#Finsubito news dalla rete – da Matilde di Canossa agli Usa — La Verità


I dazi di Donald Trump colpiscono i vini popular (sotto i 13 dollari)? Il dollaro è debole? La burocrazia americana rompe le scatole tre volte, a livello federale, statale e locale? Tutte cose che stanno decisamente sugli zebedei ai vini popular italiani. Ma, a quanto pare, non hanno fatto perdere lo smagliante sorriso del Lambrusco emiliano.

La sua marcia trionfale dalla costa atlantica degli Usa al Far West è stata rallentata, ma non si è fermata. Prima dei dazi erano oltre 13 milioni le bottiglie di Lambrusco modenese-reggiano tra Doc e Igt vendute in America. È vero che nei primi mesi del 2025 c’è stato un balzo di vendite del 4 % in più grazie alla corsa dei rivenditori per far scorta. È vero che la gabella trumpiana ha rallentato successivamente la sua corsa. Ma è altrettanto vero che negli States il rosso sorriso del Lambrusco piace come quello di Jim Carrey in The Mask: «Spumeggiante!»

Il Lambrusco resiste ai dazi e guarda a nuovi mercati

«Gli Stati Uniti restano un mercato fondamentale per il Lambrusco nonostante l’attuale scenario dei dazi», sottolinea Claudio Biondi, presidente del Consorzio del Lambrusco, «scenario che rappresenta, comunque, un elemento di attenzione per le nostre imprese». Ma le ambizioni del Lambrusco modenese-reggiano non si fermano agli States. «Guardiamo con interesse al Canada», continua Biondi, «dove si stanno aprendo nuove opportunità.

Un’area particolarmente promettente è quella del Mercosur, l’organizzazione economica che riunisce Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, stati nei quali il Lambrusco gode di ottima considerazione. E poi c’è il Messico che apprezza in modo particolare i lambruschi amabili». Insomma, il Lambrusco è il nuovo Cristoforo Colombo alla conquista delle Indie occidentali? «A dir la verità», precisa Biondi, «ci interessano anche quelle Orientali. Stiamo esplorando nuovi mercati, come l’India e alcuni Paesi africani, che offrono prospettive interessanti nel medio-lungo periodo».

Matilde di Canossa e la leggenda del vino che sconfisse l’imperatore

Più che un consorzio, quello che Biondi presiede, è un reame che riunisce le denominazioni di Salamino di Santa Croce, Grasparossa di Castelvetro, Sorbara, Modena Doc, Colli di Scandiamo e di Canossa Doc e il Reggiano Doc. In pratica, il Lambrusco ha ricostituito sotto le sue etichette il cuore delle terre un tempo dominate da Matilde di Canossa.

La «gran contessa» voleva particolarmente bene al vino dei suoi possedimenti e lo donava con giusto orgoglio a papa Gregorio VII con il quale si era alleata nella lotta per le investiture contro Enrico IV di Franconia che avrebbe voluto nominare i vescovi al posto del pontefice. Nella guerra tra il potere spirituale e quello temporale scese in battaglia anche il Lambrusco che, narra la leggenda, sia stato il miglior alleato di Matilde nella battaglia di Sorbara: un nome, una garanzia di vittoria. Si racconta, infatti, che Matilde di Canossa batté l’esercito imperiale con una mossa astuta. Lasciò un bel po’ di botti di Lambrusco nel castello assediato dalle truppe nemiche.

Conquistato il castello o, almeno, le sue cantine, i nemici della «gran contessa» festeggiarono tracannando quel vino di poco grado, ma inebriante. Ne bevvero a tal punto che, ubriachi e mezzo addormentati, persero la battaglia decisiva. Forse le cose non andarono proprio così, ma è storia vera che Enrico IV chiese perdono rimanendo fuori dal castello di Canossa per tre giorni e tre notti, scalzo e vestito di sacco. E non ebbe nemmeno il conforto di un poderoso vino brulè fatto con il Lambrusco.

Da Virgilio a Plinio: il Lambrusco nella letteratura latina

L’economia è fondamentale, ma quando si regge sulla storia, la cultura e la tradizione il prodotto viaggia ancora meglio. Il Lambrusco parla latino. Non quello della Suburra, ma il classico di Virgilio, Varrone, Catone e di quel geniaccio di Plinio il Vecchio. Il poeta mantovano cita il vitigno nella quinta bucolica: Silvestris raris sparsit labrusca racemis.

Varrone nel De re rustica, Catone nel De agri cultura e Plinio nella sua Naturalis historia dove annota: «Le foglie della vite labrusca diventano di colore sanguigno prima di cadere». Plinio lodava i benefici salutari del vino che da essa si ricavava: «È una straordinaria medicina per abbassare la temperatura in un individuo malato». La fama di vino salutare attraversò il Medioevo e oltre. Sosteneva il medico bolognese Baldassarre Pisanelli nella seconda metà del Cinquecento che il Lambrusco dovesse essere leggero, splendido e chiaro, di colore rubino: «È un vino che nutrisce molto bene, genera buon sangue, leva la sincope e fa vedere sogni grati la notte».

Il Rinascimento e la scoperta dei vini frizzanti

Il Rinascimento tiene a battesimo il Lambrusco emiliano. Andrea Bacci, scienziato, medico di papa Sisto V, loda nel De naturali vinorum historia (1596) i vigneti coltivati nelle colline tra Modena e Parma e quelli nel tratto della via Emilia sempre nel modenese. Considerava Modena «famosa per certi vini bianchi e rossi, di gusto gradevolmente frizzante, dal profumo soave, che spumeggiano in dorate bollicine quando si versano nel bicchiere».

ùBisognerà attendere l’evoluzione enologica del 1700-1800 per il successo definitivo dei vini frizzanti e spumantizzati. È il conte Vincenzo Dandolo che nel 1814, a Modena, insegna come produrre e imbottigliare correttamente vini spumosi. Il Lambrusco in primis.

Il vino emiliano tra latino, osterie e aneddoti popolari

È un vino selvatico? Lo è. È rustico come il Turiddu di Pietro Mascagni? Anche. Ma quando comincia a gorgogliare, quando esplode qual «vino spumeggiante nel bicchiere scintillante», gioioso e generoso, eccolo indossare la toga accademica dell’ateneo di Modena, università tra le più antiche (1175) e sapienti d’Europa. Diventa un aulico latinista, di quelli che pronunciano la lingua degli antichi romani con accenti melodici come insegnava il grande latinista Alfonso Traina, lingua musicale che non pronunciava vinum con la «v», ma uinum con la «u».

Paolo Monelli in O.P. (ossìa Optimus potor, ossìa Vero Bevitore, 1963) racconta la storia di un parroco di campagna che insegnava il latino a un giovinetto con metodo enologico più che pedagogico. Siamo a Sorbara dove, a detta di Monelli, c’era il Lambrusco più celebrato, quello dell’arciprete del paese. «Quomodo est istud vinum?», chiede il sacerdote porgendo allo scolaro un vinello. «Ista vinus est bona», strafalcia lo scolaro confondendo il femminile con il maschile e il singolare con il plurale. Il parroco gli porge un altro bicchiere, migliore, e gli ripete la domanda: «Quomodo est istud vinum?». Il giovane si corregge, ma non troppo: «Istud vinus est bonus». Finalmente il «don Camillo» modenese offre all’allievo un calice del suo superbo Lambrusco: «Quomodo est istud vinum?». Il ragazzo finalmente impara: «Istud vinum est bonum». La morale di Monelli? «Quale vinum tale latinum».

Oltre che latinista, il Lambrusco è dantista. Quest’altra bella storia si racconta nelle campagne modenesi di Castelfranco (Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Doc). Riguarda un contadino che si ritrovava abitualmente con gli amici in un’osteria per giocare a scopa. Un giorno non si fa vedere.

Né quello dopo né quello dopo ancora. I compagni, preoccupati, si recano al suo casolare per capire cosa è successo. Lo trovano in cucina mentre sta leggendo un libro con un fiasco e un bicchiere colmo di frizzante vino rosso sulla tavola. «Sa fét?», gli chiedono. «A lèz Dante», «leggo Dante», risponde lui. «Mo al capésset?», «Lo capisci?», insistono i compari. «Quando non lo capisco ai bèv sò un bicér ed lambròsch». «Chissà che sbornie», ridacchiano gli amici. «Sòl in t’el Paradis», conclude il cuntadèin diventato colto e assai spirituale, «Solo nel Paradiso».

Il Lambrusco secondo Vamba: il vino dell’allegria

Anche il toscano Luigi Bertelli, in arte Vamba, papà di Gianburrasca, amava alzare il calice di Lambrusco tradendo il Chianti: «Volete voi che durante il geniale banchetto, e per molte ore dopo, arrida ininterrotto il sole della più schietta e sana allegria? Ebbene, scegliete il Lambrusco di Sorbara; quell’amabile liquore che in mirabile accordo accoglie in sé il dolciore del miele, l’acerbotto del melograno e il gentile e lieve amarognolo del pesco, fuso il tutto in un lontano, gradevole sapor di viola».


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