|
|
|
di
Federico Thoman
|
|
|
L’esecuzione pubblica di un condannato a morte, nel mondo occidentale, appartiene a epoche passate. Ancora oggi è però uno degli orribili strumenti con cui alcuni regimi, come quelli della Corea del Nord o dell’Iran, vogliono terrorizzare la loro popolazione. Ora sono però gli Stati Uniti a voler riprendere questa tradizione per giustiziare Nidal Hasan. Maggiore ed ex psichiatra dell’esercito Usa, nel novembre 2009 uccise a colpi di pistola e gridando «Allahu akbar» 12 soldati (tra cui una donna incinta) e un civile nella base di Fort Hood, in Texas. È stato condannato a morte da una corte marziale che ha deciso per la fucilazione, approvata dal presidente Trump, da eseguire nella stessa base. La novità annunciata dal segretario alla Difesa Hegseth ieri è che l’esecuzione sarà trasmessa in diretta. Tutto il mondo, potenzialmente, potrà assistervi. I dubbi legali ma anche etici sono parecchi: la data fissata è il 3 dicembre, un mese dopo il voto di midterm negli Usa.
La newsletter America-Cina è uno dei tre appuntamenti de «Il Punto» del Corriere della Sera. Potete registrarvi qui e scriverci all’indirizzo: americacina@corriere.it.
|
|
|
|
|
|
|
|
| 1. Il Pentagono decide di fucilare in pubblico l’autore della strage di Fort Hood |
|
|
|
|

La fucilazione di Nidal Hasan, l’autore della strage di Fort Hood, sarà pubblica. La data fissata è il prossimo 3 dicembre. «Ci assicureremo che gli americani possano assistervi. Perché la gente deve capire che azioni di questo tipo comportano conseguenze molto gravi». Ad affermarlo, ieri, è stato il segretario alla Difesa Usa Peter Hegseth intervistato dall’emittente Real America’s Voice. «Sarà fucilato da un plotone di soldati. Come è giusto che sia», ha spiegato. Dopodiché il Pentagono ha poi aggiunto che l’esecuzione mediante fucilazione (un metodo raro, usato dai militari in tempo di guerra) sarà trasmessa in diretta streaming proprio dalla base texana di Fort Hood. Una pratica che in pubblico ormai fanno solo pochi Paesi come l’Iran, la Corea del Nord e l’Afghanistan, e che gli Stati Uniti non facevano da 90 anni. L’ultima esecuzione pubblica di un civile fu nel 1936, di un militare (disertore) nel 1945.

Nidal Hasan durante la prigionia (Epa)
Sia la fucilazione, che il luogo, ha aggiunto il segretario, hanno un valore simbolico: «Lo faremo di giovedì, all’una, come faceva lui (Hasan, ndr), e saranno soldati con i fucili a giustiziarlo. Non succedeva dalla Seconda Guerra Mondiale». Poi ha aggiunto: «Beh, in un certo senso mi piaceva la mentalità che avevamo durante la Seconda Guerra Mondiale» (leggi sul sito del Corriere l’articolo completo).
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| 2. Chi è Hasan e cosa fece nel 2009 |
|
|
|
|

(Redazione Online) La strage di Fort Hood, una base militare in Texas, avvenne il 5 novembre 2009. Quel giorno, il maggiore Hasan, ex psichiatra dell’esercito, ha ucciso 13 persone, tutte militari tranne uno, usando la sua pistola personale. Tra di loro c’era anche una soldata incinta che si era buttata per terra implorando perché fosse risparmiato il figlio non ancora nato. I soldati si trovavano in una sala d’aspetto del centro medico della base, in attesa di sostenere l’ultima visita prima del dispiegamento in Iraq e Afghanistan. Secondo l’accusa, Hasan non voleva essere inviato in Afghanistan e provava un «senso di dovere nei confronti della jihad, che lo spingeva a uccidere quanti più soldati americani possibile».

Soldati americani fuori dalla base di Fort Hood il giorno della strage (Epa)
Al termine di un processo di corte marziale, in cui aveva rinunciato a difendersi, Hasan è stato riconosciuto colpevole per 45 capi d’accusa di omicidio premeditato e tentato omicidio premeditato da una giuria militare. Da quel momento è diventato uno dei quattro detenuti nel braccio della morte dell’esercito statunitense. Ora, a meno di colpi di scena, verrà giustiziato in mondovisione.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| 3. Scandali, gaffe e frasi choc: Hegseth e l’antologia degli eccessi |
|
|
|
|

Segnatevi la data: 3 dicembre. Almeno, questo è quello che dice il segretario della Guerra – un tempo non lontano della Difesa – Pete Hegseth. Il biglietto è gratis e il posto in prima fila pure, perché lo spettacolo andrà in streaming. Sul palco ci sarà Nidal Hasan, l’ex maggiore che il 5 novembre 2009 entra nell’infermeria di Fort Hood, in Texas, spara più di cento colpi e uccide tredici persone. Davanti a lui ci sarà un plotone d’esecuzione, cosa che l’esercito americano non mette in scena dal 1945, dai tempi di Eddie Slovik, fucilato per diserzione.

Il segretario Usa alla Guerra Pete Hegseth (Afp)
Questo è solo l’ultimo capitolo di un’antologia dell’eccesso che il ministro aggiorna quasi ogni settimana. Da quando, nel gennaio 2025, il Senato lo conferma con il voto decisivo del vicepresidente JD Vance, 51 a 50, il ministero più potente del mondo è diventato anche il suo studio televisivo. E Hegseth non ha mai smesso di andare in onda (leggi qui l’analisi completa).
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| 4. Taccuino | Un nuovo attacco all’Iran prima delle midterm? |
|
|
|
|

Donald Trump afferma che non colpirà l’Iran prima delle elezioni di medio termine. Pochi gli credono. A cominciare dagli iraniani che si aspettano un attacco. La fase racchiude diversi elementi. La stampa Usa continua a parlare di una possibile ondata di raid, almeno tre settimane di incursioni (secondo il New York Times). In Israele non escludono il nuovo round, al punto che si parla di un possibile rinvio delle elezioni nel caso della ripresa delle ostilità. I pasdaran bersagliano le petroliere «dentro» e «fuori» Hormuz: evidente l’obiettivo di rendere difficile il transito e di affermare i propri «diritti» sullo Stretto. Il passaggio di navi – secondo gli esperti – è di nuovo sceso ai minimi.

Un uomo in riva al mare affacciato sulle Stretto di Homruz, dalla sponda iraniana (Ap)
Al tempo stesso Teheran è convinta di poter influenzare il voto negli Stati Uniti: le ostilità porterebbero a un ulteriore rialzo del prezzo del carburante, incidendo sulla vita dei cittadini. Inoltre, il regime spera che il costo economico esorbitante per la guerra e il settore energetico induca la Casa Bianca a fermarsi. La manovra include il fronte Yemen, dove gli Houthi fanno danni alle infrastrutture saudite utilizzando droni e missili, colpi che hanno ripercussioni sui mercati. The Donald, all’opposto, gioca sulla strategia di pressione: sanzioni, minaccia bellica, blocco all’export iraniano. Il pacchetto dovrebbe avere un effetto di lungo termine sulla tenuta della Repubblica islamica. Ma non tutti gli osservatori sono concordi su questa prospettiva. È fuori di dubbio, però, che entrambi i contendenti prendono dei rischi, senza avere in tasca un successo.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| 5. La lista dei bersagli colpiti dalla portaerei Lincoln, tornata a casa a San Diego |
|
|
|
|

(Guido Olimpio) Sempre a proposito di Iran. Il segretario della Difesa americano Pete Hegseth ha postato su X una foto con la lista dei target colpiti dagli aerei della Lincoln durante le operazioni contro i pasdaran. Ecco la lista: 103 droni (la maggior parte Shahed 136), 23 missili antinave, 10 sottomarini «tascabili» (classe Ghadir, secondo gli esperti), 34 tra unità maggiori e motovedette. Impiegate 1.463 bombe o missili. La portaerei è appena rientrata negli Usa dopo una lunga permanenza nell’Oceano Indiano in supporto di Epic Fury. Una missione segnata dalle crescenti difficoltà per l’equipaggio, con proteste e alcuni casi di tentato suicidio. Non a caso Hegseth è andato ad accoglierla a San Diego.

Le «tacche» degli obiettivi colpiti dalla Lincoln durante le sue missioni impresse sulla nave (Afp)
Notizia intrigante, in tema, dal Jerusalem Post. Secondo il quotidiano il comandante della Marina dei pasdaran Alireza Tangsiri, ucciso all’inizio del conflitto, era stato considerato un bersaglio di alto valore da eliminare con priorità rispetto agli altri dirigenti. Gli Usa temevano che sarebbe potuto diventare il numero uno dei Guardiani della rivoluzione e per questo avrebbero chiesto all’Idf di condurre lo strike decisivo. Nell’analisi dell’intelligence, Tangsiri veniva definito abile, creativo, con grandi doti militari e attestato su posizioni radicali. La guida dei pasdaran è stata poi affidata ad Ahmad Vahidi, altra figura di prestigio e non certo un moderato.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| 6. Il Nobel per la Pace alla magistrata Pillay |
|
|
|
|

Dalle retrovie più povere di Durban, sotto il cielo plumbeo dell’apartheid ai più alti scranni dei tribunali dell’Onu. Il premio Nobel per la Pace assegnato questa mattina alla giurista Navanethem Pillay, detta Navi, segna il culmine di una vita straordinaria, di oltre cinquant’anni di lotta contro l’impunità, la discriminazione di genere e i crimini di guerra. Oltre mezzo secolo vissuto da pioniera e con «eccezionale coraggio e integrità», come riconosciuto nella motivazione.

Navi Pillay, nuova premio Nobel per la Pace (Epa)
Ci vuole coraggio a nascere donna, indiana e povera nel Sudafrica del 1941, sapendo che il mondo ha già deciso che il tuo unico destino è l’esclusione. Per Navi Pillay, quinta di otto figli di immigrati tamil a Durban, la vita inizia in una casa con un padre autista di autobus che va a pesca per rimediare la cena. Ci vuole coraggio a sognare un’altalena. Da bambina, Navi deve fare i conti con la sofferenza quotidiana di non poter salire sui giochi dei parchi pubblici, rigorosamente riservati ai bianchi, racconterà in alcune interviste. Ma ci vuole coraggio anche da parte di un’intera comunità che, intravedendo il suo eccezionale potenziale accademico, decide di mobilitarsi raccogliendo spiccioli e donazioni per pagarle le tasse alla Natal University, scommettendo tutto su di lei (qui il ritratto completo).
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| 7. L’Ice a New York ha sparato a un uomo che era in auto: la rabbia del sindaco Mamdani |
|
|
|
viviana mazza
corrispondente da New York
|
|
|
|

«Questa è una situazione inconcepibile e incredibilmente grave. Non resterò a guardare mentre gli agenti di Ice terrorizzano le nostre comunità». Il sindaco Zohran Mamdani non usa mezze parole: «Questa città vuole che Ice se ne vada. Vogliamo che se ne vada dai nostri quartieri. Fuori dagli ospedali. Via dalle nostre strade. Lontano dai nostri figli». E conclude: «Abolite l’Ice». Le sue dichiarazioni arrivano via social giovedì sera, dopo l’annuncio che nel quartiere di Marble Hill, al confine tra Manhattan e il Bronx, gli agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) hanno sparato, ferendolo, a un uomo di 28 anni. Il dipartimento di Homeland Security, da cui dipende Ice, afferma che gli agenti stavano conducendo un’operazione mirata contro un individuo presente illegalmente nel Paese, con precedenti penali per furto aggravato e un caso ancora aperto per traffico di droga.

Scontri ieri a New York dopo l’episodio (Epa)
L’uomo, dominicano, è stato ferito al collo e portato in ospedale. C’era un bambino di 5 anni nella sua auto, probabilmente il figlio, che è rimasto illeso ed è stato lasciato nelle mani di un altro familiare, secondo i media locali (qui l’articolo completo).
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
| 8. La visita (privata) negli Usa dell’ex presidente di Taiwan ha fatto infuriare i cinesi |
|
|
|
|

L’ex presidente taiwanese Tsai Ing-Wen è andata negli Stati Uniti per una visita (privata) di una settimana. Ha incontrato l’ex speaker della Camera Nancy Pelosi, ha parlato all’Università di Stanford e ad altri uditori più o meno istituzionali. Tanto è bastato per far infuriare Pechino. Oggi un editoriale del Global Times, «costola» del Quotidiano del Popolo e voce internazionale del Partito comunista cinese, ha definito l’iniziativa di Tsai come «un tradimento di Taiwan per conquistare i favori di Washington». Secondo l’anonimo estensore dell’editoriale, l’ex «leader della regione di Taiwan» (la Cina la rivendica come una sua provincia) «ha sacrificato gli interessi economici e commerciali dei suoi concittadini pur di assicurare vantaggi al proprio partito (il Dpp)».

Tsai Ing-Wen con Nancy Pelosi (Facebook Nancy Pelosi)
Nei suoi incontri, Tsai, nell’interpretazione della Madrepatria, avrebbe «denunciato le politiche di Pechino» riguardo l’unificazione gettando discredito e provando «a vendere l’autonomia di Taiwan come una risorsa americana», trovandosi l’isola lungo la catena difensiva di isole e territori che partono dalla Corea del Sud passando per il Giappone per arrivare a Filippine e Indonesia. Per la Repubblica Popolare, questa linea «fortificata», dove abbondano le basi Usa (ma non su Taiwan) è un vero e proprio «cappio» ordito per «contenere» l’espansione della Cina e, nelle intenzioni di Pechino, prima o poi andrà «smantellata». Per il momento, il Global Times lancia un avvertimento-minaccia. In sostanza, Taiwan è stata finora leader nella produzione di semiconduttori iper sofisticati, quelli, per intenderci, essenziali per la tecnologia bellica e l’AI. Ma oggi la Cina popolare sta avanzando a grandi passi verso una produzione autonoma di questi preziosissimi chip. Dunque? «Se Taiwan non la smette di provocarci», è il senso dell’editoriale, «in futuro la sua industria potrebbe trovarsi priva di sponde nella Madrepatria e di fronte all’eventualità di diventare non soltanto obsoleta ma anche di venire scalzata dalle industrie concorrenti». A buon intenditor…
|
|
|
|
|
|
|
|