In Italia non tutti pagano tasse e contributi previdenziali. I debiti crescono e si accumulano. Lo Stato prova a recuperare crediti del valore di miliardi, 1.331 secondo le ultime rilevazioni. Ma mettere i soldi in cassa è un’impresa. L’ultima legge di bilancio ed un successivo provvedimento ad hoc hanno messo in campo due strumenti fiscali mirati: la Rottamazione-quinquies ordinaria e la Rottamazione-quinquies per gli enti territoriali.
La prima riguarda i carichi affidati all’Agente della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2023 (come i versamenti Irpef, Iva, contributi Inps). La seconda permette a Regioni, Province e Comuni di applicare la sanatoria alle entrate locali (come Imu, Tari, multe stradali) affidate alla riscossione dal 2000 al 2023. Questa formula è ad adesione facoltativa da parte di ciascun singolo Comune.
Nei giorni scorsi l’Agenzia delle entrate – Riscossione ha pubblicato l’elenco dei 1.481 enti, tra Comuni, Province e Regioni che hanno aperto a questa formula di definizione agevolata. Domande al via dal prossimo 16 ottobre e pagamenti da marzo 2027.
Le due procedure permettono ai contribuenti di estinguere i debiti affidati all’agente della riscossione pagando solo l’importo del capitale residuo e le spese di notifica – in un’unica soluzione o a rate bimestrali di identico importo – con lo stralcio totale di sanzioni, interessi di mora e aggio.
I numeri monstre del debito fiscale
Al 31 dicembre 2025 il cosiddetto “magazzino della riscossione”, ha raggiunto l’importo di 1.331 miliardi di euro. Si tratta di una dimensione finanziaria pari a circa il 59% del Pil nazionale e a quasi tre volte l’ammontare complessivo delle entrate tributarie annue dello Stato.
Questo imponente stock è il risultato di un percorso lungo un quarto di secolo (2000-2025), durante il quale gli enti creditori (Agenzia delle Entrate, Inps, Inail, Comuni e Regioni) hanno consegnato alla riscossione un carico lordo totale di 1.957 miliardi di euro. Nel corso degli anni, da questa cifra originaria sono stati sottratti 431,4 miliardi di euro in sgravi per indebito, annullamenti, condoni e stralci disposti per legge, oltre a 194,7 miliardi di euro effettivamente incassati. Quel che ne rimane è una montagna di crediti residui che continua a pesare sui bilanci pubblici pur avendo una capacità di recupero estremamente ridotta.
Si punta a recuperare circa 100 miliardi
La somma che si potrebbe mettere in cassa è pari a circa 100 miliardi dei 1.331 di residuo contabile. Lo conferma una recente analisi del Centro studi Unimpresa realizzata sui dati della Corte dei conti. Dunque solo il 7% di quanto accantonato negli anni e oggi contenuto nel magazzino della riscossione risulterebbe effettivamente esigibile.
Una quota pari a 588,1 miliardi di euro (il 44% dell’intero magazzino) viene classificata dagli stessi giudici contabili come “di difficile o impossibile recupero”. Circa 254,2 miliardi di euro sono intestati a persone decedute o a imprese ormai cessate. Altri 149,3 miliardi di euro fanno capo a soggetti coinvolti in procedure concorsuali (fallimenti, liquidazioni giudiziali o concordati preventivi), dove l’attività di recupero si limita all’insinuazione al passivo. Ci sono poi 137,9 miliardi di euro che gravano su soggetti censiti dall’Anagrafe tributaria come nullatenenti (privi di redditi, immobili, conti correnti o beni aggredibili). A questa massa irrecuperabile si aggiungono 46,7 miliardi di euro temporaneamente sospesi a causa di contenziosi legali, provvedimenti di autotutela o dall’adesione dei debitori a misure come la Rottamazione-quater.
Se si sottraggono questi 588,1 miliardi dal totale dei 1.331 miliardi non versati, la quota teoricamente aggredibile ammonterebbe a 742,9 miliardi di euro. Tuttavia, dice l’analisi di Unimpresa, su ben 609,9 miliardi (l’82% di tale quota) l’Agenzia ha già tentato ed esperito azioni esecutive o cautelari (pignoramenti presso terzi, fermi amministrativi, ipoteche) che non hanno generato incassi consuntivi. Tolti altri 40 miliardi di euro circa vincolati da piani di rateizzazione attivi non ancora scaduti, il portafoglio crediti realmente aggredibile si riduce ad appena 93,1 miliardi di euro: poco meno del 7% dell’intero magazzino contabile.
Un’entrata annua di 16,8 miliardi a fronte di 85 miliardi di nuovi ruoli
Nel corso del 2025, l’attività dell’Agente della riscossione ha registrato un risultato positivo sul piano operativo, con un recupero totale di 16.793,9 milioni di euro, con un incremento del 5,0% rispetto al 2024 e del +141,6% rispetto ai minimi del 2021.
La ripartizione dei recuperi nel 2025 vede in prima fila, l’Agenzia delle Entrate con 9.634,9 milioni di euro (pari al 57,4% del riscosso totale, +8,0% sul 2024). Segue l’Inps con 3.788,6 milioni di euro (22,6% del totale). Poi i Comuni e le Regioni con 2.000 milioni di euro complessivi (11,9% del totale, suddivisi in 1.020,7 milioni agli enti locali e 979,3 milioni alle Regioni). Infine l’Agenzia delle Dogane.
Seppur significativo, il totale incassato nel 2025 rappresenta appena l’1,3% del magazzino complessivo. Il vero ostacolo allo smaltimento del debito risiede nel flusso continuo di nuovi affidamenti. Nel quinquennio 2021-2025, gli enti creditori hanno consegnato alla riscossione una media annua di 85,1 miliardi di euro di nuovi ruoli, ripartiti in circa 20,5 milioni di cartelle e relativi a 11,21 milioni di contribuenti ogni anno. Con questo flusso la dimensione del magazzino è destinata a crescere ulteriormente.
A conferma dell’invecchiamento dei ruoli, il 25% del valore residuo (pari a 333,2 miliardi di euro) si riferisce ad affidamenti antecedenti al 2011 – giacenti da oltre quindici anni -, il 33% risale al periodo 2011-2017 e soltanto il 42% si riferisce al periodo più recente tra il 2018 e il 2025.
Il peso dei micro-crediti e il ruolo dei “grandi debitori”
La platea dei soggetti iscritti a ruolo al 31 dicembre 2025 conta 23 milioni di soggetti unici, di cui 19,3 milioni di persone fisiche (con 2,7 milioni di titolari di partita Iva o attività economiche) e 3,7 milioni di persone giuridiche.
Dall’analisi emerge un forte tratto di recidività: il 61% dei debitori risulta iscritto a ruolo per almeno 10 annualità diverse, e un ulteriore 10% per almeno 5 anni. Questo dimostra come oltre 7 milioni di contribuenti abbiano una posizione di insolvibilità o conflittualità cronica con il fisco italiano, e non situazioni legate a episodi isolati.
I crediti complessivi sono suddivisi in oltre 315 milioni di singoli titoli, distribuiti in circa 191 milioni di cartelle e avvisi di accertamento. I micro-crediti sono il 76% dei titoli ha un importo unitario inferiore a 1.000 euro. Si tratta di milioni di posizioni polverizzate i cui costi amministrativi di recupero spesso superano il valore del debito stesso.
Le posizioni superiori a 10.000 euro costituiscono appena il 4,4% delle cartelle totali, ma concentrano il 75,6% del valore finanziario del magazzino.
Particolarmente indicativo è il ruolo dei “grandi debitori” (soggetti con pendenze superiori a 500.000 euro). Pur rappresentando soltanto il 3% della platea totale dei contribuenti iscritti a ruolo, nel 2025 questi soggetti hanno generato il 36% delle riscossioni complessive. Il portafoglio crediti ammonta a 388,9 miliardi di euro. Di questa somma, 253,5 miliardi sono già stati sottoposti ad azioni esecutive infruttuose, mentre per ben 122,6 miliardi di euro l’Agente della riscossione non ha ancora avviato alcuna azione cautelare o esecutiva.
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