#Finsubito news dalla rete – Macedonia del Nord, lo scontro con la Bulgaria e le riforme al palo: così l’Ue resta un miraggio


Indipendente dal 1991, il Paese dei Balcani guarda a Bruxelles, ma i negoziati non sono mai decollati: ecco perché

Indipendente dal 1991, da più di vent’anni la Macedonia del Nord attende di poter entrare a far parte dell’Ue, ma il Paese ha dovuto scontare scogli politici notevoli: la disputa sul nome con la Grecia, il dissidio con Sofia sul riconoscimento della minoranza bulgara nel Paese. Ora la Macedonia del Nord spera che la nuova spinta Ue verso l’allargamento possa finalmente coronare le sue ambizioni. Ma la strada delle riforme è ancora lunga, e nell’area dei Balcani la Commissione vede al momento altri Paesi in posizione più avanzata. Ecco da dove arriva e come procede la traiettoria della Macedonia del Nord.

Un crocevia di culture

La Macedonia del Nord si trova nel cuore dei Balcani, incastonata tra Serbia e Kosovo a Nord, Bulgaria a Est, Albania a Ovest e Grecia a Sud. Per la sua posizione è sempre stata crocevia di culture diverse: oggi lo testimonia l’alternarsi di campanili delle chiese ortodosse e minareti delle moschee. Il Paese odierno comprende solo una parte dell’antica regione della Macedonia, non ha uno sbocco sul mare e il territorio è prevalentemente montuoso, solcato dai monti Šar a Nord-Ovest. Ci vivono quasi 2 milioni di persone, di cui oltre un terzo nella capitale Skopje (quasi 600mila abitanti) lungo il fiume Vardar, il più esteso del Paese. Skopje, seguita per importanza dalle città di Bitola, Tetovo e Kumanovo, fu danneggiata pesantemente da un terribile terremoto nel 1963. Oggi la Macedonia del Nord è nota anche come località turistica, soprattutto per le sue bellezze naturali come il lago di Ohrid, uno dei più antichi d’Europa: è uno dei due siti Unesco del Paese, insieme alle antiche foreste di faggi dei Carpazi.

Una storia travagliata

Il territorio della Macedonia del Nord ha fatto parte di grandi Imperi: da quello omonimo di Alessandro Magno a quello romano e poi bizantino. Nel ‘400 fu conquistato dai turchi e rimase sotto dominazione ottomana fino alle due guerre balcaniche del 1912 e del 1913. Durante questi anni, a causa della dissoluzione dell’Impero Ottomano, la Macedonia del Nord fu annessa alla Serbia, che, dopo la prima guerra mondiale, si unì al nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Nel 1945 la Macedonia divenne una delle Repubbliche della Jugoslavia socialista di Tito. Nel 1991, al suo sgretolamento, proclamò la propria indipendenza dalla Federazione jugoslava (col nome di “Macedonia”) in modo relativamente pacifico, evitando le guerre sanguinose che coinvolsero negli anni seguenti molti dei Paesi della regione.

Il nuovo Stato dovette però subito misurarsi con un embargo imposto dalla Grecia legato alla disputa sul nome, e con la difficile transizione da un’economia pianificata a un sistema di libero mercato che portò alla chiusura di molte industrie statali e a una disoccupazione crescente. Il momento più critico arrivò nel 2001 quando le tensioni tra la maggioranza macedone e la comunità albanese sfociarono in una guerra civile. La crisi fu ricomposta dal Trattato di Ohrid, firmato nell’agosto di quell’anno grazie anche alla mediazione internazionale. L’accordo ridisegnò l’architettura istituzionale del Paese, introducendo meccanismi di maggiore rappresentanza per la comunità albanese e riconoscendo il diritto all’uso della sua lingua.

Una protesta degli studenti albanesi in Kosovo contro la Macedonia durante la guerra tra la comunità macedone e quella albanese – Pristina, 26 marzo 2001 (Ansa/Epa – Fehim Demir)

Il cammino (accidentato) verso l’Ue

Il rapporto con l’Ue è sempre stato la stella polare della politica estera macedone, ma per lungo tempo il Paese ha potuto guardarla soltanto da lontano. Il percorso di avvicinamento a Bruxelles ha avuto inizio nel 2001 con l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con cui l’Unione offriva l’accesso ad alcuni suoi mercati in cambio dell’impegno a riformare il proprio quadro giuridico. A marzo 2004 la Macedonia ha chiesto formalmente l’ammissione all’Ue. Il 17 dicembre del 2005 Skopje ha ottenuto lo status di candidato, ma i negoziati concreti sono rimasti a lungo bloccati. A rallentare il processo è stata, infatti, la vexata quaestio legata al nome del Paese. Fin dall’indipendenza del 1991, la Grecia ha contestato l’uso della denominazione “Macedonia” che il Paese aveva scelto, ritenendola un riferimento improprio a una regione e a un patrimonio storico-culturale che Atene considera parte della propria identità nazionale, riferendosi all’antica Macedonia di Alessandro Magno. Per anni questo contenzioso ha bloccato l’ingresso del Paese nelle organizzazioni internazionali, compreso l’avvio dei negoziati di adesione all’Ue.

Dall’ingresso della Macedonia nell’Onu nel 1993, per aggirare l’ostacolo, il Paese fu indicato a livello internazionale come “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia” (Former Yugoslav Republic of Macedonia, in acronimo FYROM). Una soluzione temporanea poi superata dopo la firma dell’accordo di Prespa nel giugno del 2018 tra i governi di Skopje e Atene, che ha risolto la questione sancendo il cambio ufficiale del nome dello Stato in “Repubblica di Macedonia del Nord”. L’intesa, salutata con favore dalla comunità internazionale, ha sbloccato immediatamente il percorso euro-atlantico del Paese. Nel marzo del 2020 sono arrivati sia l’ingresso nella Nato che la decisione Ue di aprire i negoziati di adesione. La questione del nome del Paese continua però ad alimentare un acceso dibattito identitario nel Paese .

Risolta la questione con la Grecia, d’altronde, il Paese ha dovuto affrontare pure il veto della Bulgaria all’apertura effettiva dei negoziati. Sofia rivendicava infatti il riconoscimento formale della minoranza bulgara presente sul territorio macedone. L’Ue ha dunque subordinato la prosecuzione dei negoziati all’impegno di Skopje a modificare la Costituzione. A luglio 2022 la Macedonia del Nord ha acconsentito a formalizzare il riconoscimento e la protezione della minoranza bulgara, ed è partito così finalmente il processo negoziale: fino a dicembre 2023 però è dovuta passare per l’ulteriore fase interlocutoria dello “screening” preparatorio sui vari settori della società e dell’economia.

Il primo ministro della Macedonia del Nord Hristijan Mickoski stringe la mano alla Presidente della Commissione per l’Allargamento dell’Unione Marta Kos – Skopje, 30 giugno 2025 (Epa – Georgi Licovski)

Gli investimenti Ue e le delusioni

Da allora Skopje è impegnata in riforme strutturali che toccano lo Stato di diritto, la giustizia, la pubblica amministrazione e la lotta alla corruzione. A sostegno di questo percorso, la Commissione Ue ha varato nel 2023 il nuovo Piano di crescita per i Balcani occidentali, un pacchetto finanziario da 6 miliardi di euro per accelerare l’allineamento dei Paesi dell’area. Inoltre l’Ue ha destinato alla Macedonia del Nord, nel 2024, 750,4 milioni di euro tra sovvenzioni e prestiti agevolati (a maggio del 2026 il Paese aveva già ottenuto 142,1 milioni come riconoscimento dei progressi compiuti). A questi si aggiungono i fondi del programma Global Gateway per la costruzione di nuovi progetti infrastrutturali come la ferrovia tra Kumanovo e il confine bulgaro, il parco eolico di Bogdanci e il depuratore di Skopje sul fiume Vardar.

Dalla chiusura della fase di screening nel 2023 a oggi però la Macedonia del Nord non ha fatto concreti passi in avanti per entrare in Ue. Dei sei cluster tematici, infatti, l’Unione non ne ha ancora aperto uno. Questo perché la promessa di Skopje di riformare la Costituzione per introdurre il riconoscimento dei cittadini di altre etnie come quella bulgara non è sin qui stata concretizzata. Il Consiglio ha subordinato a questa condizione l’apertura del primo dei capitoli negoziali, quello dei «fondamentali». Nel merito però la Commissione riconosce positivamente nell’ultimo rapporto sul Paese la stabilità dei rapporti tra le varie etnie del Paese, legato all’eredità dell’Accordo di Ohrid, e la riattivazione del Consiglio per la cooperazione tra governo e società civile. Altri passi avanti apprezzati sono l’allineamento in politica estera, compreso sulle sanzioni alla Russia, la lotta al riciclaggio e l’integrazione nel mercato dei capitali con l’ingresso nello spazio SEPA (Area unica di pagamenti in euro), e in tema di pubblica amministrazione le leggi sui funzionari e sui dipendenti pubblici e quella sul controllo finanziario interno.

Le frustrazioni per l’Ue sono però molto più numerose. La Commissione reputa che in materia di giustizia e diritti fondamentali il Paese non ha fatto «alcun progresso». L’indipendenza della magistratura è minata, infatti, dalle pressioni di altri poteri dello Stato, compresi i tentativi del Parlamento di indurre alle dimissioni i membri del Consiglio giudiziario. La corruzione resta prevalente e, secondo il rapporto, è «motivo di seria preoccupazione». Pesano poi le condizioni «spaventose» delle carceri, la mancata protezione dei dati personali, le minacce ai giornalisti, l’opacità della proprietà dei media e la distribuzione della pubblicità statale. Sono giudicati pure insufficienti i tentativi dello Stato per contrastare il crimine organizzato e il riciclaggio. Sul versante economico, preoccupano infine le dimensioni del sommerso e la cattiva gestione degli investimenti pubblici.

Lingua, politica e religioni

La società macedone è profondamente multietnica: alla maggioranza di etnia macedone (66,5%) si affianca una consistente comunità albanese (un quarto della popolazione), oltre a minoranze turche, rom, serbe e bosgnacche. Le lingue ufficiali sono il macedone e l’albanese, riconosciuto nei Comuni con una presenza albanese superiore al 20% della popolazione. Inoltre, lo Stato macedone è l’unico a riconoscere ufficialmente la lingua rumena, parlata da un gruppo autoctono della regione, ma conosciuta da migliaia di cittadini macedoni di discendenza arumena. Sul piano religioso prevale il cristianesimo ortodosso, cui si affianca l’Islam, professato in particolare dalla minoranza albanese. Questa pluralità, se da un lato costituisce una ricchezza culturale, dall’altro ha rappresentato per decenni una fonte di tensione politica, culminata nel conflitto interno con la minoranza albanese del 2001.

La Macedonia del Nord è una Repubblica parlamentare. A capo del governo, da giugno 2024, c’è Hristijan Mickoski, leader del VMRO-DPMNE, il partito nazional-conservatore di centrodestra che guida la coalizione Tvoja Makedonija (“La tua Macedonia”). Il Presidente della Repubblica, eletto ogni 5 anni direttamente dai cittadini, è, dal maggio 2024, Gordana Siljanovska-Davkova, anch’essa espressione del VMRO-DPMNE. È la prima donna a ricoprire questa carica nella storia del Paese.

La presidente della Macedonia del Nord, Gordana Siljanovska-Davkova – 8 maggio 2024 (Epa – Georgi Licovski)

Il rinnovamento economico e la spinta sull’AI

Sul piano economico, la Macedonia del Nord mostra i tratti di una piccola economia aperta e in graduale consolidamento. Il Pil pro capite, stimato in circa 16,3 miliardi di euro nel 2025, cresce a un ritmo moderato ma costante – attorno al 3% annuo – dopo la contrazione del 2020 legata alla pandemia. I servizi rappresentano oltre il 71% del Pil, mentre l’industria manifatturiera – automobilistica, elettronica, tessile, metallurgia – si attesta intorno al 22% e l’agricoltura pesa ormai solo per il 6%.

L’inflazione, dopo il picco del 14,2% toccato nel 2022 sotto la spinta della crisi energetica e della guerra in Ucraina, è rientrata su valori più moderati (2,6% nel 2026), mentre la disoccupazione ha raggiunto nel 2025 un minimo storico dell‘11,7%, complice la crescita dell’occupazione in manifattura, edilizia e servizi. Restano invece strutturali il deficit commerciale, con oltre 2 miliardi di euro nel 2024, e la dipendenza dalle importazioni energetiche, in un quadro in cui l’Ue assorbe già oltre due terzi dell’export nazionale ed è, nel complesso, il primo partner commerciale, il primo investitore e il primo finanziatore del Paese. Il debito pubblico, attorno al 57-58% del PIL per un valore di 9,7 miliardi di euro, resta comunque su livelli giudicati sostenibili e ben al di sotto della media europea.

Negli ultimi anni la Macedonia del Nord sta vivendo una forte accelerazione digitale grazie al sostegno dell’Unione Europea e a una giovane e vivace comunità di esperti informatici nella capitale Skopje. Il Paese, infatti, si sta posizionando come un hub tech strategico nei Balcani soprattutto per quanto riguarda l’innovazione tecnologica. Possiede un Centro nazionale per l’intelligenza artificiale, denominato “Vezilka” e inaugurato nel 2025, che funge da riferimento per molti progetti su chatbot, AI, cybersicurezza e trasformazione digitale. Ma ci sono anche start-up di successo nell’ambito del settore fintech, come Native Teams, che offre una piattaforma globale per la gestione dei pagamenti, dei contratti e delle conformità legali per freelance e lavoratori da remoto. O ancora dell’e-commerce: Pixyle.ai, startup che unisce intelligenza artificiale e moda attraverso la computer vision, aiuta i grandi e-commerce internazionali a catalogare e ottimizzare la ricerca visiva dei capi d’abbigliamento.

In copertina: Sostenitori del movimento “Boicottaggio” protestano contro il cambiamento della Costituzione e del nome del Paese in Repubblica della Macedonia del Nord davanti al Parlamento – Skopje, 18 novembre 2018 (Epa – Georgi Licovski)


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