di Alberto Alemanno*
In tutta Europa, i giovani scendono in piazza, occupano le scuole e sfidano i governi. Ma considerare queste mobilitazioni come un’unica e coordinata rivolta giovanile paneuropea sarebbe fuorviante e irresponsabile: un errore di lettura che finirebbe per agevolare chi cerca di indebolire la democrazia europea strumentalizzando i disordini per i propri fini.
I fattori scatenanti a livello locale sono eterogenei: l’istruzione (Francia, Belgio, Austria, Italia), l’emergenza abitativa (Grecia, Portogallo), la politica militare (Germania), la spesa pubblica (Italia) e la trasparenza politica (Albania). A fare da collante non è tanto un’agenda comune quanto la netta e diffusa percezione che il futuro riservi molto meno di quanto fosse stato promesso a questa generazione.
La Francia è diventata il punto di riferimento più visibile di questo fenomeno. Le proteste d’Oltralpe hanno ispirato i giovani altrove, sebbene ogni paese stia vivendo una propria forma di mobilitazione, animata da rivendicazioni nazionali specifiche. In Francia, gli studenti hanno protestato contro il sovraffollamento delle aule, la carenza di insegnanti e il progressivo degrado delle strutture scolastiche. In Belgio, i manifestanti hanno contestato il rincaro delle rette universitarie e l’aumento dei carichi orari per i docenti senza adeguamenti salariali, come documentato dalle cronache delle proteste studentesche nell’area francofona. In Italia, le occupazioni a Torino e a Roma hanno ripreso le modalità di lotta francesi, unendovi rivendicazioni sul diritto allo studio e la contrarietà alla spesa militare. Le mobilitazioni tedesche si sono concentrate sulle riforme del servizio militare, mentre gli studenti austriaci sono scesi in piazza contro i tagli ai bilanci delle università. In Grecia, il caro affitti, la carenza di alloggi per gli studenti, l’apertura alle università private e la spesa per la difesa hanno alimentato il malcontento, sfociato anche in presidi davanti al parlamento contro i costi delle abitazioni. Gli studenti portoghesi hanno protestato per le rette universitarie, borse di studio e accesso alla casa. In Albania, infine, la componente studentesca si è unita a un fronte antigovernativo più ampio e preesistente, riacceso dalle polemiche sul progetto turistico costiero legato a Jared Kushner.
Si tratta di istanze distinte, e le analogie nelle forme di lotta non fanno di queste manifestazioni un unico movimento. Il dissenso viaggia soprattutto per emulazione, immagini virali e riferimenti simbolici comuni, specialmente quando i media ne amplificano la portata alimentando la narrazione di una fiammata autodistruttiva su scala continentale. Mai prima d’ora mi era capitato di essere interpellato da così tante testate di destra radicale e xenofobe come nell’ultimo fine settimana: tutte con sede fuori dall’Europa, dall’India alla Cina fino agli Stati Uniti.
Una generazione che perde fiducia nel futuro
Alla radice di queste lotte frammentate si cela un’ansia generazionale più profonda nei confronti dell’avvenire. L’accesso alla casa è diventato proibitivo, i servizi pubblici sono al collasso e la transizione verso un lavoro stabile appare sempre più accidentata e incerta. I dati Eurostat evidenziano come, tra il 2010 e la fine del 2024, i prezzi delle abitazioni nell’UE siano saliti del 55,4% e gli affitti del 26,7%, erodendo i presupposti minimi per costruire un percorso di vita autonomo.
L’indagine condotta nel 2026 dalla Fondazione TUI sui giovani tra i 16 e i 26 anni in sette paesi europei evidenzia come il 52% degli intervistati si aspetta di vivere in condizioni peggiori rispetto ai propri genitori, a fronte di appena un 25% che prevede un miglioramento. Un pessimismo strutturale che manda in frantumi il patto sociale secondo cui istruzione, lavoro e impegno personale siano sufficienti a garantire un’esistenza sicura.
Il mercato del lavoro aggrava ulteriormente questo quadro di precarietà. Il tasso di disoccupazione giovanile nell’area euro resta sensibilmente superiore alla media generale, mentre l’avanzata dell’intelligenza artificiale rischia di accentuare i timori sulle prospettive di carriera, soprattutto tra chi si affaccia a professioni esposte all’automazione. Una recente ricerca condotta da un collega di HEC Paris sulle aziende francesi ha evidenziato una contrazione più marcata delle assunzioni stabili tra i giovani dai 21 ai 29 anni proprio nei settori ad alta esposizione all’IA. Questo dato, tuttavia, non prova un nesso causale diretto: la Banca Centrale Europea ha ribadito che non vi sono ancora evidenze univoche per imputare il calo delle assunzioni all’IA generativa. Ma è proprio l’incertezza a fare da detonatore: pianificare una carriera diventa quasi impossibile quando le coordinate economiche mutano a ritmi e in modi imprevedibili.
Ovviamente, nessuno di questi fattori si traduce automaticamente in proteste, figuriamoci in violenza. Ma aiuta a capire perché certe manifestazioni, a partire da quelle francesi, possano assumere un valore emblematico capace di mobilitare altri giovani, offrendo loro una sponda politica e mediatica per farsi ascoltare.
Quando la violenza oscura le rivendicazioni
Le manifestazioni del 17 ottobre in Francia hanno portato alla luce un ulteriore pericolo. Il Ministero dell’Interno ha stimato circa 550.000 partecipanti, mentre la CGT ne ha contate 800.000. La stragrande maggioranza ha sfilato in modo pacifico, ma a margine sono esplosi gravi disordini: dal rogo appiccato al municipio di Limoges all’irruzione in quello di Marsiglia, fino a numerosi saccheggi, come documentato da Le Monde. Le azioni di una minoranza violenta non devono gettare discredito su centinaia di migliaia di cittadini scesi in piazza pacificamente, così come l’esigenza di tutelare l’ordine pubblico non può precludere un esame critico della condotta delle forze dell’ordine.
Il consueto scaricabarile della politica non si è fatto attendere. Marine Le Pen si atteggia a paladina di chi si sente schiacciato tra l’austerità imposta dall’esecutivo e la violenza dell’estrema sinistra, condannando le devastazioni ma rivendicando di dare voce al malcontento economico. Dal canto loro Jean-Luc Mélenchon e la sinistra mettono in primo piano le istanze dei cortei e gli abusi della polizia, con l’intento di incanalare la rabbia verso la corsa presidenziale del 2027. L’estrema destra ha cercato a sua volta di ricollegare gli scontri all’immigrazione, sostenendo che i giovani di origine straniera siano i principali responsabili delle violenze; una tesi che tuttavia la polizia non ha in alcun modo confermato. Nel frattempo, i saccheggi hanno colpito duramente il commercio di prossimità, accentuando la pressione sul governo da parte delle comunità locali travolte dai disordini.
Le difficoltà dell’Europa, amplificate all’estero
Le conseguenze di tutto ciò oltrepassano i confini francesi. Le immagini dei disordini offrono ad attori esterni l’opportunità di presentare le tensioni interne come la prova provata del malfunzionamento della democrazia europea. Già durante i cortei studenteschi in Francia, account stranieri hanno rimesso in circolo vecchi filmati spacciandoli per attuali; in tutta Europa sono comparsi video generati con l’intelligenza artificiale che hanno inventato di sana pianta proteste inesistenti per soffiare sul fuoco dell’immigrazione e dell’instabilità. Pur senza presupporre una regia occulta dietro le mobilitazioni, queste dinamiche dimostrano come un disagio reale possa essere distorto per approfondire le fratture sociali e incrinare la credibilità delle istituzioni.
I disordini in Francia hanno inoltre alimentato narrazioni contrapposte a livello internazionale. Donald Trump ha riletto le proteste attraverso la lente dell’immigrazione clandestina, trovando eco e rilancio nelle piattaforme di Elon Musk, come riportato da Le Monde. Questa sovrapposizione ideologica sposta l’attenzione dai motivi reali della protesta per trascinare il dibattito sul piano di una contesa ideologica sul destino politico dell’Europa. Al tempo stesso, formazioni di estrema destra europee hanno cavalcato le violenze per rilanciare la propria retorica sull’ordine pubblico e i flussi migratori. Non per questo, tuttavia, le democrazie europee dovrebbero ignorare le radici interne della protesta: al contrario, è proprio su quel terreno che occorre dare risposte efficaci.
Dalla rabbia alla risposta politica
La vera lezione di queste mobilitazioni non sta nell’idea che l’Europa stia affrontando una rivolta giovanile concertata, né nella retorica del collasso democratico. Le proteste nascono da cause diverse e non condividono necessariamente i medesimi obiettivi. Tuttavia, la loro rapida propagazione mette a nudo una vulnerabilità comune: troppi giovani europei non credono più che le istituzioni attuali siano in grado di garantire loro sicurezza materiale, opportunità e voce in capitolo.
I governi non dovrebbero idealizzare la piazza né usare gli episodi di violenza come alibi per ignorare rivendicazioni legittime, come molti leader tendono a fare oggi. Hanno il dovere di tutelare il diritto di manifestare, assicurare alla giustizia i responsabili dei reati e affrontare i nodi strutturali alla radice del disagio: dall’emergenza abitativa e dal lavoro precario fino al deterioramento dei servizi pubblici sotto pressione e alle incognite legate a un futuro tecnologico incerto.
Il rischio maggiore è che la violenza finisca per screditare le proteste legittime e che la strumentalizzazione politica distolga l’attenzione dalle cause profonde che hanno innescato il malcontento. La tenuta delle democrazie europee non si misurerà sulla durezza delle condanne verso la piazza, ma sulla capacità reale di trasformare la rabbia di un’intera generazione in un cambiamento politico tangibile. È questo il monito più chiaro, potente e urgente che arriva oggi dai giovani indignati europei, in Francia e in tutto il continente.
*Articolo originale sulla newsletter European Question Time e tradotto e pubblicato in italiano per gentile concessione dell’autore. European Question Time [qui è possibile seguire e abbonarsi] analizza l’impatto che le decisioni dell’Unione Europea hanno sulla nostra vita quotidiana.
Immagine in anteprima: frame video LeHuffPost via YouTube
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