Sulla prevista visita di insegnanti, educatrici ed educatori di scuole ebraiche nordamericane e israeliane al Centro internazionale Loris Malaguzzi di Reggio Emilia, in programma dall’11 al 16 ottobre, “credo serva innanzitutto distinguere gli Stati dai cittadini, i governi dalle persone, le responsabilità politiche dalle appartenenze nazionali o religiose” secondo Massimo Gazza, segretario provinciale del Partito Democratico di Reggio.
La posizione espressa da Reggio Children “mi sembra seria e coerente con la storia educativa della nostra città”, prosegue Gazza. Con una sottolineatura: “Non arriveranno rappresentanti dello Stato israeliano o emissari di un governo, ma insegnanti, educatrici ed educatori che partecipano individualmente a un percorso di formazione”.
E soprattutto, per Gazza, “c’è un punto che non può essere ignorato: la Carta ‘Per una educazione democratica e partecipata’ è stata approvata da Istituzione scuole e nidi d’infanzia del Comune di Reggio Emilia, Reggio Children e Fondazione Reggio Children, ed è stata sottoscritta anche dai membri del network internazionale di Reggio Children. Non è dunque una formula di circostanza, ma un’assunzione esplicita di responsabilità: ripudio della guerra, rifiuto della militarizzazione delle scuole, contrasto a ogni discriminazione, nel solco dei principi della nostra Costituzione”.
Per questo, prosegue il segretario provinciale del Pd reggiano, “trovo paradossale lo slogan ‘fuori le guerre dall’educazione’. Se significa tenere armi, propaganda militare e cultura della violenza fuori dalle scuole, lo condivido. Ma se significa che l’educazione non debba misurarsi con le guerre, con le loro cause e con l’odio, penso il contrario: dobbiamo ‘portare l’educazione dentro le guerre’, per disarmarle. Significa portare pensiero critico, ascolto, conoscenza dell’altro, riconoscimento dei diritti e complessità; impedire che il conflitto politico diventi conflitto personale, scontro identitario”.
“E quale luogo potrebbe avere più titolo di Reggio Emilia per provarci?”, sostiene Gazza: “Il pensiero di Loris Malaguzzi e il Reggio Emilia Approach hanno costruito un’idea di educazione fondata sui diritti dei bambini, sull’ascolto, sulla partecipazione e sul valore delle differenze. Confondere cento insegnanti con lo Stato di Israele sarebbe non soltanto un errore politico, ma un rovesciamento dei valori che diciamo di voler difendere. Le società possono avere responsabilità politiche e storiche, e anche il consenso che sostiene un governo può e deve essere oggetto di giudizio. Ma altra cosa è introdurre una presunzione di corresponsabilità sulle singole persone solo in ragione della loro nazionalità, religione o appartenenza culturale”.
Una democrazia, prosegue Gazza, “deve saper tenere insieme entrambe le cose: la capacità di giudicare con nettezza le scelte di uno Stato e di interrogarsi sulle responsabilità della società che le accompagna, senza trasformare l’appartenenza in una prova di responsabilità individuale. La critica più dura possibile al governo Netanyahu, alle violazioni del diritto internazionale e alla tragedia inflitta alla popolazione palestinese non perde nulla della propria forza se rifiutiamo questo automatismo. Al contrario, diventa più credibile proprio perché distingue le responsabilità politiche dalle identità delle persone”.
Proprio per questo, “considero questa visita non un problema da eliminare, ma una possibilità da interrogare. Abbiamo l’occasione di raccontare ciò che Reggio Emilia pensa della pace, della convivenza, della dignità dei bambini e del rifiuto della guerra. Ma abbiamo anche l’occasione di ascoltare: capire come persone con storie e sensibilità differenti leggono il conflitto israelo-palestinese. È qui che l’incontro educativo può spostarsi sul terreno del conflitto, senza trasformarsi in propaganda. Si può parlare di Gaza, del 7 ottobre, degli ostaggi, dei bambini palestinesi uccisi, dell’antisemitismo, del diritto internazionale e del riconoscimento dello Stato palestinese. Solo il confronto aiuta a crescere, i veti e le censure solitamente alimentano divisioni e odio”.
Per questo, “penso che la visita debba potersi svolgere”, sintetizza Gazza: “Reggio Emilia dovrebbe tentare una strada diversa: fare di questa vicenda un’occasione per alzare il livello della discussione pubblica. Reggio può interrogarsi su guerra, pace, antisemitismo, diritti e responsabilità collettive senza ridurre tutto a schieramenti contrapposti. Mantenere aperto il confronto, senza scomuniche preventive, senza confondere le persone con gli Stati e senza rinunciare alla chiarezza dei propri valori”.
Reggio Children, del resto, “collabora già con realtà israelo-palestinesi impegnate nel dialogo e nella riconciliazione e con la municipalità palestinese di Beit Jala. È una strada difficile, ben più difficile di scegliere un campo e smettere di parlare con l’altro. Ma la pace non nasce tra persone già d’accordo: nasce quando qualcuno mantiene aperto uno spazio nel quale riconoscersi ancora esseri umani”.
“Dobbiamo denunciare senza esitazioni ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania, difendere il diritto del popolo palestinese, combattere l’antisemitismo e ogni forma di disumanizzazione”. Queste cose per Gazza “non sono alternative: stanno insieme. E dobbiamo chiederci quale sia il contrario della radicalizzazione. Io penso che sia l’incontro. L’educazione. Gli interrogativi. La possibilità di ascoltare una storia che non coincide con la propria. La capacità di vedere nell’altro non uno Stato, un esercito, una religione o una bandiera, ma un essere umano. Se il Reggio Emilia Approach può contribuire anche soltanto un poco a questo processo, rinunciarvi sarebbe una sconfitta”.
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