Prima delle fabbriche di automobili e dei laboratori dell’aerospazio, questo territorio si muoveva a cavallo. Si spostavano persone, merci, eserciti, idee. Intorno a quel movimento nascevano mestieri, si organizzavano campagne e città, prendevano forma luoghi che oggi riconosciamo come patrimonio. Torino racconta spesso il proprio futuro attraverso l’auto e l’aerospazio. Il cavallo permette di allargare lo sguardo: una parte della nostra capacità di inventare il movimento ha radici molto più antiche.
È da questa storia che siamo partiti, due anni fa, al Dipartimento di Management “Valter Cantino” dell’Università di Torino. L’obiettivo è concreto: costruire un sistema del cavallo capace di generare benefici per un territorio che va da Vinovo ai comuni del Distretto del Cavallo, da Pinerolo alle residenze e ai parchi reali. Unire ciò che già esiste, dare riconoscibilità a competenze disperse, creare occasioni di lavoro e ragioni nuove per visitare questi luoghi.
Ora il progetto incontra il pubblico. La prima esposizione nell’ambito di questo percorso, con una selezione della Collezione Giannelli, debutta all’ippodromo di Vinovo nel fine settimana del 10 e 11 ottobre. La cornice è quella di un appuntamento eccezionale: domenica 11 il Derby Italiano del Trotto arriva per la prima volta in Piemonte. Il programma comprende anche le Oaks e grandi competizioni internazionali. Tra le iniziative collaterali figura la mostra “Il Morso. Dall’origine ai giorni nostri”. La storia del cavallo entra così in un luogo in cui il rapporto fra animali, persone e professioni è ancora esperienza quotidiana.
Il punto di partenza è un patrimonio raccolto da Claudio Giannelli lungo una vita di ricerca: morsi, staffe, selle, finimenti, carrozze, opere e documenti che attraversano oltre quattromila anni di relazione fra esseri umani e cavalli. Oggetti capaci di raccontare insieme tecnica, arte, mobilità e potere. Un morso antico, osservato da vicino, apre domande sul modo in cui una civiltà lavorava i metalli, organizzava i trasporti, rappresentava il prestigio e governava il rapporto con l’animale.
Chiamiamo la collezione un “bene faro” perché può attirare l’attenzione su un patrimonio molto più esteso. L’idea è sperimentare un museo diffuso, con luoghi e contenuti collegati, percorsi digitali, attività didattiche e incontri con chi oggi lavora nel mondo equestre. Il programma di sviluppo contempla successive esposizioni alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, alla Reggia di Venaria, alle Gallerie d’Italia e al MAUTO, insieme a due piccoli nuclei espositivi in Ateneo. Ogni sede può aggiungere un capitolo: la vita di corte, il paesaggio, le arti, la trasformazione dei mezzi di trasporto.
La prospettiva internazionale appartiene fin dall’inizio a questo disegno. L’interesse emerso nei contatti con interlocutori dei Paesi arabi apre possibilità di dialogo fra culture che attribuiscono al cavallo un valore profondo. Mostre, ricerca, conservazione e scambi di competenze possono diventare occasioni di collaborazione. La collezione offre un linguaggio comune attraverso cui far conoscere il territorio e costruire relazioni durevoli.
Il Piemonte possiede le storie e i luoghi per sostenere questo progetto. La tradizione della cavalleria sabauda, le scuderie e le residenze restituiscono una geografia ancora leggibile. A Pinerolo, Federigo Caprilli elaborò e insegnò il sistema naturale di equitazione, destinato a cambiare il modo di montare assecondando il movimento del cavallo. È una vicenda di innovazione che merita di essere raccontata accanto a quelle industriali. E il legame prosegue nella storia sportiva: Varenne trascorse diciassette anni dopo il ritiro dalle corse nell’allevamento Il Grifone, a Vigone. Attorno a un campione vivono allevatori, artieri, veterinari, tecnici e una comunità che si riconosce in lui.
Le dimensioni economiche aiutano a capire quanto sia ampio questo mondo. La scheda del progetto europeo EUnetHorse, pubblicata dalla EU CAP Network, riporta circa 8 milioni di equidi in Europa, circa 800.000 persone occupate nell’Unione europea e un valore economico stimato superiore a 100 miliardi di euro all’anno. Le attività equine interessano almeno 2,6 milioni di ettari nell’UE. Sono ordini di grandezza riferiti all’insieme del comparto, con perimetri territoriali distinti, non il fatturato di un’unica industria. Mostrano però quanto il cavallo colleghi economia agricola, servizi e vita delle comunità.
Il rapporto del Dipartimento di Scienze Veterinarie preparatorio alla proposta di master UniTo, che riporta i dati della Banca Dati Nazionale al 30 giugno 2026, rende concreta la scala italiana: 427.096 equidi, di cui 329.037 cavalli, e 167.677 allevamenti. In Piemonte risultano 33.813 equidi e 14.179 allevamenti: la regione è quinta per numero di equidi e quarta per numero di cavalli, con 25.372 capi. È una presenza diffusa che chiede servizi, competenze e capacità organizzativa.
Basta seguire il lavoro necessario intorno a un cavallo per vedere la filiera: allevamento, alimentazione, assistenza veterinaria, mascalcia, selleria, trasporti, impianti, istruzione e attività sportive. Quando entra in gioco il turismo, si aggiungono guide, tour operator, agriturismi, alberghi, ristorazione, musei e produzioni locali. Il problema da affrontare è organizzare queste interdipendenze, affinché una buona esperienza in un luogo generi opportunità anche negli altri.
La Route européenne d’Artagnan offre un riferimento utile. Il Consiglio d’Europa descrive una rete di sei itinerari su oltre 6.000 chilometri, capace di trasformare la storia del moschettiere in un viaggio attraverso paesaggi, identità e patrimonio. La si può percorrere a cavallo, ma anche a piedi o in bicicletta. La lezione per noi riguarda l’organizzazione: una storia riconoscibile diventa una proposta di viaggio quando incontra percorsi praticabili, ospitalità, servizi e informazioni affidabili.
Immaginiamo allora un soggiorno che colleghi la visita alla collezione con Pinerolo, una residenza reale, un’esperienza equestre guidata e le produzioni del territorio. Per trasformarlo in una proposta prenotabile servono accordi fra operatori, prenotazioni coordinate, itinerari curati, soste adatte a persone e animali, assistenza e standard di qualità. È qui che i tour operator specializzati possono trasformare il patrimonio in turismo equestre di qualità, distribuendo presenze e spesa anche nei comuni fuori dai circuiti più frequentati.
È anche qui che entra in gioco il management. La terza missione dell’Università prende forma quando le conoscenze aiutano una comunità a riconoscere e sviluppare le proprie possibilità. Il nostro contributo riguarda la costruzione della rete, la definizione delle responsabilità, la sostenibilità economica dei servizi e la misurazione dei risultati. Occorre dare continuità alle collaborazioni, perché il valore di una mostra possa proseguire dopo la sua chiusura.
La Camera di commercio di Torino è parte del percorso. Stiamo lavorando al coinvolgimento del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e della Federazione Italiana Sport Equestri, mentre il dialogo con il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” può collegare tutela degli oggetti, ricerca e formazione.
La formazione dà sostanza a questa collaborazione. Il Dipartimento di Scienze Veterinarie, con la referente scientifica Emanuela Valle, ha elaborato la proposta di master di primo livello BEST, Behaviour and Evidence-based Sport Horse Training. Il progetto prevede due anni, 61 crediti, 1.525 ore e un massimo di 30 partecipanti, con insegnamento in inglese e tirocini in scuderie e centri sportivi. Al centro c’è la teoria dell’apprendimento applicata all’addestramento, integrata con nutrizione, preparazione atletica, benessere e gestione dell’impresa equestre. La proposta sarà sottoposta agli organi competenti dell’Ateneo; titolo e caratteristiche potranno cambiare in sede di approvazione. A questo percorso si affianca l’obiettivo di sviluppare formazione per gli operatori dell’intera filiera.
C’è poi una dimensione sociale da sviluppare con altrettanta cura. Il progetto guarda al coinvolgimento di realtà sanitarie come Candiolo e di soggetti che lavorano con persone nello spettro autistico, per esplorare iniziative nell’ambito degli interventi assistiti con gli animali. Servono progetti individualizzati, équipe qualificate e valutazione degli esiti, nel rispetto delle linee guida nazionali. La relazione con l’animale può entrare in percorsi educativi, di sostegno e di cura definiti dai professionisti; il benessere delle persone e quello dei cavalli devono orientare insieme le scelte.
L’impatto sarà il banco di prova dell’intero progetto. Il piano di valutazione prevede un orizzonte di cinque anni: partire dalla situazione iniziale e osservare come cambiano le collaborazioni, le competenze, i flussi turistici e le opportunità economiche. Conteremo i visitatori, ma guarderemo anche ai pernottamenti, alle commesse per le imprese locali, ai servizi che riescono a restare attivi, alla partecipazione delle comunità e all’accessibilità delle esperienze. Dovremo distinguere i cambiamenti prodotti dal progetto da quelli che sarebbero avvenuti comunque.
Il documento preliminare di valutazione ipotizza un ritorno sociale compreso fra 1,30 e 1,90 euro per ogni euro investito. È una stima preliminare, costruita su ipotesi e valori monetari attribuiti ai benefici attesi: andrà verificata con i dati e non rappresenta un rendimento finanziario o un risultato già ottenuto. La sua utilità è rendere esplicita la domanda che guiderà il lavoro: quali benefici produciamo, per chi e con quali risorse?
Il debutto di Vinovo porta questa domanda davanti a un pubblico internazionale. La Collezione Giannelli può far scoprire una storia; il sistema che le costruiamo intorno deve dare a quella scoperta un seguito, nei luoghi, nelle imprese e nella vita delle persone. Prima dell’auto e dell’aerospazio c’era il cavallo. La prossima parte della storia possiamo scriverla mettendo questo patrimonio al lavoro per il territorio.
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