#Finsubito news dalla rete – Brasile, il missionario che restituisce dignità ai dimenticati delle carceri


Lo scorso anno nel sistema carcerario brasiliano sono morte 3.318 persone. “Il carcere è un fallimento dello Stato, ma è un fallimento voluto: il sistema svolge molto bene la funzione punitiva, non quella di recupero e formazione”, spiega ai media vaticani il missionario trentino Gianfranco Graziola, da vent’anni nella Pastoral Carcerária brasiliana

Davide Dionisi – Città del Vaticano

I dati riportati dall’Annuario Brasiliano di Sicurezza Pubblica dello scorso anno sono drammatici: nel sistema carcerario brasiliano sono morte 3.318 persone. Di queste, 1.622 morti sono state classificate come «naturali», 477 come criminali, 202 come suicidi, 28 come accidentali e 989 per cause nemmeno accertate. Dal 2016 al 2025 sono stati registrati complessivamente 23.942 decessi.

Un sistema da circa 800.000 detenuti

Nel Paese ci sono 2.222 istituti che ospitano circa 800.000 detenuti, la maggior parte dei quali proviene da settori socialmente vulnerabili, segnati da povertà, razzismo e disuguaglianza nell’accesso ai diritti. È ancora vivo il ricordo di quel 2 ottobre 1992 quando a San Paolo, nella Casa de Detenção de São Paulo, nota come Carandiru, (all’epoca il più grande carcere dell’America Latina, con oltre 7.000 detenuti) scoppiò una rissa tra detenuti nel padiglione 9. La Polizia Militare intervenne entrando nel carcere con circa 300 agenti e l’operazione si concluse con 111 detenuti uccisi. «Secondo la legge sull’esecuzione penale tutto dovrebbe funzionare alla perfezione; in realtà tutto è precario. Nonostante le promesse, strutture e servizi sono fragili e i diritti fondamentali vengono palesemente violati» spiega Padre Gianfranco Graziola del Coordinamento Nazionale della Pastoral Carcerária Nacional. «Per le donne la situazione è ancora più critica: i programmi di prevenzione, che le direzioni presentano come un fiore all’occhiello, spesso non esistono. Il carcere è un fallimento dello Stato, ma è un fallimento voluto: il sistema svolge molto bene la funzione punitiva, non quella di recupero e formazione. In diversi rapporti degli ultimi anni, soprattutto a livello nazionale, la pastorale carceraria ha dimostrato che il carcere è, in realtà, un sistema di tortura dei tempi moderni. Tra noi si dice: “La prigione può anche essere d’oro e le manette d’argento, ma il carcere resta carcere”» continua il missionario della Consolata, nato a Rovereto nel 1959, in Brasile da 26 anni.

 

Un “fallimento dello Stato”

Parlando del suo servizio, padre Graziola rileva che: «A livello nazionale il mio lavoro è soprattutto formativo: visito gli stati, preparo gli agenti pastorali ad affrontare la realtà del carcere, che non è semplice, e visito le carceri locali con loro a nome della Conferenza episcopale brasiliana. Lavoriamo molto con la giustizia riparativa: negli ultimi anni abbiamo formato più di mille persone. Facciamo anche incidenza politica insieme ad altre realtà della società civile e ci occupiamo, naturalmente, dei familiari dei detenuti. Di recente abbiamo presentato pubblicamente i risultati di un’indagine intitolata La pena oltre la sentenza, che dimostra come a sostenere le spese del carcere siano le famiglie e non lo Stato, come dovrebbe essere. L’obiettivo generale del nostro progetto» prosegue il missionario «è l’evangelizzazione e la promozione della dignità umana attraverso la presenza della Chiesa nelle carceri, nella prospettiva di un mondo senza prigioni». E per chi vuole seguire la sua stessa strada? «Per entrare come pastorale offriamo un corso di formazione, che dà le basi per accostarsi a un mondo che richiede apertura di mente, di cuore e di spirito. La prima base è l’ascolto attento, senza pregiudizi né giudizi morali: non si chiede mai quale reato abbia portato la persona in carcere. È l’atteggiamento del buon samaritano, che si china sul ferito, lo carica sulle spalle, versa sulle sue ferite l’olio della misericordia e si prende cura di lui senza chiedere nulla. Il secondo riferimento è il discorso di Gesù nella sinagoga di Nazaret, che è il suo programma di vita. Il terzo riferimento è Matteo 25,36: «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Quanto alle procedure, bisogna essere presentati dalla diocesi, con documento d’identità, come membri della pastorale carceraria; il sistema penitenziario dello stato rilascia una credenziale annuale che permette di entrare secondo il calendario concordato con la direzione. Chi ha un parente detenuto non può entrare con la pastorale: per lui esistono altre vie di visita. Gli ostacoli burocratici sono all’ordine del giorno: le attese e i lunghi controlli ritardano l’ingresso di persone e cose, compresi gli oggetti religiosi necessari alle celebrazioni».

I problemi più gravi

Tra i problemi più gravi, il sacerdote segnala la droga, che porta morte, furti e rapine. «Il carcere aggrava la dipendenza e spesso la persona contrae un debito insanabile, che porta al suicidio o alla morte per mano di sicari una volta uscita. Le fazioni criminali sono il risultato dell’incarcerazione di massa e dell’incapacità dello Stato di rispondere alle sfide sociali con politiche pubbliche. Hanno un peso non solo dentro il carcere, ma ancor più nella società: pensiamo a Rio de Janeiro, dove dettano legge e si infiltrano in attività commerciali e grandi imprese. Nel sistema carcerario, di fatto, sono un sostegno per le famiglie dei detenuti, che ogni anno spendono miliardi per mantenere in vita i loro cari e procurare loro i beni necessari. Non va dimenticato un problema di fondo: la militarizzazione della società, l’armamento, l’istituzionalizzazione della violenza come garanzia di sicurezza e di una falsa tranquillità. È la pace armata, che giustifica il detto se vuoi la pace, prepara la guerra».

La pastorale dell’ascolto

Il missionario si sofferma poi a parlare di pastorale dell’ascolto (soprattutto tra i volontari e con i detenuti): «Al primo incontro ci si presenta, si chiede il nome, si crea un rapporto e si ascolta ciò che la persona ha vissuto nella settimana, nella quindicina o nel mese. C’è un ascolto collettivo, sulle difficoltà comuni, e uno personale, in cui ciascuno esprime i propri sentimenti: la mancanza delle visite dei familiari, dell’assistenza legale, dei bisogni essenziali, e talvolta denuncia forme di tortura fisica, morale o psicologica». Padre Gianfranco Graziola ricorda poi una delle esperienze che maggiormente ha segnato il suo percorso: «Mi ha colpito la storia di Deolinda, madre di due figlie, ottima insegnante, in carcere per furto. In realtà soffriva di cleptomania, così acuta che rubava a se stessa e non sapeva più dove fossero le sue cose. Per resistere alla violenza del carcere era entrata nel mondo della droga, aggravando il bisogno di rubare per comprarla; senza, entrava in crisi convulsive, risolte con pesanti sedazioni. Ci siamo mossi attraverso il difensore pubblico per cercare di recuperarla. Abbiamo contattato la famiglia, che ha risposto con rifiuto e abbandono, lasciandoci tristi e frustrati. Abbiamo cercato anche un posto in una struttura pubblica, senza ottenere risposta. Più tardi ho saputo che Deolinda aveva trovato pace solo nella morte».

Superare il dramma del carcere

Alla domanda se abbia conosciuto persone che sono riuscite a cambiare vita, il sacerdote risponde: «Sì, c’è chi ha superato il dramma del carcere, anche se resta sempre una cicatrice indelebile. Oggi queste persone hanno una vita diversa, sono impegnate nel sociale, alcune hanno adottato i figli di altri detenuti coinvolti nella droga. Per molti è stato importante il percorso di giustizia riparativa e della Scuola di Perdono e Riconciliazione: attraverso l’ascolto, il perdono e l’autoperdono hanno compreso, con un processo empatico, il dolore causato agli altri e alle loro famiglie e quello vissuto da loro stessi, e ora vogliono superarlo con l’aiuto della comunità, con azioni e impegni concreti. A chi vuole avvicinarsi a questo mondo, Padre Graziola direbbe di entrarci con cuore e mente aperti, senza giudicare e senza pregiudizi e che bisogna «lasciarsi trasformare e convertire dai poveri, da quelli che non contano. Loro mi hanno insegnato a vivere con maggiore profondità il Vangelo, quel progetto del Regno di Dio che un tempo era per me teoria e oggi fa parte della mia vita». Chiunque abbia maturato tale esperienza per molti anni potrebbe decidere di smettere per dedicarsi ad altro. Per il missionario della Consolata non è così perché «l’odore del carcere, una volta conosciuto, non ti lascia più».


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