Ieri Giancarlo Giorgetti, gran timoniere del ministero dell’Economia, illustrando le linee guida del Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) in un’Aula deserta, ha detto che “si annunciano nuvoloni all’orizzonte” e pertanto il governo intende mantenere la barra dritta sulla rotta del “consolidamento” dei conti per condurre in porto la barca. In questo mare procelloso, il governo ha ottenuto dal Parlamento l’autorizzazione a uno scostamento dello 0,6 per cento del pil per ciascuno degli anni 2027 e 2028, nell’ambito della clausola di salvaguardia per l’energia e la difesa: complessivamente, il governo potrà spendere circa 28,8 miliardi di euro in più in deficit nel prossimo biennio.
Contemporaneamente, Giorgetti e il capitano del vascello italiano, Giorgia Meloni, sono impegnati in un negoziato a Bruxelles per ottenere dalla Commissione Ue maggiore “flessibilità” sia sull’utilizzo dei fondi per l’energia, anche per alleviare il costo delle bollette per le famiglie (non solo quindi per gli investimenti), sia per ampliare i margini di spesa del nuovo Patto di stabilità erosi dagli effetti dell’inflazione.
Le domande fondamentali sono due: i tassi di interesse del Safe sono più alti o più bassi rispetto a quelli dei Btp italiani? E all’Italia servono tutti i prestiti fino a 14,9 miliardi o solo la metà?
Appurato che il Safe è vantaggioso, bisogna chiedersi quanto ne serve. Perché è inutile indebitarsi per 15 miliardi se le spese previste sono solo di 8. Ma anche su questo aspetto, il governo ha le idee chiare. Sempre nel Dfp di aprile, ha scritto che “i prestiti Safe sono coerenti con il sentiero della spesa per investimenti in difesa previsto nella legislazione vigente”. Vuol dire che il piano presentato a suo tempo alla Commissione Ue include tutte voci di spesa di programmi già inclusi negli attuali capitoli di bilancio. Questa lettura è stata poi confermata, in audizione, dal ministro della Difesa Guido Crosetto: “Il Safe, per come è stato impostato, è uno strumento di finanziamento della spesa militare non aggiuntivo, ma di quella prevista a bilancio”. In pratica, per il governo si tratterebbe semplicemente di sostituire – per la spesa già prevista – una fonte di finanziamento più costosa come il Btp con una più conveniente come l’Eurobond. E’ esattamente ciò che ha fatto in molti casi il governo usando i prestiti del Pnrr per investimenti già previsti. Un po’ come quando si fa una surroga per i mutui sulla casa.
In termini economici, la scelta è chiara: al governo, e ai contribuenti italiani, conveniva chiedere tutti e 15 i miliardi di Safe anziché solo 8. A maggior ragione dopo la scelta del governo di ieri di approvare uno scostamento che aumenta di altri 7 miliardi (0,3 per cento del pil) annui la spesa per la Difesa per il prossimo biennio. Non c’è alcuna possibilità che tutto lo spazio possibile del Safe sia superiore al necessario.
Eppure, nonostante ci sia piena consapevolezza sui costi finanziari da sopportare, il governo ha deciso comunque di usare il Safe solo a metà. Le ragioni sono tutte politiche e interne alla maggioranza, in particolare per l’opposizione della Lega di Matteo Salvini che da un lato segue le teorie dei suoi cavalieri no euro Claudio Borghi e Alberto Bagnai e dall’altro rincorre il generale Vannacci. Insomma, il nostromo Giorgetti, che vuole condurre il paese attraverso la “tempesta”, non riesce a indicare la rotta neppure al suo partito.
Il risultato di questo compromesso, che ha fatto chiedere mezzo Safe, sono 2-3 miliardi in più di costo del debito nell’arco dell’intero finanziamento. Tutte risorse che potrebbero essere usate per scopi ben più utili e nobili che pagare interessi. La questione è rilevante soprattutto in questa fase di tensione sui mercati internazionali, in particolare sui debiti sovrani, con un progressivo aumento dei tassi di interesse e dei rendimenti dei titoli pubblici. L’Italia, come peraltro non manca di ricordare lo stesso Giorgetti, ne sta risentendo con un impatto che si manifesta man mano che il debito vecchio va in scadenza e deve essere rinnovato a tassi più elevati.
Come mostrano i dati pubblicati lunedì dall’Upb, l’Italia si trova in questo contesto sfavorevole proprio mentre si chiude il Pnrr. Nel 2027, le emissioni lorde del Tesoro da collocare sul mercato saranno circa 533 miliardi: 13 miliardi in più rispetto al 2026. Questo incremento, a fronte di fabbisogno e rimborso di titoli stabili attorno a 530 miliardi, è dovuto al venir meno dei prestiti europei del Recovery and Resilience Facility pari nel 2026 a 24 miliardi. Questa linea di finanziamento poteva essere sostituita da 15 miliardi di prestiti europei Safe, che l’Italia inizierà a pagare tra dieci anni. Il governo ha deciso di chiedere a Bruxelles solo 8 miliardi, preferendo prendere a prestito gli altri 7 dal mercato a costi più alti. Dal punto di vista finanziario è un danno economico. Dal punto di vista politico, non si comprende con quali argomenti Meloni e Giorgetti vadano a Bruxelles a chiedere ulteriore flessibilità se non usano quella che l’Europa gli ha già messo a disposizione.
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