La Sicilia è tra le regioni italiane dove le crisi finanziarie dei Comuni hanno assunto le dimensioni più rilevanti e all’interno dell’Isola è la Città metropolitana di Messina a presentare, secondo la Corte dei conti, “la situazione più critica”. Sono 31 i Comuni messinesi coinvolti in procedure di crisi finanziaria, compreso il capoluogo, insieme a due centri con più di 30 mila abitanti, Barcellona Pozzo di Gotto e Milazzo. Gli altri enti hanno tutti meno di 15 mila residenti e tra questi sono ben 21 quelli con meno di 5 mila abitanti, compresi cinque piccoli Comuni sotto quota mille.
È uno dei quadri territoriali contenuti nella Relazione al Parlamento sui Comuni in situazione di crisi finanziaria, aggiornata al 31 dicembre 2025 e approvata dalla Sezione delle autonomie della Corte dei conti con la deliberazione n. 15/SEZAUT/2026/FRG.
Il referto fotografa un fenomeno che a livello nazionale interessa 484 Comuni, pari al 6,1% degli enti italiani, con 485 procedure attive, una massa passiva stimata in 6,2 miliardi di euro e circa 6,5 milioni di cittadini coinvolti. Dall’introduzione degli strumenti oggi in vigore sono state attivate 1.448 procedure: 818 dissesti e 630 riequilibri, riferiti complessivamente a 1.033 Comuni.
Ma è soprattutto la durata dei percorsi di risanamento a preoccupare i magistrati contabili. Soltanto il 16,1% dei piani di riequilibrio avviati è formalmente concluso, mentre il 35,2% è sfociato nel dissesto. Dei 23 dissesti dichiarati nel 2025, 14 erano stati preceduti da un piano di riequilibrio fallito. Ancora più significativo il dato sui tempi: dal 2007, soltanto il 17,1% dei dissesti si è concluso entro il quinquennio previsto dalla legge, mentre 99 dei 227 dissesti ancora attivi hanno superato quel limite.
La Sicilia, insieme a Calabria e Campania, concentra il 63,6% delle procedure complessivamente attivate e l’80,4% dei dissesti dichiarati negli ultimi cinque anni. In Sicilia il 41% dei Comuni ha sperimentato almeno una procedura di crisi.
Secondo la Corte, nei territori maggiormente interessati il fenomeno non può essere ricondotto esclusivamente alle decisioni del singolo ente, ma va letto alla luce di fattori “economici, sociali, organizzativi e istituzionali” che coinvolgono l’intero sistema. Da qui la necessità, indicata nella relazione, di passare da una gestione tardiva delle difficoltà a una politica di prevenzione e accompagnamento.
E proprio Messina e la sua provincia offrono alla Corte dei conti diversi esempi di quanto il fattore tempo possa incidere sui percorsi di risanamento.
Messina, dieci anni tra rimodulazioni e istruttoria
Il caso del Comune di Messina viene definito dalla relazione “emblematico per la scarsa considerazione del fattore tempo, elemento strategico per il risanamento, particolarmente rilevante nei grandi centri”. La procedura di riequilibrio nasce nel 2012, con la deliberazione consiliare n. 101 del 13 dicembre. Il primo Piano viene approvato appena due mesi dopo, l’11 febbraio 2013, e individua una massa passiva di 238,3 milioni di euro, da ripianare nel periodo 2013-2022. Ma quello sarà soltanto l’inizio di una lunga sequenza di modifiche.
La prima rimodulazione viene proposta dopo il rinnovo dell’amministrazione comunale, ma il Consiglio non approva la proposta dell’esecutivo. Nel 2014 arriva così un nuovo Piano, questa volta con una massa passiva di 335,7 milioni di euro. Nel 2015 viene approvata una terza versione, nella quale la massa passiva, al netto delle partecipate, sale a 386,1 milioni, per arrivare a 450,5 milioni comprendendo anche queste ultime.
Nel 2016 una quarta riformulazione porta la massa passiva a 425,9 milioni di euro. Una successiva proposta, nel 2018, viene respinta dal Consiglio comunale. E nel novembre dello stesso anno arriva la quinta rimodulazione: la massa passiva raggiunge 552,2 milioni di euro, mentre la durata del Piano viene allungata a vent’anni, dal 2014 al 2033. È soltanto nel 2022 che il Comune arriva all’ultima versione del Piano, quella poi approvata dalla Sezione regionale della Corte dei conti nel 2023. Nella nuova versione, il Piano riguarda gli esercizi 2022-2033 e punta a coprire passività per 120,5 milioni di euro, ai quali si aggiungono 34,6 milioni per la restituzione del fondo di rotazione, per un totale di 155,1 milioni di euro.
La riduzione rispetto ai 552,2 milioni della precedente versione dipende anche dall’esclusione di alcune partite. La relazione spiega che vengono estromessi i debiti per derivati, per 9,6 milioni, il disavanzo da riaccertamento straordinario, pari a 61 milioni, e soprattutto le posizioni debitorie verso le partecipate, per 132,3 milioni, “da ritenere estranee ai bilanci dell’Ente e, pertanto, irregolarmente incluse ab origine nella massa passiva della procedura di riequilibrio”.
Il nuovo Piano individua otto azioni di risanamento. A pesare maggiormente sono la riorganizzazione e razionalizzazione dei servizi sociali e il contrasto all’evasione tributaria. La prima contribuisce per il 35% alla copertura, la seconda per il 19%: insieme rappresentano circa il 53% delle risorse destinate al risanamento. Ma per la Corte il dato più significativo resta il tempo impiegato per arrivare a una configurazione definitiva della procedura. “La vicenda del Comune di Messina parte dopo un decennio di rimodulazioni sviluppate in una istruttoria senza fine, complicata da innumerevoli interventi normativi”, si legge nella relazione.
E ancora: “Tra le varie anomalie spicca la indeterminatezza della massa passiva, che oscilla significativamente tra le molte versioni del Piano; la difficoltà del decisore di prospettare il percorso di risanamento (per due volte il Consiglio respinge la proposta dell’esecutivo); la disarticolazione del sistema multilivello, che non riesce a prospettare un modello di risanamento condiviso con un Comune importante”. La Corte – che fotografa però la situazione al 31 dicembre 2025 – individua nei cosiddetti Patti con il Governo un possibile modello per superare proprio queste criticità.
Milazzo, il dissesto entra nel decimo anno ma si avvicina la chiusura
Se Messina rappresenta per la Corte il caso emblematico dei tempi lunghi del riequilibrio, Milazzo racconta invece la difficoltà di uscire dal dissesto, dichiarato nel novembre 2016 e ancora formalmente in corso alla data di riferimento della relazione. Il Comune è arrivato al dissesto dopo due tentativi falliti di ricorrere al riequilibrio. Il primo risale al 2012, quando l’amministrazione prova a evitare il dissesto attraverso le nuove disposizioni introdotte dal legislatore. Il Consiglio comunale approva il 12 novembre una deliberazione con una serie di misure per aumentare le entrate e ridurre la spesa. Ma arrivano pareri negativi sia sulla regolarità tecnica sia su quella contabile, oltre al parere sfavorevole dei revisori. Due giorni dopo, il 14 novembre 2012, la Sezione regionale della Corte dei conti dichiara inammissibile il ricorso alla procedura di riequilibrio e accerta le condizioni per il dissesto.
La deliberazione della Corte parla di “perdurante inadempimento dell’ente rispetto all’adozione delle misure correttive necessarie a ripristinare gli equilibri di bilancio e a risanare la situazione finanziaria” e accerta “la sussistenza delle condizioni previste dall’art. 244 del TUEL per la dichiarazione dello stato di dissesto finanziario”. Il dissesto viene quindi dichiarato nel gennaio 2013. Ma nel 2015 il Tar di Catania annulla quella dichiarazione. L’Organismo straordinario di liquidazione interrompe così la propria attività e approva il rendiconto finale.
Milazzo torna quindi, per usare l’espressione della relazione, “paradossalmente in bonis”. Nel 2016 l’ente tenta nuovamente la strada del riequilibrio. È necessario ricostruire una situazione contabile resa particolarmente complessa dalla precedente gestione in dissesto: mancano diversi rendiconti e bilanci e occorre ricostruire anche i debiti fuori bilancio relativi al periodo successivo al primo dissesto. Nella ricognizione viene individuata una massa di 44,3 milioni di euro di debiti fuori bilancio.
Anche questo secondo tentativo, però, non arriva a compimento. Pochi mesi dopo, con deliberazione del Consiglio comunale dell’8 novembre 2016, viene dichiarato nuovamente il dissesto.
Da allora la procedura è rimasta aperta per quasi un decennio. Dalla relazione del revisore e dalle risultanze dell’indagine dei servizi ispettivi del Mef emergono le criticità rilevate dalla Sezione regionale già negli anni precedenti: il ricorso costante alle anticipazioni di cassa, definito “strutturale” dalla stessa Corte, l’elevato ammontare dei residui attivi e la continua formazione di debiti fuori bilancio, soprattutto derivanti da sentenze esecutive.
Ma rispetto alla fotografia della Corte dei conti al 31 dicembre 2025, nel giugno 2026 è arrivato un passaggio che avvicina concretamente Milazzo alla fine del dissesto. L’Organismo straordinario di liquidazione ha approvato il Piano di estinzione, con deliberazione numero 74 del 5 giugno 2026, integrando il documento già adottato nell’ottobre 2025 dopo le osservazioni formulate dal Ministero dell’Interno. Il Piano è stato quindi trasmesso al Viminale, al quale spetta ora l’approvazione definitiva.
I numeri contenuti nel documento delineano una situazione nella quale la gestione liquidatoria ha ricostruito una massa attiva di circa 53,4 milioni di euro, a fronte di una massa passiva accertata di circa 31 milioni. Attraverso la procedura semplificata sono state inoltre definite numerose posizioni con i creditori: circa 8 milioni di euro risultano già liquidati e altrettanti restano da corrispondere, con le relative coperture già accantonate.
L’approvazione ministeriale del Piano rappresenta il passaggio necessario prima dei pagamenti ancora dovuti e della successiva predisposizione del rendiconto finale dell’Osl. Solo con questi ulteriori adempimenti potrà arrivare la chiusura formale di una procedura aperta, tra vicissitudini contabili e passaggi amministrativi, quasi dieci anni fa.
Sant’Agata di Militello, il piano ventennale e i primi segnali di miglioramento
A Sant’Agata di Militello il riequilibrio ha invece preso la strada di un Piano ventennale, attivato nel 2018 e approvato nel gennaio 2019. La massa passiva individuata ammontava a 21,3 milioni di euro, mentre il Comune aveva attivato il fondo rotativo per 3,7 milioni. Il Piano prevedeva una serie articolata di interventi. Sul fronte delle entrate erano dieci le azioni individuate, dall’imposta di soggiorno agli accertamenti tributari, dall’imposta sulla pubblicità alla gestione dei parcheggi, fino alle sanzioni del Codice della strada e al settore idrico. Altre sette misure riguardavano invece la riduzione delle spese, dal personale ai costi della politica, dai mutui alla spesa per beni e servizi e ai trasferimenti.
La Corte ha verificato il raggiungimento degli obiettivi intermedi relativi al 2021 nella deliberazione del marzo 2023. Il quadro che emerge è “complessivamente in miglioramento”, soprattutto per quanto riguarda il risultato di amministrazione e la situazione di cassa.
Resta però il nodo dei debiti fuori bilancio. Nel triennio 2019-2021 il Piano prevedeva il riconoscimento di 4,07 milioni di euro di debiti fuori bilancio di parte corrente. Ne sono stati riconosciuti 1,26 milioni, con uno scostamento di circa 2,8 milioni di euro. Anche in questo caso, però, la Corte richiama il problema dei tempi dei controlli, sottolineando che il “lag” temporale può diventare particolarmente problematico se il percorso di risanamento dovesse peggiorare.
Sant’Alessio Siculo, il Piano approvato quando era ormai quasi finito
Ancora più evidente è il paradosso evidenziato dalla Corte nel caso di Sant’Alessio Siculo. Il piccolo Comune aveva attivato la procedura di riequilibrio nel settembre 2016 e approvato nel gennaio 2017 un Piano decennale, dal 2016 al 2025, per ripianare una massa passiva di 2,48 milioni di euro.
Il Piano comprendeva 442.647 euro di debiti fuori bilancio riconosciuti e da riconoscere, 264.188 euro di passività transatte, piani di rientro con Serit e Ferrovie dello Stato, possibili passività derivanti dal contenzioso e 1,53 milioni di passività potenziali legate a spese di investimento. Ma l’approvazione definitiva da parte della Sezione regionale della Corte dei conti è arrivata soltanto nell’aprile 2024, oltre sette anni dopo l’attivazione della procedura.
La relazione calcola nel dettaglio il ritardo: la relazione ministeriale è arrivata dopo 1.854 giorni, cioè oltre cinque anni, mentre la decisione della Sezione regionale è giunta altri 794 giorni dopo. Il risultato è che il Piano decennale 2016-2025 viene approvato “un anno prima della sua chiusura”.
La Corte sottolinea quindi l’inefficienza di un meccanismo nel quale il controllo rischia di arrivare quando gran parte del periodo interessato è ormai trascorsa. Sul fronte delle entrate, la Sezione osserva che “le misure di incremento del gettito non paiono irragionevoli, essendo anzi fondate su precise disposizioni normative; tuttavia, la loro efficacia risulta condizionata dalla scarsa capacità di riscossione dell’ente”.
Nonostante questo, secondo la valutazione della Corte, il Comune avrebbe comunque ridotto la propria esposizione mantenendo una situazione finanziaria stabile: “sarebbe riuscito comunque a ridurre la massa passiva mantenendo una situazione finanziaria stabile, comprovata da un saldo di parte disponibile del risultato di amministrazione di segno positivo dal 2017 in poi”. La procedura, però, resta in attesa di una chiusura formale anche dopo la scadenza del periodo previsto.
Ficarra, il caso virtuoso del risanamento anticipato
Nel quadro messinese analizzato dalla Corte c’è anche un caso nel quale il percorso di risanamento ha prodotto risultati positivi prima della scadenza: Ficarra. Il piccolo Comune aveva attivato il riequilibrio nel dicembre 2016 e approvato nel marzo 2017 un Piano decennale, con l’obiettivo di ripianare una massa passiva di circa 518 mila euro, composta principalmente da disavanzo e debiti fuori bilancio.
Il programma prevedeva, tra le altre misure, l’aumento dell’Imu, il recupero dell’evasione tributaria, l’incremento dell’addizionale comunale Irpef, la copertura integrale del servizio idrico e l’adeguamento delle tariffe Tari.
Sul fronte della spesa erano previste riduzioni del costo del personale, delle spese di rappresentanza, degli interventi socio-assistenziali e delle spese per manutenzione e investimenti. Il Piano prevedeva inoltre il ricorso al volontariato, interventi per ridurre i consumi energetici e persino la rinuncia all’indennità di funzione del sindaco e al gettone di presenza dei consiglieri. La verifica della Corte del novembre 2025 ha dato un esito positivo. È stato accertato “il positivo raggiungimento degli obiettivi intermedi fissati all’interno del Piano di riequilibrio finanziario pluriennale del Comune di Ficarra alla data del 31 dicembre 2024”.
Soprattutto, il Comune ha raggiunto in anticipo “rispetto al termine della durata decennale della procedura di riequilibrio (2017-2026), l’integrale ripiano della massa passiva da disavanzo di amministrazione e da passività per debiti fuori bilancio”. Per la Corte, è una procedura destinata a chiudersi a breve, anche in considerazione della scadenza del Piano nel 2026. E proprio il caso di Ficarra viene utilizzato per sottolineare che un affiancamento tempestivo avrebbe potuto consentire di arrivare prima al risultato.
Galati Mamertino, il peso dei controlli e dei tempi lunghi
Anche Galati Mamertino è entrato nel percorso di riequilibrio nel 2017, con un Piano decennale destinato a terminare nel 2026. La massa passiva individuata ammontava a 2,92 milioni di euro, con oltre 1,3 milioni di debiti fuori bilancio. La relazione ministeriale è arrivata nel gennaio 2019 e il Piano è stato approvato dalla Sezione regionale nell’aprile dello stesso anno.
Nel caso di Galati, la Corte pone l’accento soprattutto sulla mole dei controlli e sul loro rapporto con le dimensioni dell’ente. La più recente verifica citata nella relazione risale al 2023 ed era riferita agli obiettivi intermedi del 2021.
La Corte evidenzia quindi “il lag temporale molto consistente che caratterizza l’approccio cartolare a fronte di una attività molto impegnativa”, fatta di relazioni semestrali, deliberazioni di verifica e controlli che si sovrappongono all’esame dei documenti di bilancio.
Una situazione resa ancora più significativa dalle dimensioni del Comune, che supera di poco i 2 mila abitanti.
Brolo e Tortorici, due dissesti chiusi nel 2025
Nel quadro complessivo della provincia c’è infine un dato positivo: Brolo e Tortorici hanno chiuso il dissesto nel corso del 2025. È un elemento che la Corte inserisce nella fotografia della Città metropolitana di Messina, dove però il numero complessivo dei Comuni interessati dalle procedure resta particolarmente elevato. Nel corso dello stesso anno, inoltre, la Sezione regionale ha respinto il Piano di Francavilla di Sicilia, che ha successivamente dichiarato il dissesto con deliberazione del Consiglio comunale n. 63 del primo dicembre 2025. Al contrario, sono stati approvati i Piani di Capo d’Orlando, Librizzi, Patti e Villafranca Tirrena, che sono quindi passati alla fase di gestione.
La fotografia della Corte: 31 Comuni in crisi e un problema che riguarda anche il sistema
La fotografia della Città metropolitana di Messina restituisce dunque situazioni molto diverse: Comuni che hanno attraversato procedure lunghissime, enti ancora alle prese con il dissesto, piani che hanno prodotto risultati positivi e casi nei quali il controllo è arrivato quando il periodo di risanamento era ormai quasi concluso. Il filo conduttore individuato dalla Corte è però soprattutto uno: il tempo.
La relazione nazionale rileva infatti che il protrarsi delle procedure può compromettere la possibilità di raggiungere un equilibrio finanziario realmente stabile e duraturo. E il territorio messinese, attraverso i casi di Messina, Milazzo, Sant’Alessio Siculo, Ficarra, Galati Mamertino e Sant’Agata di Militello, offre esempi concreti di questa difficoltà. Per la Corte dei conti occorre quindi cambiare approccio: non soltanto intervenire quando la crisi è ormai conclamata, ma intercettare prima i segnali di squilibrio.
Tra le indicazioni finali c’è una riforma organica del Titolo VIII del TUEL, l’integrazione delle banche dati BDAP e SIOPE+ in un archivio nazionale delle criticità e l’introduzione di indicatori trasparenti, differenziati e predittivi collegati al ciclo di bilancio.
L’obiettivo dichiarato è quello di passare “dalla gestione tardiva della crisi a una politica di prevenzione e risanamento, fondata su tempestività, proporzionalità, affiancamento e responsabilità condivisa”.
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