Bonus Natale. A dicembre alcuni pensionati riceveranno, insieme al trattamento ordinario, un importo aggiuntivo fino a 154,94 euro. Il beneficio, previsto dalla legge 388 del 2000, è destinato a chi percepisce pensioni di importo contenuto e rispetta determinate condizioni reddituali. L’Inps lo riconosce direttamente, senza una domanda preventiva, e lo versa con le normali modalità di pagamento della pensione.
Non basta, però, avere un assegno basso: per ottenere la somma occorre rientrare nei limiti relativi alla pensione annua e al reddito personale e, per i pensionati coniugati o uniti civilmente, anche in quello familiare. L’importo di dicembre non va inoltre confuso con la quattordicesima: sono due prestazioni distinte, con requisiti e regole di calcolo differenti. Chi soddisfa le condizioni previste per entrambe può riceverle tutte e due.
I requisiti e il calcolo dell’importo aggiuntivo
La prestazione riguarda i titolari di pensioni erogate dall’Inps, ma sono previste alcune esclusioni. Non spetta ai titolari di assegno sociale e di prestazioni per invalidi civili; tra le categorie escluse figurano inoltre i pensionati degli enti creditizi e i dirigenti d’azienda.
Per il 2026, il limite di reddito personale è fissato a 11.931,08 euro annui. Per chi è coniugato o unito civilmente, il reddito familiare non deve superare 23.862,15 euro annui, fermo restando il rispetto della soglia personale. La verifica viene effettuata sul reddito assoggettabile a Irpef, comprese le pensioni rilevanti ai fini della prestazione.
Quanto all’ammontare del trattamento pensionistico, il limite annuo per accedere al beneficio è di 8.108,99 euro. La somma effettivamente riconosciuta dipende però dalla posizione rispetto al trattamento minimo: se la pensione annua è pari o inferiore al minimo, spettano tutti i 154,94 euro, purché siano rispettati anche i requisiti reddituali.
Se invece la pensione supera il trattamento minimo, ma resta entro 8.108,99 euro annui, l’importo aggiuntivo si riduce. In questo caso l’Inps versa soltanto la differenza necessaria a raggiungere il limite previsto. Per esempio, con una pensione annua di 8.000 euro, l’aggiunta è di 108,99 euro, anziché di 154,94 euro.
Il riconoscimento avviene di regola d’ufficio, sulla base delle informazioni disponibili all’Istituto. Chi ritiene di avere diritto al beneficio ma non lo trova nel cedolino di dicembre può controllare la propria posizione previdenziale e i redditi presi in considerazione. La mancata erogazione non significa necessariamente che la somma sia stata persa: occorre verificare sia la sussistenza dei requisiti sia la correttezza dei dati utilizzati dall’Inps.
Se necessario, è possibile presentare una domanda di ricostituzione della pensione attraverso il servizio online dell’Istituto, accedendo con le proprie credenziali.
In alternativa, ci si può rivolgere a un patronato.
Rivalutazione 2027, l’ipotesi del 2,9%
Dal 1° gennaio 2027 le pensioni potrebbero registrare aumenti più marcati rispetto a quelli del 2026. Le stime basate sull’andamento dell’inflazione nel corso dell’anno ipotizzano una rivalutazione del 2,9%, ma il tasso è ancora provvisorio: quello ufficiale e definitivo sarà stabilito a fine anno con un decreto ministeriale. Tutti i calcoli sugli incrementi restano quindi simulazioni, non importi già acquisiti.
Se questa percentuale venisse confermata, la pensione minima ordinaria passerebbe da 611,85 a circa 629,59 euro mensili, con un incremento di 17,74 euro. Per chi nel 2026 percepisce le maggiorazioni straordinarie sulle minime, tuttavia, l’aumento effettivo potrebbe risultare più contenuto: tali maggiorazioni scadranno infatti a fine anno.
Applicando il tasso ipotizzato, una pensione di 1.000 euro lordi aumenterebbe di 29 euro al mese, per un totale di 377 euro all’anno, includendo la tredicesima. Per un trattamento di 1.500 euro lordi l’incremento sarebbe di circa 43,50 euro mensili, pari a 565,50 euro annui; con 2.000 euro lordi si arriverebbe invece a 58 euro in più al mese e 754 euro lordi all’anno.
Oltre la soglia di 2.447,40 euro lordi, l’applicazione di tetti ridotti limita l’incremento percentuale complessivo. Nella simulazione, una pensione di 2.500 euro lordi salirebbe di circa 72,34 euro mensili, raggiungendo 2.572,34 euro. Per un assegno di 3.000 euro lordi l’aumento sarebbe di circa 85,40 euro al mese, mentre per uno da 3.500 euro sarebbe di circa 96,50 euro.
Un trattamento di 4.000 euro lordi registrerebbe un incremento di circa 107,40 euro mensili, pari a circa 1.396 euro all’anno. La differenza rispetto all’applicazione integrale del tasso dipende dal meccanismo di rivalutazione: calcolare il 2,9% sull’intero importo produrrebbe infatti un aumento di 116 euro al mese, superiore a quello stimato.
Gli aumenti netti dipendono dalla posizione fiscale
Gli importi lordi non si traducono in un incremento netto uguale per tutti. Il risultato dipende dal reddito complessivo, dalle detrazioni personali e dalle addizionali locali: anche le stime su quanto arriverebbe effettivamente nel cedolino sono dunque puramente indicative.
Per una pensione di 1.000 euro lordi si ipotizza un aumento di circa 20 euro netti al mese; per un trattamento di 2.000 euro lordi, di circa 40 euro. Con una pensione di 3.000 euro lordi l’incremento netto stimato sarebbe di poco superiore a 50 euro mensili, mentre per 3.500 euro lordi si collocherebbe intorno a 60 euro.
Per conoscere il tasso ufficiale di rivalutazione e gli aumenti definitivi delle pensioni nel 2027 occorrerà attendere i provvedimenti formali di fine anno.
Ultimo aggiornamento: lunedì 19 ottobre 2026, 10:55
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