#Finsubito news dalla rete – Claudia Conidi Ridola: «La morte di Denise è un fallimento dello Stato»


Carmine Venturino è stato il fidanzato di Denise Cosco, è stato coinvolto nell’omicidio di Lea Garofalo ed è stato condannato in appello a 25 anni di reclusione. Dopo la sentenza di primo grado, nella quale gli era stato inflitto l’ergastolo, decise di parlare e indicò il luogo nel quale erano stati nascosti i resti della testimone di giustizia. Grazie alle sue dichiarazioni, in un tombino di San Fruttuoso furono rinvenuti 2.810 frammenti ossei e la collana di Lea.

Oggi Venturino sta proseguendo l’espiazione della pena in detenzione domiciliare.

L’avvocata Claudia Conidi Ridola, che lo ha assistito in alcuni procedimenti, lo descrive come una persona «realmente pentita» e profondamente colpita dalla morte di Denise. Nell’intervista affronta le differenze tra testimoni e collaboratori di giustizia, le carenze della legge, l’abbandono istituzionale e le conseguenze subite dai figli minorenni coinvolti nei programmi di protezione. Per Conidi Ridola, la morte di Denise non può essere ridotta a una tragedia privata: è anche il segno di un fallimento istituzionale.

Avvocata Claudia Conidi Ridola, che cosa ha provocato la morte di Denise Garofalo?

A mio avviso non esiste una causa unica che abbia determinato il suicidio della povera Denise. Del resto, c’è la Procura di Velletri che sta indagando sulle possibili concause. Di certo Denise si è tolta la vita per il motivo per cui quasi tutti i suicidi si tolgono la vita: per un vuoto nel quale, evidentemente, non riusciva più a vivere e a sopravvivere.

Quanto possono avere inciso sulla sua esistenza l’assassinio della madre, il tradimento del padre, gli anni trascorsi sotto protezione, la perdita dell’identità e la solitudine successiva ai processi?

Credo che tutte le circostanze che ha elencato siano state determinanti in maniera cumulativa. Denise ha vissuto quello che possiamo definire un trauma intergenerazionale: l’omicidio atroce della madre, il processo contro il padre e la propria testimonianza contro di lui. Poi ci sono stati il cambiamento dell’identità e l’ingresso nel programma di protezione. È stata una serie di eventi che, secondo me, ha reso la sua vita particolarmente vulnerabile. Questa vulnerabilità non è stata sostenuta adeguatamente, nonostante quanto previsto dalla legge. Denise era la figlia di una testimone di giustizia. Ma Denise fu anche una testimone decisiva nel processo per l’omicidio di Lea.

Lo Stato avrebbe dovuto continuare a seguirla e proteggerla anche dopo la conclusione dei procedimenti giudiziari?

Certamente. Denise era una testimone di giustizia e la sua tutela non doveva e non poteva coincidere soltanto con la durata di un accertamento giudiziario o di un dibattimento. La legge introdotta nel 2018 non prevede esclusivamente una protezione fisica, ma anche una tutela complessiva, un sostentamento economico e un reinserimento sociale. La protezione non deve servire soltanto ad affrontare un processo penale: deve essere soprattutto un accompagnamento alla vita. Questo dice la legge, ma poi la legge non viene applicata.

Perché non viene applicata?

Perché esistono gravi deficit organizzativi. Non c’è un sistema adeguato per attuare ciò che la legge prevede nei momenti in cui queste persone dovrebbero essere maggiormente aiutate. Dovrebbero avere un referente specifico e costante e un’assistenza psicologica che, a mio avviso, dovrebbe essere obbligatoria. Inoltre, manca un regolamento attuativo. Questa legge, secondo me, è monca: è stata concepita correttamente, ma non è stata successivamente elaborata e sostenuta attraverso gli strumenti necessari.

Perché Lea Garofalo risulta ancora oggi inserita tra i collaboratori di giustizia e non tra i testimoni di giustizia?

Questo non lo so. Esistono grosse difficoltà nell’inquadrare correttamente le due figure. Il testimone di giustizia è una persona onesta che riferisce fatti di rilevanza penale nei quali non è coinvolta. Il collaboratore di giustizia, invece, è una persona che ha commesso dei reati e mette a disposizione della giustizia il proprio patrimonio di conoscenze per ottenere dei benefici, soprattutto degli sconti di pena. A volte queste persone non vengono inquadrate correttamente perché c’è un errore iniziale che non viene evidenziato; altre volte per pigrizia o per una disfunzione istituzionale. Le differenze sono enormi, soprattutto per quanto riguarda il recupero personale del soggetto e il suo successivo reinserimento sociale. I testimoni dovrebbero ricevere non soltanto un sostegno economico maggiore, ma anche una presenza effettiva dello Stato nel luogo in cui decidono di vivere. Dovrebbero poter rimanere a casa propria, senza essere necessariamente costretti ad andare via e ad abbandonare la base economica costruita nel tempo. Molti, invece, vengono costretti ad allontanarsi e perdono anche tutto ciò che hanno costruito.

Lei assiste sia collaboratori sia testimoni di giustizia. La confusione tra queste due figure dipende dalla scarsa informazione e dalla poca sensibilità?

Culturalmente c’è molta confusione. Si parla genericamente di collaborazione come se si trattasse sempre della stessa figura, mentre dal punto di vista istituzionale esiste una distinzione abissale. Mi è capitato personalmente di seguire una persona, purtroppo deceduta da poco, che era stata inizialmente iscritta come indagata e successivamente prosciolta perché non aveva alcun coinvolgimento nei reati. In qualità di suo legale, chiesi alla Commissione centrale di modificare il suo status. Da collaboratore passò giustamente a testimone di giustizia e ottenne ciò che gli spettava, compreso un contributo economico maggiore. Se non fossi intervenuta io, prima presso l’ufficio della DDA e successivamente presso la Commissione centrale, quel pover’uomo sarebbe morto ricevendo quattro lire. È morto ugualmente, purtroppo, ma in maniera più dignitosa, perché almeno ha ricevuto qualcosa in più.

Torniamo a Lea Garofalo. Il magistrato Salvatore Di Dolce, il primo a raccogliere le sue dichiarazioni presso la Procura di Catanzaro, dopo il suo assassinio affermò che lo Stato aveva sbagliato perché Lea non era una collaboratrice di giustizia. Lo hanno sostenuto anche altri magistrati. Eppure Lea entrò nel programma, visse e morì con lo status di collaboratrice. Di chi sono le responsabilità?

La responsabilità riguarda innanzitutto il legale che assume la difesa. Non so chi fosse perché non ho difeso Lea Garofalo. Io ho rappresentato, in alcuni procedimenti, il signor Carmine Venturino, che ha consentito di far rinvenire i resti di Lea Garofalo. Ritengo, però, che la responsabilità maggiore sia istituzionale. Io, come legale, posso rendermi parte diligente, ma non sono io a decidere. Posso dare un impulso, chiarire e domandare perché una persona mai iscritta nel registro degli indagati e mai processata figuri come collaboratrice di giustizia. A quella domanda deve essere fornita una risposta. Se è stata presentata un’istanza e non è arrivata alcuna risposta, credo che la responsabilità primaria debba essere individuata nella Commissione centrale, cioè nell’organismo chiamato a determinare lo status. Non so se la DDA competente si sia fatta portavoce della questione, perché non ho seguito Lea Garofalo. L’iter parte dal livello più basso e arriva a quello più alto: il difensore ha il dovere di farsene carico, si rivolge alla Direzione distrettuale antimafia competente e quest’ultima si rapporta con la Commissione centrale. È il percorso che ho seguito personalmente per un testimone di giustizia che oggi non c’è più: Pasquale Mercadante. Non sto raccontando qualcosa di astratto. Io stessa, insieme al dottor Romano, all’epoca sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, mi feci carico della situazione. Durante un processo a Lamezia emerse che Mercadante non era mai stato indagato. Presi quel verbale pubblico, formato davanti al Tribunale di Lamezia, e lo portai in Commissione, chiedendo perché non venisse riconosciuto come testimone anziché come collaboratore. Dopo molti anni venne approvata una delibera attraverso la quale assunse finalmente lo status di testimone di giustizia.

Ha nominato Carmine Venturino. Ricordiamo che è stato il fidanzato di Denise, che in primo grado venne condannato all’ergastolo e che, dopo aver deciso di parlare, in appello ricevette una condanna a 25 anni. Fu lui a rivelare che Lea non era stata sciolta nell’acido, ma bruciata per tre giorni, e a indicare il luogo nel quale furono trovati migliaia di frammenti ossei. Che impressione le ha fatto Venturino? Come lo descriverebbe?

Conobbi Carmine Venturino in carcere. Ero andata lì per incontrare un altro assistito e si presentò questo signore dicendomi: «Io sono colui che ha fatto rinvenire i resti della povera Lea. Lea non era stata sciolta nell’acido: è stata bruciata». Ebbi innanzitutto un colloquio con lui in carcere. Successivamente lo seguii presso il Tribunale di Milano per alcuni fatti di reato. L’impressione che ho avuto è quella di una persona realmente pentita. Non pentita soltanto sulla carta, ma realmente pentita.

Pentito anche per la relazione avuta con Denise?

Pentito per tutto ciò che ha costituito la sua vita.

Quella relazione sentimentale lo ha segnato?

Sì. Penso che quella relazione lo abbia segnato profondamente. Dopo la morte di Denise ho cercato di parlare con lui, ma mi ha inviato soltanto alcuni messaggi su WhatsApp, dicendo di essere profondamente provato e distrutto da quanto accaduto.

Venturino è ancora detenuto?

Si trova in detenzione domiciliare.

Deve ancora terminare di scontare la condanna a 25 anni?

Sì. Credo, però, che queste siano vicende che non finiscono mai, indipendentemente dal fine pena. Quando si spezza una vita di 35 anni, gli scrupoli restano per tutta la vita e riguardano un po’ tutti. Quando una persona affidata allo Stato si toglie la vita, non siamo davanti soltanto a una tragedia privata: siamo davanti a un fallimento istituzionale. Tutti coloro che hanno contribuito a creare quel vuoto dal quale questa povera donna non è riuscita a uscire dovrebbero fare mea culpa. In primo luogo lo Stato.

Perché Carmine Venturino si trova oggi in detenzione domiciliare? Fa parte dei benefici riconosciuti ai collaboratori di giustizia?

La disciplina generale sui collaboratori di giustizia prevede che, dopo aver scontato un quarto della pena e aver seguito un percorso inframurario adeguato – sempre sottoposto alla valutazione del Tribunale di sorveglianza – sia possibile accedere gradualmente ai benefici alternativi. Non tutti potrebbero accedervi perché parliamo di reati ostativi, cioè reati che, essendo connotati da mafiosità, impediscono normalmente l’accesso alle misure alternative. I collaboratori sono fisiologicamente portatori di questo tipo di reati, perché il loro ingresso nel sistema di protezione deriva proprio dall’aver fatto parte di organizzazioni mafiose, ’ndranghetistiche, camorristiche o di altro genere. È la stessa legge a prevedere che, dopo un adeguato percorso inframurario, possano accedere gradualmente, attraverso i permessi premio, alla detenzione domiciliare.

Le ho chiesto di spiegare tecnicamente questi benefici perché spesso nascono polemiche, come avvenne nel caso di Giovanni Brusca. Come risponde a chi si domanda perché una persona responsabile di reati gravissimi possa tornare a casa?

Comprendo questa polemica. Anch’io mi metto nei panni di chi domanda come possa tornare a casa una persona che ha sciolto un bambino nell’acido. Chi scioglie un bambino nell’acido, a mio avviso, dovrebbe ricevere almeno un ergastolo. Ne sono convinta. Ma se successivamente quella persona riesce ad applicare concretamente la legge alla propria vita, assumendosi la responsabilità di quanto ha commesso e contribuendo processualmente ad aiutare la giustizia a perseguire reati come il suo e altri reati, ritengo che debba ricevere un beneficio. Diversamente, nessuno compirebbe mai quel passo e nessuno fornirebbe il proprio contributo alla legge e alla giustizia.

Questa fu l’intuizione di Giovanni Falcone

Esatto. Giovanni Falcone aveva compreso che, se non fosse stato riconosciuto un incentivo, saremmo rimasti nell’oblio, cercando una verità senza riuscire mai a raggiungerla. È stato individuato uno strumento e quello strumento aveva bisogno di un incentivo. L’incentivo previsto dalla legge consiste nel riconoscere una premialità rispetto a chi non vuole compiere quel passo. Mi sembra evidente.

Ha mai incontrato o conosciuto altri componenti del clan Cosco?

No, non ho avuto il dispiacere.

Quali sono i problemi più gravi vissuti dai collaboratori e dai testimoni di giustizia? Sostegno economico insufficiente, ritardi burocratici, difficoltà sanitarie, isolamento, mancato reinserimento lavorativo e assenza di assistenza psicologica: possiamo inserire tutti questi elementi?

Tutti. E, dulcis in fundo, più di ogni altra cosa, c’è la mancanza di futuro. Oggi è stato applicato il principio secondo il quale i debiti erariali devono essere assolti attraverso la capitalizzazione. Questo ha neutralizzato completamente la ratio della legge, che dovrebbe garantire al collaboratore un futuro, tra virgolette, normale e non una punizione. Attualmente, invece, sono tutti sottoposti a una sorta di punizione, almeno quelli che conosco io. I debiti nei confronti dello Stato vengono sanati ricorrendo a un istituto creato per la risocializzazione e non per l’estinzione dei loro debiti. È una stortura assurda, che viene avallata anche dal TAR. Ci siamo rivolti al tribunale amministrativo e ci è stato risposto che quella legge deve essere rispettata. È certamente una legge da rispettare, ma esiste anche una successiva normativa speciale che prevede il reinserimento dei collaboratori. Le due cose devono essere considerate insieme.

Quando parla di questi problemi si riferisce sia ai collaboratori sia ai testimoni di giustizia?

Sì. In genere i testimoni non hanno accumulato debiti con lo Stato, perché vengono messi nella condizione economica di sanarli anche attraverso il recupero delle proprie attività imprenditoriali. Il collaboratore, invece, vive spesso con un assegno di tipo alimentare che definirei da fame. Ho alcuni collaboratori che mi mostrano i cedolini sui quali vengono accreditati 300 euro mensili. Mi domando: se vivono in questo modo, quando lo Stato li saluta e dice loro «arrivederci», su quale strada possono camminare? In genere finiscono sulle panchine delle stazioni. Ne conosco molti e, purtroppo, li vedo ridotti in queste condizioni. È una situazione vergognosa. Tutti, dalle Direzioni distrettuali antimafia alla Direzione nazionale antimafia, fino alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dovrebbero aprire gli occhi e riconoscere che questo è uno sfacelo che non possiamo permettere. O chiudiamo l’istituto della collaborazione oppure consentiamo che la legge, nata dall’intuizione di Falcone, venga rispettata nelle sue funzioni e nelle sue finalità: offrire un aiuto allo Stato, ma anche garantire una prosecuzione dignitosa della vita ai soggetti che si prodigano per la giustizia.

Molti testimoni di giustizia raccontano di essere stati utilizzati durante i processi e dimenticati subito dopo. Nelle scorse ore un ex testimone ha dichiarato di stare pensando seriamente al suicidio. Lo Stato considera queste persone cittadini da tutelare oppure strumenti utili soltanto fino alla conclusione delle indagini?

Se devo essere chiara, per me vengono considerati strumenti d’indagine. Se fossero considerati cittadini, dovrebbero essere trattati in un altro modo. Accogliamo gli stranieri e assicuriamo loro la possibilità di sopravvivere nello Stato italiano. Allo stesso modo dovremmo preoccuparci dei testimoni e dei collaboratori, ma questo non accade. Questa forma di abbandono non deve poi farci meravigliare se ci troviamo davanti a un testimone o a un collaboratore che si suicida.

Esiste anche un’altra faccia della medaglia. Che cosa accade ai familiari e soprattutto ai figli minorenni, costretti a cambiare nome, scuola, territorio e relazioni per una scelta compiuta da un genitore? Chi si occupa realmente dei loro traumi?

Nessuno. Dovrebbero farsene carico i diversi Tribunali per i minorenni, attraverso intese con le Direzioni distrettuali antimafia. Esistono alcuni protocolli: ricordo, per esempio, quello attuato a Reggio Calabria, dove la DDA prende in carico queste situazioni e le sottopone all’organo competente, che è il Tribunale per i minorenni. Ma non tutti agiscono in questo modo. Ci sono bambini dei quali non sappiamo più che cosa sia accaduto. A volte vengono contesi dal padre e dalla madre; il padre esce dal carcere, pretende il figlio e lo porta con sé, mentre la madre non sa dove andare a cercarlo. Ho visto situazioni veramente assurde. Posso dire che i figli pagano il prezzo più alto in assoluto. All’inizio cambiano tutto: nome, scuola, amici, nonni, dialetto. Cambiano completamente la propria vita. Alla fine rischiano di diventare potenziali delinquenti perché non hanno ricevuto la giusta istruzione, la giusta educazione e il sostegno necessario per potersi affacciare alla vita con ciò che ogni bambino ha diritto ad avere, soprattutto un adeguato supporto psicologico. Ci sono genitori che si dividono, si strappano i figli, se li contendono e se li sottraggono. Anche da questo punto di vista ci troviamo davanti a una situazione vergognosa, nonostante i protocolli che alcune Direzioni distrettuali antimafia e alcuni Tribunali per i minorenni cercano di applicare con i mezzi a loro disposizione. 

Dopo la morte di Denise, quali interventi devono essere adottati immediatamente? Chi deve rispondere quando una persona affidata allo Stato viene lasciata sola fino a considerare la morte come l’unica via di uscita?

Dopo la morte di Denise ritengo che siano assolutamente necessarie tre cose. La prima è rendere obbligatorio il supporto psicologico per chi rimane solo, garantendo un referente al quale potersi rivolgere e raccontare le proprie difficoltà. La legge lo prevede, ma non viene attuata. La seconda è prevedere un periodo di uscita accompagnata dal programma di almeno cinque anni, affinché la persona possa trovare un’autonomia, una strada e un reale reinserimento lavorativo. Reale, non soltanto sulla carta. Sappiamo bene quanto sia difficile per un comune cittadino trovare lavoro. Immaginiamo quanto possa esserlo per chi esce dal limbo della protezione. Il terzo intervento consiste in una verifica concreta dell’attuazione della legge numero 6 del 2018 da parte del Parlamento. Il Parlamento deve farsene carico. Questa legge non viene applicata perché è stata approvata con la clausola «senza nuovi o maggiori oneri per lo Stato». Questa previsione smonta tutto. Nella prassi, molte prefetture continuano ad applicare la vecchia normativa proprio perché non esistono regolamenti attuativi organici. Auspico come intervento assolutamente prioritario la piena attuazione della legge. Diversamente, continueremo purtroppo a leggere notizie non edificanti, come quelle relative a questi suicidi.

È una tragedia e un dolore immenso, ma è anche una vergogna per lo Stato.



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