifferenti di fronte ai cambiamenti, che ci chiediamo ancora “perché?”

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Collegato da remoto, Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino assassinato in via d’Amelio il 19 luglio 1992 insieme ai cinque agenti della sua scorta

Scuola e cultura possono diventare strumenti di prevenzione della presenza mafiosa? E soprattutto: come si può evitare che parlare di mafia nelle scuole diventi una semplice celebrazione della memoria?
Scuola e cultura DEVONO diventare strumenti di prevenzione alla presenza mafiosa, la scuola non è solo il luogo in cui si va ad imparare l’italiano e la matematica, ma dove si impara a vivere e soprattutto a convivere, se non è la scuola per prima ad essere un presidio di legalità vengono a mancare tutti gli altri. La tanto discussa sicurezza nelle città e nei paesini non si può più pensare che sia tenuta in piedi solo dalle forze dell’ordine, abbiamo visto il fallimento del sistema punitivo negli ultimi anni, ed è per questo che con la cultura bisogna puntare ad un sistema che prevenga gli atti violenti per strada, che delegittimi la forza brutta come metodo di risoluzione dei conflitti e che permetta di comprendere come chi ci rimette poi sono proprio i più giovani, lasciati soli da un sistema pensato per gli adulti che si ritrovano ai margini della società preda di spacciatori e caporali. La cultura è allora fondamentale contro le mafie perché non possiamo più raccontarci che i mafiosi siano persone poco acculturate come Totò Riina e quelli della sua generazione, oggi le nuove mafie gestiscono interi territori instaurando la cultura del più furbo e non solo del più forte, viene insegnato come fregare le altre persone e viene normalizzato ormai da tempo, ma non solo dalle mafie, ma dalla società. Solo la scuola può rimanere un baluardo di valori sani, volti alla cultura del rispetto, e alla conoscenza come strumento per migliorare la vita altrui e non per sfruttarla. In tal senso rischiamo di perdere il vero significato delle giornate in cui parliamo di mafia nelle scuole alla nostra generazione, viene vissuto tutto come il ricordo dei caduti, celebrare coloro che sono morti per combattere la mafia, è vero che non dobbiamo dimenticare chi ci ha preceduto, ma dobbiamo capire come rendere ognuno di noi parte di questa nuova lotta, che prima ancora che contro la mafia è contro l’indifferenza, in quei giorni dove ci riempiamo la bocca di Falcone e Borsellino dovremmo invece dare in mano agli studenti una pagina di giornale dove si parla di come ancora oggi la mafia sia presente in molte vite, territori e come ancora riesca a rovinare tutto ovunque vada, per trasformare quelle giornate dobbiamo smetterla di edulcorare la società per farla sembrare più accettabile agli occhi dei giovani, e sbattergli invece un po’ in faccia lo schifo che c’è.

Un altro tema centrale è quello dei beni confiscati alle mafie. Come possono trasformarsi da simboli della presenza criminale a nuovi luoghi di aggregazione per i giovani?
Un altro tema che tocca profondamente noi giovani è la mancanza di spazi di aggregazione, ma non solo nel senso che mancano fisicamente luoghi dove poterci incontrare e discutere, anche se è vero che mancano, ma piuttosto perché anche quelli ad oggi presenti non li sentiamo nostri, quei luoghi che ci vengono offerti sembrano concessioni di spazio dato da altri, alle loro regole e per il loro bisogno di far vedere al mondo che loro ai giovani ci pensano “davvero”. In questo i beni confiscati rappresentano invece un esempio unico di come un luogo che ha provocato dolore in quel territorio, che l’ha corrotto lasciando una cicatrice profonda, possono essere essi stessi la rivalsa di quella comunità, spesso vertono in condizioni pessime, hanno bisogno di ristrutturazioni e fondi, ma soprattutto di idee, di innovazione per capire cosa realmente farci, e qui entriamo in gioco noi, noi che sappiamo veramente cosa manca in quel territorio, che non abbiamo in mente di costruirci un qualcosa che poi faccia prendere voti nella campagna elettorale successiva, noi giovani che aiutando proprio a ricostruire quel luogo lo sentiremmo allora davvero nostro e potremmo farlo tornare a vivere nuovamente.

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C’è un rischio, secondo te, che i beni confiscati vengano considerati soltanto come monumenti alla memoria? Come si può invece farli vivere quotidianamente?
Il rischio più grande in tal senso è che non vengano riutilizzati, e possiamo vedere ogni giorno come ce ne siano a migliaia in Italia che per l’appunto sono lasciati a loro stessi, abbandonati e nemmeno considerati come monumenti di memoria, perché il più delle volte che quello sia un bene confiscato viene celato, nascosto, come se fosse una vergogna la sua sola presenza, perché è vero che rappresenta il fatto stesso dell’infiltrazione della mafia in quel territorio, e che molte amministrazioni comunali allora partono ai ripari per paura di perdere turisti se si sapesse di una tale presenza, ma a chi la pensa così dovrebbe essere spiegato che quel luogo è invece il segno della vittoria dello Stato sulla mafia e che quella vittoria finché quel bene non verrà riutilizzato è solo a metà, lasciarlo vuoto significa come dichiarare ai mafiosi che loro riuscivano a farlo funzionare e la gente onesta no. Questi beni possono diventare case di cura per anziani, per soggetti con disabilità o dipendenze, centri antiviolenza, presidi sociosanitari e case per l’emergenza abitativa che è sempre più dilagante nel nostro Paese, non c’è una formula fissa per farli rivivere, ma possono servire ad ogni comunità secondo le proprie necessità, possono rispondere ai problemi concreti dei cittadini e diventare nuovi presidi vivi di legalità.

In provincia di Grosseto stai lavorando insieme ad altri soggetti a un progetto che coinvolgerà oltre 2.000 studenti, dalle scuole elementari alle superiori. Da dove nasce questa iniziativa e quale obiettivo vi siete posti?
L’iniziativa nasce dall’aver rilevato in Provincia di Grosseto una totale mancanza di discussione su come la mafia sia arrivata nel nostro territorio, chi le ha aperto la porta e come soprattutto richiuderla definitivamente per evitare ogni possibile ritorno. Nasce perché in questo territorio di fronte alla crisi economica degli ultimi anni sono stati accettati investimenti di soggetti poco chiari che si sono per l’appunto poi rivelati annessi alla criminalità organizzata e che hanno così creato voragini nella nostra società. Nasce in parole povere perché non potevamo più accettare che la paura di dire chiaramente come stessero le cose prendesse ancora una volta il sopravvento. In provincia di Grosseto abbiamo all’incirca 50 beni confiscati sparsi su 5 comuni andiamo da villette a casali con terreni annessi, da Cosa Nostra alla ’Ndrangheta e questo progetto nasce per poter dire chiaramente alle nuove generazioni, dai bambini agli adolescenti, cosa ci sia davvero nel territorio che vivono, tagliando la favola dell’isola felice che ci raccontiamo da sempre. Ci siamo posti un unico grande obiettivo, ovvero quello di parlare liberamente e sinceramente nelle scuole senza il timore di generare scandalo o dispiacere a chi per anni ha voluto tenere sepolte queste verità, vogliamo “solo” scuotere i giovani prima che sia troppo tardi ed evitare che facciano come gli adulti che incontro quotidianamente, che mentre gli dico che la mafia è una criticità anche nostra continuano a sbraitare contro un televisore non capendo che il vero problema è proprio accanto a loro.

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Qual è il messaggio che vorresti rimanesse a quei 2.000 ragazzi al termine del progetto?
Vorrei che capissero che parlare delle criticità del proprio territorio è l’unico vero modo per liberarlo dai soprusi, che non possiamo più continuare a mettere la polvere sotto il tappeto aspettando che qualcun altro la tolga al posto nostro, ma che è arrivato il nostro momento di agire, di diventare protagonisti di questa società che ci lascia ancora ai margini e che ci racconta falsità solo per tenerci calmi nel terrore che un giorno si capisca davvero che il vero problema sono i politici che hanno aperto i palazzi a mafiosi, corrotti e violenti e non chi manifesta contro di loro nelle piazze.

Parli di una “cultura dell’omertà” che rischia di diventare sempre più diffusa. Quanto incidono oggi i social, il gruppo dei pari e la paura di esporsi nel determinare questo atteggiamento?
Il social oggi influiscono diciamo in maniera esponenziale sia per quanto riguarda la diffusione dell’omertà che il suo esatto opposto. Tramite i social è infatti possibile arrivare ad un numero così grande di persone che nemmeno girando tutte le città del nostro Paese sarebbe possibile arrivarci, ma questo porta con sé la possibilità di essere derisi, criticati, sovraesposti agli insulti di chi nemmeno ci conosce, perché dietro ad uno schermo ci sentiamo così sicuri, non capiamo di poter ferire veramente la persona che sta dall’altra parte e quindi ci lanciamo in accuse e insulti che mai avremmo il coraggio di dire nella vita di tutti i giorni, e se dall’altra parte la persona non è abbastanza forte questo la porta a chiudersi e meditare di non esprimere mai più la sua opinione, ma piuttosto omologarsi a quella altrui. Il vero problema che riscontro oggi è quello di una società che non educa più al fallimento come mezzo per crescere, è stato invece demonizzato facendo passare l’idea che solo chi vince merita di essere ascoltato, che la vittoria sia il bene assoluto e la sconfitta il suo estremo opposto, e questo vuol dire che se una voce si alza fuori dal coro per dire anche la cosa più ovvia, ma lontana dal pensiero comune, quella persona va isolata e distrutta moralmente, perché è passata l’idea che il pensiero comune, quello delle masse manipolate, sia quello vincente, e qualsiasi altro ti porti a perdere, a perdere tempo, energie, a faticare. Siamo la generazione a cui è stato detto di seguire la strada facile perché sennò su quella difficile saremmo caduti e fatti male, per questo facciamo fatica a rialzarci, ma sempre per questo è nostro dovere farlo.

Torniamo al punto di partenza: il Parlamento regionale degli studenti. Cosa consiglieresti oggi a un ragazzo che viene eletto ma pensa che, alla fine, le sue idee non cambieranno nulla?
Gli consiglierei di guardarsi intorno, perché finché pensa che quelle idee siano soltanto due è praticamente impossibile convincerlo che potranno mai cambiare qualcosa, ma il bello di un ambiente come il Parlamento regionale degli studenti è proprio ritrovarsi con propri coetanei che scoprirà condividono molte di quelle due stesse prospettive, e così confrontandosi con loro, con i docenti referenti e con gli uffici del Consiglio regionale si renderà anche conto di come si possano realizzare quelle che lui pensa solo come teorie, solo costituendo una comunità vera all’interno di un’istituzione del genere è possibile mettere in pratica i propri pensieri, ricordandosi sempre che se quei propositi rispecchiano le esigenze degli studenti che rappresenta allora ne troverà a centinaia pronti ad aiutarlo a realizzarle. Un grande professore una volta mi disse che alla fin fine anche la Costituzione italiana è praticamente un insieme di idee e buoni propositi scritti magistralmente dai padri e dalle madri costituenti, ma che se lanciata per terra rimane lì ferma e immobile, è sulle nostre gambe che dobbiamo farla vivere e camminare, stessa cosa per le nuove esigenze della comunità studentesca, se rimangono chiuse nelle classi e nelle scuole non diverranno mai realtà.

La partecipazione giovanile viene spesso invocata dalle istituzioni. Ma cosa dovrebbero fare concretamente le istituzioni per dimostrare ai ragazzi che ascoltarli non significa soltanto concedere loro uno spazio simbolico?
Le istituzioni dovrebbero fare in realtà una cosa molto semplice per dimostrare ai ragazzi che li stanno ascoltando seriamente, ovvero mettersi ad un tavolo con chi questa nuova generazione la rappresenta, dalle consulte giovani comunali, a quella provinciale degli studenti fino al Parlamento regionale, unico sul panorama nazionale in Toscana, e rendere almeno una delle loro richieste una proposta di legge, da discutere in Parlamento e portare a termine. Non basta più ascoltare i giovani per dire che ci si interessa a loro, e non basta più fare leggi apposite sui giovani nell’ottica di ottenere i loro voti, la necessità vera oggi è vedere delle decine di idee portate avanti dalle nuove generazioni almeno una che diventi legge, trasversale, che aiuti tutti i giovani e non solo quelli con la tessera di partito in mano a seconda di chi vince le elezioni.

A vent’anni hai già attraversato esperienze istituzionali importanti e oggi ti occupi di legalità. Qual è la sfida che senti più urgente per la tua generazione?
La sfida che ritengo più urgente per la mia generazione è quella di tornare a sentirci comunità. Girando la Toscana e altre zone dell’Italia ho visto che ormai si è sostituita sempre più all’idea di comunità quella di società, e la grande differenza è che nelle società noi siamo tutti numeri, la nostra utilità è basata su quanto produciamo, quanto siamo efficienti e quanto valiamo come singoli, veniamo considerati bravi se facciamo successo da soli mettendo da parte amici e famiglia pur di raggiungere obiettivi imposti da altri e che non ci rappresentano. La sfida più grande oggi penso allora che sia la lotta all’omologazione e all’indifferenza, riuscire a scardinare i principi di un individualismo dilagante che mette tutti contro tutti, ma mai gli sfruttati contro il sistema che li sfrutta. “Dividi et impera” questo motto latino è quello che mi viene in mente se penso al nostro presente, dobbiamo riappropriarci di passioni ed interessi comuni, rimodulare il nostro modo di stare con gli altri, perché ormai ci stiamo solo per divertirci, per andare a bere e svagarci distogliendo il nostro sguardo il più possibile dal dolore, la sfida vera è tornare a stare con gli altri per parlare del nostro dolore, dei nostri problemi, e trovare soluzioni condivise.

Se dovessi spiegare a un coetaneo perché vale ancora la pena interessarsi alla politica, alla scuola e alla legalità, non attraverso uno slogan ma sulla base della tua esperienza personale, cosa gli diresti?
Ma in realtà non starei a dirgli nulla, lo porterei con me in qualche scuola, a qualche evento pubblico e a qualche incontro con gli amministratori locali e regionali, gli farei vedere e toccare con mano cosa significhi fare politica, ovviamente facendogli anche conoscere chi potrebbe dargli gli strumenti teorici di base, perché è così che hanno fatto con me, un ragazzo poco più grande di me ritenne che io potessi candidarmi per il Parlamento regionale degli studenti nella mia scuola perché l’aveva già fatto lui e altri ragazzi e ragazze mi fecero vedere come si poteva organizzare un evento o un percorso nel mio territorio, da lì ho capito quanto avrei potuto fare, quanto avrei potuto dare agli altri. A questo ragazzo o ragazza direi solo di ricordarsi che se si fa politica la si fa per gli altri e non per noi stessi, che chi viene eletto è al servizio dei cittadini e non è padrone e che quindi chi vuole fare vera politica deve capire il valore del servire prima che del comandare, solo mettendosi in gioco fin dall’inizio con pochi strumenti in mano potrà capire se è quella davvero la sua strada, se gli fosse già dato tutto e avesse la strada pronta allora vivrebbe quella della politica come una delle migliaia di esperienze già vissute, è invece facendogli cogliere la fatica fin dall’inizio che potrà considerare unica e irrepetibile quell’occasione. Non tutti facciamo politica allo stesso modo, ma nessuno di noi potrà mai essere completamente apolitico, dalla scelta dei prodotti durante la spesa al lavoro che scegliamo di fare tutto è politica, perché in ognuno di quei gesti ognuno può cambiare qualcosa di questa società.
 


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