#Finsubito news dalla rete – Il filo bianco della cascata (1933) – Recensione


Tardo film muto giapponese, cristallizzazione della poetica femminile di Mizoguchi, anche con elementi autobiografici, espressione della corrente, letteraria e teatrale, shinpa: tutto questo è Il filo bianco della cascata, una delle quattro opere che il grande regista adatta da romanzi di Kyōka Izumi cui infonde un concentrato di filosofia tradizionale nipponica. La poetica dei luoghi, il giardino storico di Kenroku-en, ma anche la fotografia della decadenza di una cultura nobile con l’affermazione di una nuova classe sociale di burocrati sul modello occidentale. Un melodramma gravido di tristezza, e bellezza. Alle Giornate del Cinema Muto 2026.

Um filme mudo falado

Kanazawa, 1890. Tomo, soprannominata “Taki no Shiraito” è una giovane artista ambulante che si esibisce con giochi d’acqua in una compagnia circense itinerante. Innamorata del giovane studioso di diritto Kin-san, o Kinya, lo sostiene economicamente affinché possa studiare e realizzare il suo sogno. Anni dopo, ormai diventato procuratore, Kinya si trova a processare Shiraito, accusata di omicidio dopo aver ucciso un usuraio che l’aveva ricattata. Il processo mette così a confronto il suo amore sacrificato con l’obbedienza alla giustizia dello stato. [sinossi]

Correva l’anno 1933: le produzioni cinematografiche sonore avevano ormai soppiantato il muto. In Giappone la transizione fu più lenta anche a causa della cosiddetta dittatura del benshi, ovvero il narratore giapponese, che rappresentava una figura molto popolare tanto da far tardare il passaggio completo al sonoro. Il filo bianco della cascata (il titolo internazionale è The Water Magician, mentre quello originale in giapponese è Taki no shiraito, 滝の白糸) esce proprio quell’anno, un muto anacronistico ma che pure si è prestato all’accompagnamento di tanti grandi e storici benshi, così come di quelli contemporanei come la divina Midori Sawato, Ichirō Kataoka e Komura Tomoko. Presentato alla 45ª edizione delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, nella rassegna “L’arte del benshi”, è stato interpretato dalla giovane benshi Kumiko Ōmori in una straordinaria performance dal vivo che peraltro giocava un effetto di doppio o di risonanza con il palcoscenico delle scene del film in cui si esibisce la protagonista, negli spettacoli di giochi d’acqua. Tomo infatti è una mizugei-shi, ovvero un’artista dell’antica arte performativa nipponica detta mizugei (水芸), letteralmente “arte dell’acqua”. Era una specialità di artisti itineranti, soprattutto donne, che si esibivano nelle fiere e nei misemono, gli spettacoli popolari. Erano in grado di produrre e controllare l’acqua con il corpo e con gli oggetti di scena: l’acqua usciva da recipienti, ventagli, bastoni, formando getti, archi e sottili fili d’acqua. Si tratta di una forma di intrattenimento popolare risalente all’epoca Edo, ormai scomparsa, se non per spettacoli commemorativi di artisti che portano avanti la tradizione proprio come per il benshi. Fonti sulla cultura urbana dell’epoca Edo collocano la mizugei accanto alle altre forme di intrattenimento popolare, come rakugo e kōdan, che sono considerate proprio le antesignane del benshi. Nell’epoca in cui si svolge il film rappresentava già qualcosa di decadente. A decretarne la scomparsa sarebbe stata proprio la concorrenza con il cinema. Il principio femminile nel film combacia con l’acqua, elemento declinato in vario modo nel film. Il ruscello finale diventa un superamento della morte dei protagonisti, il tempo andrà avanti come l’acqua di un corso d’acqua in un’unica direzione. Morte che è, di fatto, un doppio suicidio, elemento classico della drammaturgia nipponica, emblema di bellezza e tristezza, spesso collocato vicino a un fiume, come anche nel film Doppio suicidio ad Amijima di Masahiro Shinoda. Il passaggio da una sponda all’altra di un fiume è anche una rappresentazione tipica giapponese della morte.

Il filo bianco della cascata è uno dei quattro film di Mizoguchi – insieme ai perduti Kyōren no onna shishō e Nihonbashi e a O-Sen delle cicogne di carta – tratti da opere dello scrittore Kyōka Izumi, amato dal regista per i suoi personaggi femminili e per il modo in cui raccontava il ruolo della donna, spesso sfruttata, nella società. Pubblicato nel 1894, il romanzo Giketsu Kyōketsu (I giusti e i cavalieri) sarebbe stato poi messo in scena come Taki no shiraito. Siamo ancora nell’epoca Meiji, quella della grande occidentalizzazione del paese, quando viene creato il teatro shinpa, con lo scopo di rinnovare il patrimonio di testi del teatro kabuki, con opere di ambientazione contemporanea, a carattere sociale. Il percorso è obbligato: da un romanzo si ottiene subito una trasposizione teatrale shinpa, e poi un adattamento cinematografico. Lo scrittore fotografa una situazione sociale dell’epoca Meiji, quella dei giovani maschi che studiano per entrare in una nuova classe sociale di dirigenti, burocrati, professionisti sul modello occidentale. La donna è esclusa da questi ruoli ma spesso svolge attività artistica. Uno dei soggetti più frequenti dei drammi shinpa è proprio quello della donna schiacciata da un destino avverso e crudele. Mizoguchi stesso trova una rispondenza autobiografica con questa storia. Da giovane, infatti, soffrì molto perché la sua famiglia, decaduta e in condizioni economiche precarie, vendette come geisha (persona d’arte) la sorella maggiore del futuro regista. La donna venne poi riscattate dalla casa di geisha da un nobile che la sposò. Divenuta così ricca fornì al fratello il sostentamento economico per permettergli di entrare nel mondo del cinema. Tutta la cinematografia del regista, incentrata sull’universo femminile, nasce così da quasto trauma giovanile e dalle vicende tormentate della sorella. Oltre ai primi film, lo schema di Il filo bianco della cascata ricorre anche in classici del regista, come Elegia di Osaka, Storia dell’ultimo crisantemo e L’intendente Sansho, in cui giovani uomini ambiziosi, desiderosi di affermarsi, finiscono per sacrificare una figura femminile cui sono legati a vario titolo, moglie o sorella. Sono le donne, in un contesto patriarcale, a farsi carico delle pressioni che gravano su di loro, arrivando infine a immolarsi. Un processo che infligge ai giovani uomini una profonda sofferenza interiore. Questo è poi il minimo comune denominatore della filmografia del regista. Taki no shiraito è una figura femminile tra le più belle del regista. Una donna forte, un’artista che sa perfettamente gestire e controllare la sua arte, i getti d’acqua, ma non riesce a controllare la propria vita. Come ogni donna è vittima di una società rapace e sfruttatrice. È lei a prendere l’iniziativa con Kin-san, lei la donna di poco più anziana di lui. Questo nella bellissima scena dell’innamoramento, che avviene di notte, sotto la luna, altro principio femminile, sotto un salice piangente, davanti a una statua del Buddha, nel giardino di Kenroku-en, considerato uno dei più belli del Giappone, a Kanazawa, la città di Kyōka Izumi. Lei si sacrifica per lui rivelandosi anche una persona generosa con tutti. Il film è un racconto intenso dell’amore a distanza, con la sua grande intensità, e la prospettiva di un ricongiungimento e una futura vita felice insieme.

Mizoguchi conduce la narrazione enfatizzando i principi cardine della tradizione, filosofica, estetica, del Giappone. C’è un grande importanza delle stagioni con la loro alternanza, a rappresentare le stagioni della vita. La stessa arte della mizugei è tipicamente svolta d’estate, momento adatto per l’intrattenimento di tipo circense. L’elemento stagionale è stato spesso sottolineato anche nella narrazione della benshi, che parla anche di erbe fluttuanti in riferimento al nomadismo dell’attività circense. Non a caso un’espressione di due titoli di film di Ozu, Erbe fluttuanti e Storia di erbe fluttuanti, che raccontano storie di compagnie girovaghe, dove il termine originale ukigusa suggerisce qualcosa che viene trasportato dall’acqua, senza un luogo stabile a cui appartenere. Trasposto nel linguaggio cinematografico, il film assume gli stilemi del genere circense, che racconta le vite errabonde degli artisti, con tutte le loro precarietà, per poi virare al film giudiziario, al courtroom movie. Come dispositivo narrativo il film funziona secondo il conflitto chiave di tutta la drammaturgia classica giapponese, ovvero quello tra giri, dovere, e ninjo, sentimento. Conflitto che esplode alla fine in Kinya, che deve condannare la donna amata per ottemperare ai suoi doveri sociali, essendo diventato magistrato peraltro proprio grazie al finanziamento di lei. Non può esserci altra conclusione che non il doppio suicidio, o l’equivalente, o come un seppuku dell’uomo, unico modo per riaffermare una dignità. Mizoguchi racconta anche di un paese che cerca di imitare l’occidente, già nella gara tra un tradizionale risciò orientale e una carrozza, dove sembra che il primo mezzo, anche più antico, abbia paradossalmente la meglio. Un paese che si sta modernizzando, come sottolineato dai treni e dalle rotaie. E infine il regista non manca di sottolineare un decadimento, un imbarbarimento proprio di quei valori e principi della tradizione. Tutto ciò è simboleggiato nell’usuraio che si rivela un predatore sessuale proprio mentre pratica la cerimonia zen del tè.

Taki no shiraito, con i suoi giochi d’acqua, rappresenta anche già quella fluidità, quella facilità di scorrimento della macchina da presa di Mizoguchi, che sarebbe diventata leggendaria e oggetto di studio. Qui abbiamo degli arditi, per l’epoca, movimenti di macchina. Carrelli laterali o in avanti, oltre a un acrobatico movimento della mdp che sale sul palcoscenico del teatro e poi lo attraversa per piombare nei camerini. E, come l’acqua che scorre verso un’unica destinazione, la vicenda procede inesorabilmente verso il proprio epilogo tragico. Le Giornate del Muto hanno restituito un restauro nuovo di pacca di Il filo bianco della cascata, realizzato in digitale dal National Film Archive of Japan, utilizzando come fonte la versione più lunga dell’internegativo 35mm prodotto nel 1999 a partire da molteplici copie in 16mm. Rispetto a quello precedente, riversato sul dvd della serie Talking Silent, ci sono alcune piccole modifiche in un finale già sintetico evidentemente per la mancanza di sequenze. Nel precedente la morte della protagonista era solo narrata e quella del protagonista resa con un solo fotogramma fisso, di lui con la pistola pronto al suicidio, mentre ora c’è una breve sequenza filmata di lui che giace per terra.

Info
Il filo bianco della cascata, una copia online.
  • il-filo-bianco-della-cascata-1933-the-water-magician-kenji-mizoguchi-01.webp

Il filo bianco della cascata was last modified: Ottobre 9th, 2026 by Raffaele Meale




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