Un’analisi Cgil mostra come integrazioni, maggiorazioni e fisco possano quasi annullare il vantaggio di una pensione maturata con più contributi. Nel 2025 l’assegno sociale maggiorato arrivava a 747,84 euro; nel 2026 può salire a 768,29 euro, ma solo con precisi requisiti di età e reddito
Vale davvero la pena, alla fine, aver versato più contributi? La domanda è volutamente provocatoria, ma i numeri aiutano a capire un paradosso che si nasconde nelle fasce più basse del sistema previdenziale italiano. Integrazione al minimo, maggiorazioni sociali e fisco possono infatti arrivare quasi ad annullare, sul netto, la distanza tra chi ha maturato una pensione molto bassa e chi ne ha costruita, attraverso anni di lavoro, una teoricamente un po’ più alta.
A mettere in evidenza il «paradosso redistributivo» è un’analisi dell’Ufficio Previdenza della Cgil e dello Spi riferita al 2025, che confronta pensioni maturate con storie contributive diverse: risulta così evidente che, nel sistema attuale, pensionati con trattamenti previdenziali maggiori possono ritrovarsi, una volta applicate tutte le imposte e addizionali, con un assegno meno sostanzioso di quello che si aspettavano.
Tre pensioni a confronto
Il cuore dello studio è nella tabella qui sopra, dove ritroviamo tre esempi esplicativi.
1) Nel primo caso, il pensionato ha maturato a calcolo una pensione di appena 384,62 euro al mese, 5 mila euro l’anno. Entra però in gioco l’integrazione al trattamento minimo, che porta la pensione a 603,40 euro; si aggiungono l’incremento transitorio dei minimi, pari a 13,27 euro, e 132,44 euro di maggiorazione sociale. Il risultato finale è 749,11 euro netti al mese, senza Irpef né addizionali nell’esempio considerato.
2) Il secondo pensionato parte molto più in alto: ha maturato con i contributi 692,31 euro mensili, pari a 9 mila euro l’anno. Non ha diritto all’integrazione al minimo e riceve una maggiorazione sociale più contenuta, 43,53 euro. Arriva così a 735,84 euro lordi, ma cominciano le trattenute: 11,32 euro mensili di Irpef, 8,51 di addizionale regionale e 5,54 di comunale. In tasca rimangono 710,47 euro.
3) Il terzo caso è quello più controintuitivo. La pensione maturata sale a 807,69 euro al mese, 10.500 euro l’anno, più del doppio rispetto ai 384,62 euro da cui partiva il primo pensionato. Ma non spettano più né integrazione al minimo né maggiorazioni. Nell’esempio della Cgil, dopo 45,29 euro di Irpef, 9,93 euro di addizionale regionale e 6,50 euro di comunale, il netto scende a 745,97 euro: 3,14 euro meno dei 749,11 del primo caso.
Precisazione: nessuno dei tre pensionati della tabella è una persona che non ha mai versato contributi. Anche il primo caso, infatti, parte da 384,62 euro di pensione maturata a calcolo. La tabella serve a mostrare un’altra cosa: quanto rapidamente possa restringersi il vantaggio netto di chi ha maturato una pensione più alta quando vengono meno integrazioni e maggiorazioni ed entra in gioco la fiscalità.
La Cgil descrive il terzo come il caso tipico di una pensione costruita con una storia contributiva più consistente (spesso frutto di una lunga carriere ma con redditi bassi) che finisce però per lasciare meno in tasca di un trattamento molto più sostenuto dalle componenti integrative.
Le addizionali, naturalmente, variano da Regione a Regione e da Comune a Comune. I 745,97 euro non rappresentano quindi il netto universale di qualunque pensione da 807,69 euro.
Senza contributi, fino a 747,84 euro nel 2025
Il paragone invece tra chi ha versato e chi non ha versato alcun contributo va fatto con l’assegno sociale, che non è una pensione ma una prestazione assistenziale. Nello studio della Cgil ci si riferisce anche in questo caso al 2025, quando l’importo base era di 538,69 euro mensili. Per i soggetti nelle condizioni reddituali richieste, l’incremento previsto dalla legge poteva portare l’assegno fino a 747,84 euro netti per tredici mensilità, cioè 9.721,92 euro l’anno. Parallelamente, nello stesso 2025, un pensionato che aveva maturato attraverso il lavoro e i contributi una pensione di 807,69 euro lordi mensili si ritrovava con 745,97 euro netti, dopo Irpef e addizionali. L’anno scorso, dunque, il trattamento assistenziale di chi non aveva versato contributi superava di 1,87 euro al mese il netto della pensione di chi li aveva versati. Una differenza minima, ovviamente, ma sufficiente a rendere concreto il paradosso.
Altra precisazione: chiunque arrivi alla vecchiaia senza contributi non significa che riceva automaticamente 747 euro. L’assegno sociale è subordinato a condizioni economiche precise (avere o no più di 70 anni, essere single o coniugati, etc).
Nel 2026 si arriva a 768,29 euro
Intanto, nel 2026 è cambiato l’importo massimo base dell’assegno sociale, che è salito, con la perequazione dell’1,4%, a 546,24 euro mensili per tredici mensilità. Il limite di reddito per averne diritto è di 7.101,12 euro annui per chi non è coniugato e 14.202,24 euro complessivi per i coniugi, e non subisce trattenute Irpef.
E’ cambiata anche la maggiorazione. Le tabelle Inps fissavano per il 2026 l’incremento massimo dell’assegno sociale a 202,05 euro al mese. La legge di Bilancio 2026 ha aggiunto strutturalmente altri 20 euro mensili per tredici mensilità e ha aumentato di 260 euro il limite reddituale previsto per ottenere il beneficio.
Per chi possiede tutti i requisiti, il massimo teorico diventa dunque:
546,24 + 202,05 + 20 = 768,29 euro netti al mese, per tredici mensilità, cioè 9.987,77 euro l’anno.
Aumentando così il potenziale paradosso con le pensioni basse ma contributive.
Il nodo degli 8.500 euro
Qui, dunque, si crea la distorsione. Da una parte ci sono giustamente prestazioni assistenziali e maggiorazioni rivolte ai redditi più bassi; dall’altra, pensioni previdenziali con reddito imponibile che, superata la fascia nella quale le detrazioni azzerano l’imposta, cominciano a subire i tagli degli assegni causati da Irpef e addizionali.
Nell’analisi della Cgil il punto di frizione viene individuato nella no tax area dei pensionati, pari a 8.500 euro, rimasta più bassa degli importi annui che alcune prestazioni assistenziali maggiorate possono ormai raggiungere. Per il sindacato il risultato è un’«asimmetria redistributiva»: una pensione maturata con più contribuzione può crescere sul lordo senza che il vantaggio si trasferisca nella stessa misura sul reddito effettivamente disponibile.
Questo, va detto, non significa neppure che una pensione integrata al minimo sia, in quanto tale, «esentasse». Nella stessa tabella, per esempio, la pensione A presenta 8.016,71 euro di imponibile Irpef, ma le detrazioni fanno sì che nell’esempio non vi siano imposte da pagare; le componenti assistenziali seguono invece regole fiscali differenti. L’assegno sociale puro, al contrario, è una prestazione assistenziale e l’Inps specifica che non è soggetto a Irpef.
La quattordicesima non c’entra
C’è infine un equivoco frequente da eliminare. Chi percepisce soltanto l’assegno sociale non ha diritto alla quattordicesima. L’Inps la riserva ai titolari di trattamenti pensionistici previdenziali con almeno 64 anni e determinati requisiti di reddito ed esclude esplicitamente i titolari di sole prestazioni assistenziali, compresi assegno e pensione sociale.
Può invece aggiungersi, se ricorrono ulteriori condizioni economiche e patrimoniali, la Carta acquisti, che vale 80 euro ogni due mesi ed è destinata a determinati acquisti e al pagamento delle bollette. Nel 2026, per chi ha almeno 70 anni, il limite di trattamenti e redditi è 10.974,42 euro annui. Ma si tratta di un beneficio distinto, sottoposto anche a limiti Isee e patrimoniali: non va quindi sommato automaticamente all’assegno sociale come se fosse una mensilità di pensione.
Il punto sollevato dalla Cgil, del resto, non è che le prestazioni assistenziali siano troppo generose. Anzi, lo studio ricorda esplicitamente che restano strumenti essenziali contro la povertà. Il problema è il raccordo fra assistenza, previdenza e fisco: quando pochi euro di pensione maturata in più fanno perdere maggiorazioni e fanno entrare nell’area dell’imposizione, il vantaggio di avere versato più contributi può restringersi fino quasi a scomparire. E così il paradosso non è che chi non ha contributi riceva un aiuto. È che, in alcuni punti del sistema, averne versati di più può lasciare quasi gli stessi soldi – e talvolta persino qualche euro in meno – in tasca.
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