#Finsubito news dalla rete – La proposta di aumento delle pensioni minime


È tornata alla ribalta la proposta di aumento delle pensioni minime: chi chiede 800 euro al mese e chi ne chiede addirittura 1.000. Una proposta che Berlusconi fece oltre 16 anni fa quando il rapporto debito pubblico/PIL era intorno al 103-4% (oggi faremmo la firma per questo rapporto), non c’erano né l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia né il 7 ottobre in Israele e neppure Hormuz e Bab El Mandeb. Era un altro mondo che pensava che la crisi Lehman Brothers fosse superabile e che i mercati si sarebbero presto ripresi.

Oggi invece, per migliorare lo sviluppo e il PIL servirebbe meno, molta meno assistenza e più incentivi per industria, produzione, energia e contratti (leggasi retribuzioni più robuste), per cui la proposta appare fuori tempo e oltretutto minerebbe alla radice il sistema previdenziale italiano alla faccia dei giovani che con queste proposte davvero la pensione non ce l’avranno mai. Una ragione in più per emigrare verso Paesi più solidi. Cosa non si fa per raccattare qualche voto in più; tuttavia, i proponenti si dovrebbero porre almeno due domande: quanto ci costa ma, soprattutto, quali effetti collaterali un simile provvedimento avrebbe sul sistema pensionistico?

Quanto ai costi, gli aumenti degli ultimi 5 anni – le maggiorazioni sociali, cioè l’ex milione al mese di Berlusconi costano 3,2 miliardi, la quattordicesima mensilità 1,4 miliardi, gli aumenti delle pensioni minime oltre l’inflazione del Governo Meloni, 1,5 miliardi l’anno – fanno in totale 6,1 miliardi ogni anno. Il costo al 2026 per portare tutte le pensioni a 1.000 euro al mese è di 18 miliardi annui, una cifra che anche ai meno esperti appare insostenibile.

Ma oltre ai costi questa proposta produce una serie di effetti collaterali deleteri per il sistema pensionistico ed economico.

Perché mai un lavoratore dipendente o autonomo, potendo, dovrebbe pagare per 35 anni contributi e imposte se poi a 67 anni lo Stato gli offre comunque una pensione netta di 1.000 euro al mese totalmente esentasse e che consente inoltre di beneficiare delle tante agevolazioni ISEE legate, appunto, alle pensioni minime o integrate al minimo? Meglio lavorare in nero tanto la sanità è gratis, la scuola pure e ora lo sarebbe anche la pensione. Infatti, per chi sa fare i conticini, con un reddito medio di 25mila euro e versamenti per 35 anni, artigiani e commercianti avrebbero una pensione lorda di circa 1.350 euro soggetta a imposizione IRPEF e con molte meno agevolazioni Isee; quindi, di importo leggermente superiore ai 1.000 euro ma con meno benefici, il che convincerebbe chiunque potesse ad evadere INPS e fisco. Già oggi, secondo uno studio della CGIL, anche non versando contributi (è il caso degli assegni sociali) tra prestazione, maggiorazioni, quattordicesima mensilità e social card (escludendo i notevoli benefici erogati a questi soggetti da Comuni, Regioni ed enti pubblici territoriali), queste persone possono incassare fino a circa 740 euro netti mensili a cui si possono sommare bonus energia, canone TV, contributo affitto e altro.

Ma quali sono queste prestazioni più assistenziali che pensionistiche di cui parlano i proponenti? Si tratta di circa 4,8 milioni di pensionati che beneficiano di pensioni minime, pensioni integrate al minimo o con maggiorazioni sociali, invalidità civile o da lavoro e pensioni di reversibilità. Nel 2025 circa il 30% delle pensioni in pagamento tra vecchiaia e superstiti (8,1 milioni) sono state “integrate” dallo Stato perché non raggiungevano l’importo minimo. In media a calcolo, in base ai contributi versati, queste prestazioni arrivano a 300 euro al mese e lo Stato ci mette il resto senza chiedere nulla. Ovviamente questi pensionati integrati al minimo, il cui costo totale a carico di tutti noi è di 5,7 miliardi l’anno, beneficiano di ogni forma di assistenza pubblica e privata. Quanto agli assegni sociali, al primo di gennaio 2026 sono in pagamento 914.621 prestazioni (il 5,6% del totale) per un costo di oltre 6,6 miliardi, di cui il 58% al Sud e il 57% alle donne. Negli ultimi 3 anni sono stati liquidati 204mila assegni sociali, un enorme numero di prestazioni erogate per la maggior parte a soggetti sconosciuti a INPS e fisco.

Se facciamo le somme, cari proponenti, siamo a un costo annuo di 18,4 miliardi l’anno; ne aggiungiamo altri 18?

Se c’è un modo per aumentare ed incentivare l’evasione contributiva, il lavoro irregolare e l’evasione fiscale, la proposta di portare le pensioni minime a 1.000 euro al mese è il classico “cavallo di Troia”, con l’effetto di far crollare – sotto il peso di una spesa assistenziale già oggi insostenibile e pari per il 2025 a 165 miliardi erogati esentasse – l’intero sistema pensionistico. E allora addio alla pensione per i giovani, con grave nocumento per le finanze pubbliche. Le uniche proposte serie, se vogliamo avere un sistema pensionistico ed economico sostenibile sono: erogare le pensioni di vecchiaia a 67 anni di età, solo se raggiungono un importo pari a 1,25 volte l’assegno sociale, altrimenti si percepirà la prestazione a 71 anni adeguati alla speranza di vita; portare l’età per la fruizione dell’assegno sociale a 71 anni e, dal 2027, convocare tutte le persone over 30 anni che non hanno mai fatto la dichiarazione dei redditi per chiedere loro di cosa vivono. Nel solo 2025 sono state liquidate ben 650.803 prestazioni agli invalidi civili (650mila nel 2024) e all’1 gennaio 2026 sono in pagamento 3,5 milioni di prestazioni di invalidità civile, di cui 2 milioni a donne, per un costo di 21,9 miliardi. Considerando le 820.709 invalidità INPS che costano 14 miliardi e le oltre 613mila prestazioni di inabilità Inail che costano 4,4 miliardi, il totale degli invalidi è di circa 5 milioni (l’8,4% degli italiani), per un costo annuo di 40,3 miliardi. E solo per queste assistenze lo Stato spende oggi quasi 65 miliardi l’anno: ne aggiungiamo altri?

Forse politica e parti sociali dovrebbero fare più di qualche riflessione se vogliono rendere l’Italia un Paese sostenibile.


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