#Finsubito news dalla rete – Carceri piemontesi, 483 detenuti di troppo e 455 agenti in meno. A Ivrea si muore anche in cella


Quattromilaquattrocentocinquantanove detenuti. Tremilanovecentosettantasei posti disponibili sulla carta. Quattrocentottantatré persone in più. È questa la fotografia delle 13 carceri piemontesi scattata dal Ministero della Giustizia al 30 settembre 2026. E già così ce ne sarebbe abbastanza per preoccuparsi. Peccato che i numeri raccontino soltanto una parte della storia. Perché ci sono celle inutilizzabili, reparti che cadono a pezzi e 455 agenti di Polizia penitenziaria che mancano all’appello: 2.616 effettivamente presenti contro i 3.071 previsti, secondo la rilevazione sindacale di fine agosto. Tradotto: più persone da sorvegliare, meno uomini e donne per farlo. Meno spazio, meno tempo, meno possibilità di intervenire quando qualcosa va storto. E in carcere, quando qualcosa va storto, può finire molto male.

A Ivrea, per esempio, ci sono 249 detenuti per 195 posti regolamentari. Cinquantaquattro persone in più, senza neppure considerare i posti indisponibili, che secondo le denunce sindacali di settembre erano 22. Gli agenti sono circa 145, quando ne servirebbero 176. A Torino, nel carcere Lorusso e Cutugno, l’8 ottobre si è arrivati addirittura a 1.608 detenuti, un numero che il sindacato Osapp considera un record dall’indulto del 2006. Mancano più di cento agenti e assistenti e le aggressioni al personale, secondo l’Osapp, sono arrivate a 62 dall’inizio dell’anno. Sessantadue episodi in cui qualcuno è andato a lavorare ed è finito a fare i conti con la violenza. Magari tornando il giorno dopo, nello stesso reparto, davanti alle stesse celle. Perché il turno successivo non aspetta che passi la paura.

E proprio a Torino, lunedì sera, 12 ottobre, è scoppiato un incendio che, secondo il vicesegretario regionale dell’Osapp Gerardo Romano, avrebbe potuto provocare una strage. Il sindacalista ha chiesto di verificare il funzionamento delle manichette antincendio e denunciato turni che arrivano fino a 20 ore consecutive. Venti ore dentro un carcere, con la responsabilità di sorvegliare centinaia di persone e intervenire quando scoppia una rissa, qualcuno si sente male o prende fuoco una cella. Romano ha denunciato anche i continui lanci di droga e telefonini dall’esterno, diventati a suo dire ingestibili, tanto da richiedere l’intervento del prefetto.

Ma dietro quelle sbarre non ci sono soltanto gli agenti. Ci sono uomini e donne che hanno commesso reati, persone ancora in attesa di giudizio, individui con problemi psichiatrici, dipendenze, malattie. Ci sono quelli che cercano di resistere e quelli che non ce la fanno più. Alleanza Verdi e Sinistra denuncia cimici, blatte e pantegane in alcuni reparti del carcere di Torino, formiche persino nella sezione Icam, dove vivono anche madri detenute con i loro figli. Ambienti roventi d’estate e gelidi d’inverno. Spazi sovraffollati nei quali trascorrere le giornate è quasi impossibile. Intanto, ad Alessandria, Alba e Cuneo, sempre secondo AVS, interi reparti rimangono chiusi, inutilizzati o in attesa di interventi. Da una parte persone ammassate, dall’altra spazi che non possono essere occupati.

A Vercelli ci sono 376 detenuti per 219 posti regolamentari. E appena due educatori. Lo ha raccontato Valeria Simonetta, assessora alle Politiche sociali del Comune, spiegando che i corsi di formazione saltano perché mancano gli agenti per accompagnare i detenuti. Ad Asti, invece, 276 persone occupano un carcere da 200 posti. Ben 137 hanno più di cinquant’anni e, secondo l’assessora comunale Eleonora Zollo, psichiatra e psicologa sono presenti soltanto per poche ore alla settimana. Il risultato è che proprio dove ci sarebbe bisogno di più attenzione, ascolto e assistenza, le risorse sono insufficienti.

A descrivere la gravità delle condizioni di detenzione è stato anche Roberto Capra, presidente della Camera penale Vittorio Chiusano del Piemonte e Valle d’Aosta. Per l’avvocato, alcune parti del carcere Lorusso e Cutugno devono essere chiuse, perché le condizioni di vita hanno superato i limiti di ciò che una società moderna può tollerare. «La prima cosa da fare è andare a vedere i detenuti, nessuno può uscire da lì indifferente», ha detto. Invitando la politica a trovare il coraggio di assumere anche decisioni impopolari. Perché è facile discutere di carcere stando fuori. Un po’ meno dopo aver visto come si vive dentro.

E poi c’è sempre Ivrea… Il 21 settembre un uomo di 42 anni si è tolto la vita. Lo hanno trovato gli agenti, intorno alle undici di sera, nella cella che condivideva con un altro detenuto. Hanno tentato di soccorrerlo, ma non c’è stato nulla da fare. Era il terzo suicidio registrato in venti giorni nelle carceri piemontesi, dopo quelli di Biella e Verbania. Tre persone, tre storie diverse, tre famiglie alle quali qualcuno ha dovuto comunicare che un padre, un figlio, un fratello non sarebbe più tornato a casa. Non sappiamo che cosa abbia spinto quell’uomo a compiere un gesto simile. Sappiamo però che quando una persona muore in una struttura dello Stato, lo Stato ha il dovere di interrogarsi.

Monica Formaiano, Garante regionale delle persone detenute, dopo questa tragedia ha chiesto una risposta immediata. Non altre manifestazioni di indignazione destinate a durare il tempo di un comunicato, ma investimenti nella salute mentale, nel sostegno psicologico e nella prevenzione dei suicidi. Nella relazione annuale illustrata il 6 ottobre ha parlato anche di 218 segnalazioni ricevute nel 2025, di cui 136 dall’inizio del suo mandato, e delle difficoltà dei detenuti trasferiti lontano dalle proprie famiglie. Durante il Consiglio regionale ha indicato 4.537 persone detenute in Piemonte, un dato comunicato in aula e distinto dalla rilevazione ministeriale del 30 settembre. Ha richiamato inoltre le esigenze particolari delle persone anziane, delle donne, delle persone transgender e dei giovani adulti, categorie per le quali la detenzione può comportare fragilità e necessità di assistenza differenti. Perché il carcere non è uguale per tutti, nemmeno quando le porte sono identiche e le sbarre hanno lo stesso colore. E non è uguale neppure la possibilità di mantenere i rapporti con l’esterno. Una visita, una telefonata, l’occasione di incontrare un figlio o un genitore possono rappresentare uno dei pochi legami rimasti con la vita di prima.

È di tutto questo che martedì 13 ottobre si è discusso a Palazzo Lascaris, nel Consiglio regionale aperto dedicato alla situazione penitenziaria. Una giornata di audizioni, interventi, denunce e proposte. Il presidente Davide Nicco ha riconosciuto fin dall’inizio che sovraffollamento, carenza di personale, degrado degli edifici e difficoltà nell’assistenza richiedono risorse e risposte concrete. Ha ricordato che la tutela dei detenuti e quella degli agenti non sono obiettivi contrapposti. Un principio sul quale è difficile non essere d’accordo. Il problema, semmai, è capire come trasformarlo in qualcosa che funzioni quando si chiudono le porte delle celle e comincia un’altra notte.

Emanuela Verzella, consigliera regionale del Partito Democratico, ha scelto di partire da chi in carcere ci lavora. Perché non ci sono soltanto gli agenti. Ci sono infermieri, medici, educatori, operatori sociosanitari e dipendenti amministrativi. Persone alle quali si chiede di garantire assistenza, sicurezza e percorsi di recupero in strutture che spesso non dispongono del personale necessario. «Quando gli organici sono insufficienti, i turni diventano più pesanti, i riposi più difficili da rispettare e aumenta il rischio di stress lavoro-correlato e di malattie professionali», ha denunciato, richiamando il tema del benessere psicosociale al centro della recente Giornata nazionale ANMIL. Il problema non si esaurisce nella stanchezza degli operatori. Se mancano gli agenti per accompagnare un detenuto a un corso, quel corso rischia di saltare. Se manca personale sanitario, una visita può slittare. Se un educatore deve seguire troppe persone, il percorso individuale diventa sempre più difficile. E le tensioni aumentano.

Poi c’è la sanità. Quella che dovrebbe essere garantita anche a chi si trova dietro le sbarre e che, in diversi istituti, si scontra con problemi che hanno dell’incredibile. «In molti casi i medici che operano attraverso cooperative esterne non possono accedere al Sistema Piemonte e, quindi, non contribuiscono all’aggiornamento del fascicolo sanitario elettronico. Inoltre, non possono emettere ricette elettroniche», ha stigmatizzato Verzella.

Un ostacolo informatico che si trasforma in un problema di salute. Esami da ripetere, informazioni che non circolano, prescrizioni complicate, costi aggiuntivi e cure che rischiano di perdere continuità. Fuori dal carcere è già difficile ottenere una visita specialistica. Dentro bisogna anche organizzare gli accompagnamenti, trovare il personale, garantire la sicurezza del trasferimento. E qualche volta si finisce per portare un detenuto in ospedale per prestazioni che, con un’organizzazione diversa, potrebbero essere effettuate direttamente nell’istituto.

Ma c’è un dato, emerso proprio durante il Consiglio regionale, che racconta quanto sia profondo il problema della salute mentale. Secondo Guido Giustetto, presidente dell’Ordine dei Medici di Torino, il 40 per cento dei detenuti fa uso di psicofarmaci. Quattro persone su dieci. Giustetto ha ricordato che il carcere favorisce l’insorgenza di patologie psicosociali e che i suicidi rappresentano l’indicatore più drammatico di questo disagio. Ha denunciato anche le difficoltà nella continuità delle cure quando i detenuti vengono trasferiti da un istituto all’altro e indicato nella digitalizzazione sanitaria e nella telemedicina due strumenti per migliorare l’assistenza.

E quando il problema è una grave malattia psichiatrica, la situazione si complica ulteriormente. In Piemonte le due Rems, le strutture sanitarie destinate alle persone sottoposte a specifiche misure di sicurezza, dispongono complessivamente di poco più di 40 posti, con permanenze medie che possono arrivare a un anno e mezzo o due. Lo ha spiegato Arturo Pasqualucci, coordinatore del gruppo che si occupa della presa in carico di queste persone. I posti non bastano e le liste d’attesa si allungano. Luciano Giglio, dell’Uspp, ha ricordato che gli agenti devono garantire custodia e sicurezza, non possono trasformarsi in medici, psicologi o infermieri. E Marco Viglino, presidente del Tribunale di sorveglianza di Torino, ha ribadito che il carcere non può ospitare persone con gravi patologie psichiatriche senza adeguate risposte sanitarie. Nell’ultimo anno, ha spiegato, il Tribunale ha concesso mille misure alternative, ma servono strutture e percorsi capaci di accogliere chi può accedervi.

La consigliera dem ha chiesto di inserire stabilmente il benessere psicologico e la salute degli operatori nelle politiche regionali, utilizzando anche il Piano sociosanitario e istituendo un Osservatorio permanente sulle condizioni di salute, lavoro e sicurezza nelle carceri. Ha richiamato inoltre il degrado delle sezioni detentive e la necessità di riqualificare prima di tutto gli ambienti più compromessi. Senza dimenticare la formazione professionale: corsi che devono essere accessibili anche a chi non conosce sufficientemente l’italiano e che dovrebbero concentrarsi maggiormente sulle persone vicine alla scarcerazione. Perché insegnare un mestiere a qualcuno che sta per uscire significa dargli almeno una possibilità di cercare lavoro, anziché ritrovarsi sulla strada senza soldi, senza una prospettiva e magari senza una casa.

Sulla sanità penitenziaria è arrivato anche l’attacco del Movimento 5 Stelle. Sarah Disabato, Alberto Unia e Pasquale Coluccio hanno accusato la Giunta Cirio di aver voltato lo sguardo dall’altra parte, lasciando che le criticità diventassero strutturali. Parlano di carenza di medici e infermieri, assistenza psichiatrica insufficiente, attese eccessive per gli specialisti, prevenzione dei suicidi inadeguata. E ricordano un particolare politico tutt’altro che irrilevante: la sanità penitenziaria è una responsabilità della Regione, non qualcosa che si possa scaricare interamente sul Ministero della Giustizia. Per questo hanno depositato un atto di indirizzo, da discutere nelle prossime sedute, per chiedere alla Giunta un piano operativo entro 90 giorni, con più personale sanitario, psicologi, psichiatri, interventi sulle dipendenze, prevenzione del suicidio e accesso tempestivo alle cure.

La proposta dei Cinque Stelle comprende anche percorsi di formazione, lavoro e reinserimento per i detenuti e per le persone sottoposte a misure alternative, oltre a un confronto stabile fra Regione, Ministero, sindacati e organismi di garanzia. Per Disabato, Unia e Coluccio non basta parlare di sicurezza se poi mancano gli strumenti per evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere. La loro accusa è pesante: dietro gli annunci della maggioranza non ci sarebbero stati interventi sufficienti a cambiare la vita negli istituti.

La Giunta, dal canto suo, rivendica gli investimenti. Il vicepresidente della Regione Maurizio Marrone ha annunciato 2,5 milioni di euro, attraverso delibere recentemente approvate e risorse nazionali ed europee, per sostenere le misure alternative alla detenzione e il reinserimento sociale. Gli interventi comprendono il programma Ama Es, finanziato dal Ministero della Giustizia attraverso il PN Inclusione. Oltre 1,1 milioni serviranno a realizzare quattro hub territoriali per i lavori di pubblica utilità e la giustizia di comunità; 860 mila euro finanzieranno quattro sportelli multiservizi per l’ascolto, l’informazione e l’orientamento delle persone in uscita dal carcere; 400 mila euro saranno destinati all’accoglienza abitativa temporanea e altri 40 mila euro al Comune di Torino per garantire fino al 31 dicembre la continuità dell’hub già dedicato alle persone coinvolte in procedimenti penali. Marrone parla di un investimento record e sostiene che favorire il reinserimento significa anche alleggerire il lavoro della Polizia penitenziaria.

Sono risorse reali, destinate a progetti che possono avere un’utilità concreta. Ma è bene chiarire che non si tratta di milioni stanziati per assumere agenti, ristrutturare le celle o assumere medici negli istituti. Sono soprattutto fondi per accompagnare le persone fuori dal carcere o verso percorsi alternativi alla detenzione. Un pezzo importante del problema, certamente. Non l’intero problema.

Da un’altra parte della maggioranza, Fabrizio Ricca, capogruppo regionale della Lega, propone invece di istituire un Garante della Polizia penitenziaria. Una figura dedicata alla tutela di chi lavora negli istituti, con l’obiettivo di rafforzarne sicurezza e dignità professionale. Ricca richiama anche la questione dei detenuti stranieri, sostenendo che circa l’86% degli stranieri reclusi negli istituti piemontesi provenga da Paesi extracomunitari. Una percentuale da non confondere con quella degli stranieri sul totale dei detenuti: secondo il Ministero della Giustizia, al 30 settembre gli stranieri nelle carceri piemontesi erano 1.885 su 4.459, poco più del 42%. Il leghista indica nei rimpatri, anche alla luce delle nuove disposizioni europee richiamate nel suo intervento, una delle strade per ridurre il sovraffollamento. Chiede inoltre organici adeguati e strumenti efficaci per gli agenti, ricordando che chi entra ogni giorno in carcere per lavorare ha diritto a tornare a casa in sicurezza.

Un tema sul quale insiste anche Vicente Santilli, segretario regionale del SAPPe. Il sindacalista descrive reparti con personale ridotto al minimo, turni massacranti, aggressioni e protezioni ritenute insufficienti, anche sul piano legale. Chiede assunzioni straordinarie e maggiori strumenti di difesa, compreso il Taser, sul quale auspica un intervento del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

C’è poi un particolare denunciato da Alleanza Verdi e Sinistra che racconta meglio di tante statistiche che cosa significhi lavorare in queste condizioni. Nei reparti più difficili, a fronteggiare situazioni potenzialmente pericolose, vengono mandati anche agenti giovanissimi, appena usciti dalla formazione. Ragazzi e ragazze che si ritrovano a gestire persone in crisi, episodi di violenza e tensioni che possono esplodere in pochi secondi. Secondo AVS, con personale insufficiente, strumenti inadeguati e stipendi che non rispecchiano i rischi affrontati. A vent’anni, o poco più, si può avere una divisa, un contratto e una responsabilità enorme sulle spalle. E ritrovarsi davanti a una porta blindata senza avere neppure il tempo di capire come gestire la paura.

E magari, finito il turno, dover fare i conti anche con l’affitto. Daniele Montefusco, segretario regionale della Cisl, ha denunciato le difficoltà economiche dei giovani agenti che arrivano in Piemonte da altre regioni, soprattutto dal Sud. Gli stipendi iniziali, ha spiegato, non sempre bastano per pagare una casa, mantenersi e sostenere le spese degli spostamenti. La richiesta è di realizzare alloggi a prezzi accessibili, utilizzando anche immobili pubblici inutilizzati. Perché non basta assegnare un agente a un carcere se poi quello stipendio non gli permette di vivere dignitosamente nella città in cui deve lavorare.

Santilli ha portato a Palazzo Lascaris anche la polemica con il Comune di Torino per la mancata disponibilità di una piazza nella quale celebrare, nel 2027, il 210° anniversario della Polizia penitenziaria. Una controversia che per il sindacato riguarda il riconoscimento istituzionale del Corpo. Anche se, prima ancora di trovare una piazza per festeggiarlo, restano da trovare gli uomini necessari per farlo lavorare.

Alleanza Verdi e Sinistra propone una strada diversa. Dopo aver definito le carceri piemontesi una «pentola a pressione», chiede al Governo e al Parlamento di intervenire con un indulto, oltre a chiudere i padiglioni B e C del carcere Lorusso e Cutugno, ritenuti di fatto inagibili pur continuando a ospitare detenuti. Il gruppo denuncia l’aumento della popolazione carceraria nazionale, passata da 56.225 a 66.063 persone in meno di quattro anni, senza un corrispondente potenziamento di strutture e servizi. Contesta anche l’idea che i rimpatri possano rappresentare una soluzione rapida e sufficiente, richiamando i vincoli giuridici e la necessità di accordi con gli Stati di origine. Per AVS bisogna intervenire anche sulle condizioni che alimentano marginalità, dipendenze, disagio psichico e assenza di prospettive sociali.

Il confronto si è allargato anche ad Alessandria, dove la trasformazione del carcere di San Michele in struttura destinata al regime del 41-bis sta modificando gli equilibri dell’intero sistema penitenziario locale. Il vicepresidente del Consiglio regionale Domenico Ravetti, del Pd, ha chiesto un piano straordinario per affrontare le conseguenze dei trasferimenti dei detenuti in media sicurezza, che stanno aumentando la pressione sul Don Soria e su altri istituti, compreso quello di Biella. La riorganizzazione ha interrotto anche attività lavorative e formative costruite negli anni: panificazione, falegnameria, agricoltura sociale. Non soltanto laboratori, ma occasioni per imparare un mestiere, impegnare le giornate e prepararsi a una vita diversa.

Ravetti ha presentato un ordine del giorno per chiedere investimenti strutturali al Don Soria, il rafforzamento dell’assistenza sanitaria attraverso l’Asl AL, una gestione più efficace dei trasferimenti in ospedale e il recupero delle attività produttive interrotte, anche attraverso il coinvolgimento degli enti locali e del Terzo settore. Nel documento figurano inoltre un monitoraggio regionale sulla riorganizzazione, un Osservatorio interistituzionale per la sanità penitenziaria e una cabina di regia sulle politiche rivolte alle persone private della libertà. Perché trasferire un detenuto da un istituto all’altro non significa semplicemente spostare un nome da un elenco. Significa cambiare il luogo nel quale vive, le persone che incontra, il percorso educativo eventualmente intrapreso e, spesso, anche la distanza che lo separa dalla famiglia.

Fra gli interventi della maggioranza c’è anche quello di Sergio Bartoli, consigliere della Lista Civica Cirio Presidente PML, che ha richiamato i sopralluoghi effettuati nelle carceri di Torino, Ivrea e Biella, insieme alla deputata Daniela Ruffino e ad altri rappresentanti istituzionali, fra cui la consigliera regionale Elena Rocchi. Visite durante le quali sono emerse le stesse criticità portate in Consiglio: sovraffollamento, carenza di organici, necessità di rafforzare l’assistenza medica e psicologica, difficoltà degli agenti e problemi strutturali. Bartoli ha chiesto di passare dall’ascolto a impegni verificabili, riconoscendo il lavoro svolto quotidianamente da Polizia penitenziaria, direzioni, personale sanitario, educatori e volontari.

Nel suo ordine del giorno, il consigliere chiede alla Giunta di predisporre una ricognizione aggiornata, carcere per carcere, degli interventi di competenza regionale, riferendo periodicamente alle commissioni consiliari. Vuole il potenziamento dei servizi sanitari, il sostegno psicologico sia ai detenuti sia al personale, una prevenzione più efficace dei suicidi e maggiori opportunità di formazione e inserimento lavorativo. Per le competenze statali, dagli organici alle manutenzioni fino alla sicurezza, chiede un confronto continuo con il Ministero e l’amministrazione penitenziaria.

E proprio da Ivrea arriva una delle proposte più concrete, e forse anche più significative per chi crede che il carcere non debba ridursi a una lunga attesa della fine della pena. Bartoli chiede di verificare la possibilità di riattivare la tipografia dell’istituto eporediese, mentre per Biella propone di ampliare le attività lavorative recuperando anche le attrezzature necessarie. Anche la Garante Monica Formaiano ha rilevato un aumento delle persone detenute impegnate in attività lavorative, sottolineando però la necessità di moltiplicare le opportunità nelle imprese esterne, perché il lavoro non dovrebbe esaurirsi dentro le mura del carcere. A Ivrea, insomma, si ragiona di rimettere in funzione delle macchine che potrebbero tornare a dare un’occupazione ai detenuti. Non è una questione soltanto di carta, inchiostro o produzione. Per chi trascorre mesi o anni dietro una porta blindata, avere qualcosa da fare significa anche poter arrivare alla sera sapendo di aver imparato qualcosa, di aver realizzato qualcosa, di non aver passato un’altra giornata identica a quella precedente. E magari, quando quella porta si aprirà davvero, avere in mano un mestiere. Non soltanto un foglio di scarcerazione.




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