Oltre 12 mila domande di casa popolare in attesa e appena 288 alloggi assegnati nell’ultimo anno. A Torino la crisi abitativa è un’emergenza che nasconde un punto cieco: quanto pesa il genere quando si perde una casa? A interrogarsi su questo aspetto è il report «Abitare per le donne», nato nell’ambito dell’Area 4 del Piano di Inclusione Sociale del Comune. La prima criticità è anche la più difficile da misurare: non si sa quante donne vengano effettivamente raggiunte dalle politiche pubbliche per l’abitare.
Chi sono le donne che chiedono aiuto
La rete torinese dell’inclusione coinvolge oltre 100 enti partner e circa 2.200 posti letto, ma mancano dati disaggregati che permettano di capire quante siano le donne accolte, quante abbiano figli, quante provengano da situazioni di violenza e quante riescano a raggiungere una vera autonomia. Una lacuna che riflette anche una distorsione strutturale: nei servizi la donna viene spesso considerata in quanto madre, più che come persona con bisogni e diritti propri.
«In questo momento accogliamo otto donne e 16 minori» racconta Mariapaola Ciafardoni, presidente di Almaterra Aps, associazione di promozione sociale femminista. «È una struttura pensata per dare respiro dopo uno sfratto o una violenza. Un tempo arrivavano soprattutto migranti, oggi tantissime italiane rimaste sole dopo una separazione o la perdita del compagno».
La difficile ricerca di una casa
Ed è proprio dopo l’accoglienza che comincia, spesso, la parte più difficile. Perché trovare un’abitazione sul mercato privato resta tutt’altro che semplice. «Una donna sola, con figli e un lavoro precario, fa un’enorme fatica a trovare casa: incontra diffidenze e rifiuti continui – prosegue l’operatrice –. Spesso, poi, ci sono bambini con disabilità o neurodivergenze ancora in attesa di certificazione. Senza un documento ufficiale non scatta il sostegno scolastico, e tutto il carico di cura ricade sulla madre, che a quel punto rischia di perdere anche il lavoro».
La presa in carico
Il problema, allora, non è soltanto trovare un tetto, ma riuscire a costruire le condizioni per non perderlo di nuovo. «Il fatto che restare sole significhi così spesso scivolare nella povertà dice molto di quanto la nostra società sia ancora segnata da un’impostazione patriarcale. Le risposte attuali sono per lo tampone: queste donne vengono prese in carico in quanto madri, quasi mai in quanto persone, con i loro bisogni, il loro lavoro e i loro progetti».
Quando il bisogno si trasforma in un rischio
C’è poi una forma di precarietà che sfugge alle statistiche: la homelessness invisibile. Per molte donne perdere casa non significa finire subito in strada, ma passare da un divano all’altro, tra amici, parenti e compagni. Una condizione sommersa che può diventare anche una trappola di violenza economica: senza un’alternativa, la domanda «Se me ne vado, dove vado?» può impedire di interrompere una relazione maltrattante.
La storia emblematica di Elisa
La storia di Elisa racconta concretamente questa condizione. A Torino da quindici anni, aveva un contratto d’affitto regolare, ma il canone, inizialmente di circa 290 euro, è aumentato progressivamente fino a 700 euro in nero. «Mi alzavano sempre l’affitto, finché non mi hanno sfrattata. Era uno sfruttamento abitativo vero e proprio quello che subivo». Lo sfratto è arrivato mentre era già iscritta al bando per le case popolari nel 2024. Da quel momento sono iniziati gli spostamenti continui. «Io sono stata una homeless invisibile. Stavo quattro giorni di qua e quattro di là, poi nelle strutture. Prima di trovare uno spazio mio dovrò aspettare ancora non so quanto: sono in una casa di emergenza abitativa, e pago le spese». Per lei essere donna ha un peso soprattutto nella paura di finire per strada: «Ho paura a camminare per strada figuriamoci abitarci».
Quella di Elisa non è una storia isolata. Tra le principali cause di impoverimento c’è anche la separazione. Una madre che resta con i figli passa da due redditi a uno solo, ma deve continuare a sostenere i costi di un alloggio adeguato e spesso non può allontanarsi dalla zona della scuola. Il report propone quindi di accompagnare queste donne verso abitazioni più piccole e sostenibili prima che arrivi lo sfratto. Nel caso di Elisa, fondamentale è stata la rete associativa. «Subito mi hanno supportato le associazioni, Terra Madre ha giocato per me un ruolo fondamentale». Ora aspetta una casa popolare, ma nel frattempo ha trovato un lavoro stabile nel settore delle pulizie. «Ora, se trovo donne in difficoltà, le porto qua, anche se qui non riusciamo ad aiutarle sulla questione abitativa».
Quante case vuote a Torino
Oggi dice di poter finalmente dormire tranquilla. «Erano quattro anni che non chiudevo occhio». Nella struttura ha trovato anche una figura di riferimento: «Qua ho trovato la mia seconda mamma».
A Torino restano circa 50 mila case private vuote, mentre per rendere duratura l’autonomia servono anche accompagnamento, sostegno nella gestione delle spese e della burocrazia, microcredito e percorsi di inserimento lavorativo. La storia di Elisa mostra però che, prima ancora delle chiavi, per molte donne serve un luogo sicuro da cui ricominciare. Senza una casa stabile, anche la possibilità di sottrarsi alla violenza, denunciare, lavorare e costruire la propria autonomia rischia di rimanere fuori portata.
E senza dati certi, le politiche abitative continueranno a inseguire un’emergenza di cui ancora non conoscono fino in fondo il volto.
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