Quattordicimila dollari per chi ha perso la casa a Beirut e nella periferia meridionale della capitale, dodicimila euro nelle altre regioni del Libano. Malgrado i colpi inferti da Israele, Hezbollah torna a promettere un sostegno economico alle famiglie colpite dai bombardamenti dell’Idf. Il presidente del consiglio esecutivo, Ali Daamouch, ha annunciato oggi un programma destinato a pagare affitti e acquisto di mobili per gli sfollati. Gli aiuti saranno distribuiti in quattro rate nell’arco di un anno: una risposta concreta per chi deve trovare un tetto, accompagnata però da interrogativi ancora aperti sui fondi disponibili e sul numero delle persone che potranno beneficiarne. Il progetto si chiama Waad wa Iltizam, Promessa e impegno. Prevede un primo versamento di 3.500 dollari per i beneficiari di Beirut e dei sobborghi meridionali e di 3.000 dollari nelle altre zone. Potranno accedervi le famiglie con abitazioni distrutte, inagibili o destinate alla demolizione, e quelle che non possono tornare nei villaggi di confine occupati da Israele, anche quando la loro casa è rimasta intatta. La condizione è non disporre di un’altra abitazione. Si tratta dunque di un sostegno per sistemarsi altrove e recuperare beni essenziali, non del pagamento necessario a ricostruire gli edifici.
I 200 milioni e la smentita americana
Dietro l’annuncio c’è la vicenda dei 200 milioni di dollari che l’Iran avrebbe fatto arrivare a Hezbollah a settembre. La notizia è emersa il 7 ottobre attraverso le testimonianze di due persone direttamente informate sul trasferimento. Un esponente del movimento ha confermato che una somma era stata reperita e che sarebbe seguito un piano di distribuzione, senza precisarne la provenienza. L’annuncio di oggi dà seguito a quella promessa, ma non chiarisce se il nuovo programma sia finanziato proprio con il denaro attribuito a Teheran. Il trasferimento rimane fortemente contestato. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tommy Pigott, ha sostenuto che quei soldi “non ci sono”, accusando Hezbollah di diffondere bugie su finanziamenti iraniani per nascondere le proprie difficoltà. Anche il Tesoro statunitense ha insistito sulla crescente scarsità di risorse dell’Iran e sugli ostacoli al loro trasferimento. Teheran, dal canto suo, non ha confermato – né smentito – pubblicamente questa operazione. I dettagli riferiti sul presunto trasferimento mostrano quanto sarebbe diventato costoso alimentare la rete finanziaria di Hezbollah. Gli intermediari avrebbero chiesto una commissione del 20%, quattro volte quella abituale, a causa dei rischi legati alle sanzioni. Non è stato reso noto il percorso seguito dal denaro, né è chiaro come quella commissione sia stata contabilizzata sulla cifra annunciata. I canali utilizzati in passato attraverso società finanziarie in Iraq e a Dubai sarebbero diventati impraticabili, mentre anche quelli in Turchia sarebbero sottoposti a pressioni crescenti. Le prime informazioni indicavano in circa 50.000 le famiglie da assistere, con un versamento iniziale di 3.000 dollari e la precedenza ai nuclei provenienti da villaggi distrutti o inaccessibili. Quel numero non equivale però alla platea ufficiale del programma presentato oggi: Daamouch non ha comunicato né il totale dei beneficiari né l’intero stanziamento. Resta così da capire quante famiglie riceveranno tutte le rate promesse e quali risorse garantiranno la continuità dei pagamenti.
La polemica: chi decide la guerra, chi paga le conseguenze
In Libano il confronto va oltre la disponibilità del denaro. Daamouch ha accusato le autorità di Beirut di non aver affrontato adeguatamente l’emergenza, contestando i ritardi nella valutazione dei danni, negli indennizzi e nell’avanzamento del progetto legislativo per la ricostruzione. Hezbollah rivendica il proprio intervento come un dovere religioso e morale verso le famiglie e sostiene che gli aiuti non cancellino le responsabilità dello Stato. I suoi critici rovesciano l’argomento: il movimento pretende che le istituzioni paghino le conseguenze di decisioni militari sulle quali non hanno avuto il controllo. Il 2 marzo Hezbollah è entrato nel nuovo conflitto regionale a sostegno dell’Iran. Da qui la domanda che attraversa la polemica sulla ricostruzione: può un’organizzazione conservare un’autonoma capacità di scegliere la guerra e poi chiamare lo Stato a farsi carico delle case, delle strade e dei servizi distrutti? È un’obiezione politica che non riduce il bisogno di assistenza degli sfollati, ma mette in discussione il rapporto tra il potere armato del movimento e l’autorità delle istituzioni libanesi.
Già all’inizio di ottobre, nel dibattito sulla ripresa degli indennizzi, una voce ministeriale aveva accusato Hezbollah di cercare di sottrarsi alle proprie responsabilità e aveva messo in dubbio la sua capacità di gestire una ricostruzione estesa a tutto il Paese. Il nuovo programma riporta inoltre al centro la trasparenza: chi finanzia gli aiuti, chi verifica le condizioni dei beneficiari e quali controlli accompagnano la distribuzione? Gli importi per le singole famiglie sono stati annunciati; il quadro finanziario complessivo resta incompleto.
Daamouch lega invece la difesa del movimento all’incapacità dello Stato di proteggere la popolazione. Rivendica il diritto alla “resistenza” contro l’occupazione israeliana e descrive Hezbollah come una forza radicata nella società, con una funzione diversa da quella di un esercito regolare. Le due posizioni si scontrano proprio qui: per il movimento, la debolezza delle istituzioni giustifica il mantenimento della propria struttura armata; per i suoi oppositori, quella struttura impedisce allo Stato di esercitare pienamente la sovranità e di assumere il controllo delle decisioni che coinvolgono tutti i libanesi.
Gli aiuti e la tenuta del consenso
La capacità di assistere la popolazione è stata a lungo una componente decisiva dell’influenza di Hezbollah. Dopo la guerra del 2006, il movimento distribuì rapidamente denaro e contribuì alla ricostruzione della periferia meridionale di Beirut. Quegli interventi consolidarono il legame con la sua base sociale. Questa volta, invece, centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni e, fino ai giorni scorsi, molte avevano ricevuto un’assistenza scarsa o nulla. Il programma arriva dunque in un momento delicato anche per il rapporto fra Hezbollah e la comunità sciita, duramente colpita dai bombardamenti e dalle distruzioni nel sud. Pagare un affitto e comprare mobili significa alleviare un bisogno immediato e permette al movimento di riaffermare la propria presenza nella vita quotidiana delle famiglie. Daamouch nega che l’iniziativa persegua vantaggi politici; il precedente delle ricostruzioni passate mostra tuttavia quanto il sostegno materiale abbia contribuito alla forza del partito.
L’eventuale finanziamento iraniano ha provocato reazioni anche in Iran. Messaggi di cittadini alle prese con salari bassi, rincari e difficoltà nell’acquisto di medicinali hanno denunciato la scelta di destinare risorse agli alleati regionali mentre le famiglie iraniane faticano a sostenere le spese correnti. Sono testimonianze di malcontento, non una misura dell’opinione pubblica nazionale, e riguardano un trasferimento che le autorità iraniane non hanno formalmente confermato. Mostrano comunque quanto il costo del sostegno a Hezbollah possa diventare politicamente sensibile anche per Teheran.
Un tetto subito, la ricostruzione ancora lontana
La dimensione della devastazione rende evidente la distanza fra il programma annunciato e il lavoro necessario per rimettere in piedi il Libano. Le cifre provvisorie delle autorità indicano oltre 290.000 abitazioni danneggiate o distrutte nelle due guerre. A settembre il primo ministro Nawaf Salam ha avvertito che il costo complessivo della ricostruzione potrebbe superare i 27 miliardi di dollari e che lo Stato non dispone dei mezzi per ricostruire le regioni meridionali devastate. Su questo vuoto finanziario pesa il confronto internazionale. Washington insiste sul disarmo di Hezbollah e lo pone come condizione per gli aiuti alla ricostruzione, mentre promette sostegno al governo legittimo di Beirut e continua a colpire i canali di finanziamento del movimento. Per gli sfollati, la conseguenza è un’emergenza abitativa intrecciata a un negoziato molto più ampio su sicurezza, sovranità e rapporti con l’Iran.
I primi assegni in arrivo dal Partito di Dio, se effettivamente arriveranno, potranno consentire a molte famiglie di affrontare un anno di affitto e ricomprare ciò che hanno perduto, ma non restituiranno loro la possibilità di rientrare nei villaggi occupati, né potranno sostituire i cantieri e gli investimenti pubblici necessari.
La ricostruzione del Libano resta legata a una questione ben più difficile: trovare le risorse per riparare le distruzioni e un assetto politico capace di impedire che si ripetano
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