#Finsubito news dalla rete – Università e centri di ricerca, un altro fronte della competizione tra Occidente e Cina


La preoccupazione sta crescendo oggi, forse con qualche decennio di ritardo, in tutto l’Occidente: le università e i centri di ricerca, proprio perché aperti, internazionali e interconnessi per loro natura e missione, possono diventare una superficie di vulnerabilità per gli Stati democratici. Non è soltanto una questione di spionaggio. È il risultato della sovrapposizione tra competizione tecnologica, sicurezza economica, intelligence e ricerca scientifica. E anche delle difficoltà finanziarie di molti sistemi universitari, che aumentano la dipendenza dai finanziamenti esterni.

Il caso più recente è quello britannico. Il 30 settembre il Security Service (MI5) ha emesso il suo primo “Espionage Alert” rivolto alle università, mettendo nel mirino il China General Technology Research Institute (CGTRI). Secondo il servizio britannico per la sicurezza interna, l’istituto ha legami molto forti con il ministro della Sicurezza dello Stato, il servizio d’intelligence civile cinese, e finanzia ricerca destinata a rafforzarne le capacità tecniche. Più di cento accademici collegati al Regno Unito hanno contribuito a progetti finanziati dal ministero cinese attraverso quell’istituto, in settori come intelligenza artificiale e cybersecurity. In alcuni casi, avverte MI5, i ricercatori potrebbero non essere stati consapevoli del coinvolgimento dell’istituto.

Il dettaglio più interessante è proprio questo: il finanziatore effettivo può essere molto più difficile da individuare di quanto sembri. Un’inchiesta di UK-China Transparency ha ricostruito i legami tra l’istituto e un fondo congiunto con la National Natural Science Foundation of China, attivo dal 2015, i cui bandi comprendevano già aree come crittografia post-quantistica, sicurezza delle comunicazioni, information hiding, sicurezza delle reti e analisi di vulnerabilità. Negli anni successivi sono comparsi AI, sicurezza dei chip, AI agents, steganografia e altre tecnologie con evidenti applicazioni dual use.

Il caso non nasce nemmeno con l’alert di settembre. A febbraio il governo britannico aveva convocato oltre settanta vice-chancellor per un briefing con il direttore generale di MI5, Ken McCallum, e il capo del National Cyber Security Centre, Richard Horne. Si era parlato di tentativi di influenzare ricerca e insegnamento, ma anche dell’uso di piattaforme professionali e incentivi finanziari per costruire rapporti con accademici e studenti. Londra aveva contemporaneamente pubblicato nuove linee guida sulla protezione dell’istruzione superiore dalle ingerenze straniere e rafforzato il sistema di sicurezza della ricerca.

A settembre, dunque, il salto è stato soprattutto qualitativo: MI5 ha indicato un’organizzazione precisa, ne ha denunciato pubblicamente i legami con l’intelligence cinese e ha chiesto agli atenei di verificare le collaborazioni. Non è la storia di professori britannici necessariamente consapevoli di lavorare per un servizio segreto. È la storia di un sistema nel quale può essere difficile per un singolo ricercatore ricostruire l’intera catena che porta dal finanziamento alla ricerca e dalla ricerca all’utilizzo finale.

Quasi contemporaneamente, la Corea del Sud si è trovata davanti a un problema simile, ma ancora più vicino al cuore della competizione industriale. Il National Intelligence Service starebbe monitorando circa ottanta ricercatori di alto livello considerati obiettivi del reclutamento cinese, soprattutto nei semiconduttori e nelle batterie, ha raccontato il Korea JoongAng Daily. Il problema non è soltanto l’accesso a informazioni riservate: è la capacità di sottrarre talento in settori nei quali la conoscenza scientifica, la competitività industriale e la sicurezza nazionale coincidono.

È questa sovrapposizione a spiegare perché il fenomeno non sia più soltanto una questione britannica o cinese.

Negli Stati Uniti la sicurezza della ricerca è ormai una funzione esplicita della National Science Foundation, che la definisce come la protezione della ricerca finanziata dal governo federale da interferenze e sfruttamento da parte di governi stranieri. A luglio l’ente ha annunciato una politica che vieta, per i progetti da essa finanziati, collaborazioni con enti presenti nelle liste statunitensi di soggetti sottoposti a restrizioni.

In Canada esistono già da tempo linee guida nazionali per integrare la sicurezza nazionale nella valutazione e nel finanziamento delle partnership di ricerca. Dal maggio 2024, per i grant destinati a determinate tecnologie sensibili, i ricercatori non possono essere affiliati o ricevere sostegno da università e laboratori collegati a strutture militari, di difesa o di sicurezza considerate rischiose per la sicurezza canadese.

L’Australia ha costruito un sistema ancora più articolato. Dal 2024 i grant dell’Australian Research Council sono sottoposti a controlli di sicurezza rafforzati, che comprendono verifiche sulle affiliazioni straniere e sulle fonti di finanziamento. A maggio 2026 il governo ha comunicato di aver respinto tredici domande di finanziamento per ragioni legate a sicurezza, difesa o relazioni internazionali.

Anche l’Unione europea ha trasformato questa preoccupazione in una politica comune. Nel 2024 il Consiglio ha adottato una raccomandazione sulla sicurezza della ricerca, individuando tre rischi principali: trasferimento indesiderato di conoscenze, ingerenza straniera e violazioni dell’integrità della ricerca. A febbraio la Commissione ha pubblicato il primo “Research Security Monitor” e sta lavorando alla creazione di un Centro europeo di competenza.

Il principio europeo è significativo: «il più aperto possibile, chiuso quanto necessario». Perché il problema è proprio questo. La forza delle democrazie è l’apertura dei loro sistemi scientifici. Università internazionali, mobilità dei ricercatori, pubblicazione dei risultati, collaborazione con imprese e istituzioni straniere sono una parte essenziale della loro capacità di innovare. Ma sono anche una superficie d’attacco.

Il Giappone mostra quanto sia ormai difficile separare questa questione dalla sicurezza economica. Tokyo ha sviluppato politiche che collegano protezione delle tecnologie critiche, ricerca, industria e sicurezza nazionale. Nel dicembre 2024 il ministero dell’Istruzione ha formalizzato il proprio approccio alla sicurezza della ricerca e ha iniziato a sperimentare misure specifiche nell’erogazione dei finanziamenti alla ricerca.

Non è quindi un fenomeno coordinato né una scoperta improvvisa. È una convergenza. Paesi diversi, partendo da esperienze e minacce differenti, stanno arrivando alla stessa domanda: quanto è sicuro un sistema di ricerca costruito per essere aperto?

E qui si aggiunge una seconda vulnerabilità, meno geopolitica e più economica. Le università hanno bisogno di soldi. I ricercatori hanno bisogno di grant. In sistemi nei quali la capacità di attrarre finanziamenti esterni pesa sulla carriera accademica, la pressione a trovare nuove fonti di reddito può diventare strutturale. È una vulnerabilità che non richiede un ricercatore corrotto. Può bastare un accademico perfettamente in buona fede, con un laboratorio da finanziare, pochi grant disponibili e un partner straniero disposto a mettere risorse sul tavolo. Dall’altra parte può esserci uno Stato capace di guardare alla ricerca non come a una somma di progetti individuali, ma come a un ecosistema strategico nel quale università, imprese, fondi pubblici e apparati di sicurezza possono contribuire allo stesso obiettivo.

È una delle asimmetrie fondamentali tra democrazie e autocrazie. E spiega perché le minacce contemporanee siano sempre più difficili da classificare: un finanziamento può essere un finanziamento, un’assunzione può essere un’assunzione, una partnership può essere una partnership. Ma ciascuno di questi elementi può anche diventare parte di una strategia più ampia di acquisizione di tecnologia, talento o influenza.

È qui che entra in gioco il concetto di minaccia ibrida: non necessariamente un’operazione clandestina spettacolare, ma l’utilizzo coordinato di strumenti economici, accademici, tecnologici e informativi per ottenere un vantaggio strategico.

L’Italia non è fuori da questa trasformazione, anche se il dibattito procede ancora a pezzi. Il governo ha varato nel novembre 2024 un piano per la sicurezza della ricerca, ma su base volontaria e attraverso l’autovalutazione degli atenei. Nel frattempo, il sistema universitario continua a muoversi tra partnership internazionali, dipendenza dai finanziamenti esterni e rapporti con istituzioni cinesi considerate strategiche da Pechino. La stessa intelligence italiana ha segnalato il rischio che attori stranieri cerchino di appropriarsi delle conoscenze più avanzate del Paese.

La questione, però, non riguarda soltanto ciò che arriva dall’estero. A Torino, nei mesi scorsi, una lettera di docenti del Politecnico contrari all’estensione delle collaborazioni con il settore della difesa ha riaperto il confronto su un’altra domanda: dove finisce la ricerca civile e dove comincia la sicurezza nazionale? Intelligenza artificiale, cybersicurezza e protezione delle infrastrutture sono ormai tecnologie dual use, difficili da separare in compartimenti stagni. Il problema diventa allora anche come governare il rapporto tra università, industria e sicurezza, garantendo autonomia e controllo senza ignorare la competizione tecnologica.

È una contraddizione che l’Italia condivide con il resto dell’Occidente: proteggere il proprio patrimonio scientifico senza trasformare l’università in una fortezza e, allo stesso tempo, decidere quali competenze debbano entrare nella filiera della sicurezza. Il punto non è più soltanto difendersi dalle ingerenze. È capire come governare un sistema nel quale ricerca, tecnologia ed economia sono diventate parte integrante della sicurezza nazionale.


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