Il rischio di greenwashing aumenta nei settori che finanziano la transizione energetica, mentre crescono i casi più gravi e le contestazioni legate alla biodiversità. Secondo il quinto rapporto annuale di RepRisk, le aziende collegate a episodi di greenwashing sono salite a 1.594 nell’anno terminato a giugno 2026, con un aumento del 28% in un anno. Nei servizi finanziari la crescita raggiunge il 40%, mentre nel settore bancario si attesta al 23%.
Cresce il rischio di greenwashing nei settori che finanziano e realizzano la transizione energetica, mentre aumentano gli episodi classificati nelle categorie di gravità più elevate e cresce il peso degli impatti sulla biodiversità. È quanto emerge dal quinto rapporto annuale di RepRisk, secondo cui le imprese collegate a episodi di greenwashing sono salite a 1.594 nell’anno terminato a giugno 2026, con un incremento del 28% su base annua. Dal 2022, gli episodi di rischio riconducibili al fenomeno sono aumentati del 112%.
Inoltre i dati 2026 indicano una maggiore esposizione aziendale, con il 2,2% delle aziende nell’universo RepRisk che è risultato coinvolto in casi di greenwashing nel 2026, rispetto all’1,8% del 2022.
Greenwashing, il rischio si sposta verso i settori della transizione energetica
La crescita del fenomeno non riguarda più soltanto le industrie tradizionalmente associate a elevate emissioni di gas serra. Energie alternative, metalli industriali, attività minerarie, software e servizi informatici e utility stanno infatti assumendo un peso crescente nella distribuzione del rischio. Nello specifico, secondo i dati, tra il 2022 e il 2026, la quota dei collegamenti con problematiche ambientali riconducibili a questi cinque comparti è passata dal 18% al 29%. Nello stesso periodo, quella associata al petrolio e al gas è scesa dal 17% al 12%.


Il cambiamento riflette l’evoluzione della transizione energetica: con l’aumento degli investimenti in rinnovabili, infrastrutture a basse emissioni e minerali strategici, anche le dichiarazioni ambientali dei soggetti coinvolti sono sottoposte a un controllo più stringente. L’appartenenza a un settore considerato essenziale per la decarbonizzazione, tuttavia, non garantisce che le attività siano prive di impatti ambientali o che gli impegni dichiarati siano supportati da risultati verificabili. È in questo contesto che emerge il cosiddetto transition-washing, ovvero la presentazione di obiettivi di neutralità climatica, investimenti sostenibili o piani di decarbonizzazione senza evidenze sufficienti a dimostrarne la credibilità.


I casi analizzati da RepRisk illustrano le contraddizioni possibili. Per esempio, un progetto eolico può contribuire alla produzione di energia pulita e, contemporaneamente, sollevare preoccupazioni per gli effetti sulla fauna protetta. L’estrazione di nichel destinato alle tecnologie della transizione può invece essere associata a contestazioni per deforestazione, danni agli ecosistemi e conseguenze sulle comunità locali. Anche i crediti di carbonio possono diventare fonte di rischio quando l’integrità dei progetti o la fondatezza delle dichiarazioni sulle emissioni nette zero vengono messe in discussione.
Banche e servizi finanziari al centro del rischio di greenwashing
La finanza rappresenta uno dei principali punti di osservazione del fenomeno, perché il rischio non si limita alle operazioni dirette degli intermediari, ma comprende anche le imprese e i progetti che finanziano, nei quali investono o che assicurano. Nel periodo analizzato, i servizi finanziari hanno registrato 305 aziende collegate al greenwashing, con una crescita del 40% rispetto all’anno precedente. Per il settore bancario, le aziende interessate sono state 86, in aumento del 23%. Considerati insieme, i due comparti hanno rappresentato un quinto dei collegamenti settoriali associati alle imprese coinvolte.


L’esposizione è legata anche alla diffusione dei fondi dedicati alla transizione e degli impegni per le emissioni nette zero. Quando un istituto presenta un portafoglio come sostenibile o allineato agli obiettivi climatici, la credibilità della dichiarazione dipende infatti anche dalla qualità delle attività sottostanti, dai criteri di selezione degli investimenti e dalla capacità di verificare i progressi delle controparti. Un obiettivo di decarbonizzazione a lungo termine, per esempio, non è sufficiente da solo a dimostrare l’allineamento di un portafoglio: servono traguardi intermedi misurabili, criteri trasparenti e informazioni coerenti con i risultati effettivi delle aziende finanziate.
Inoltre il rischio si complica quando le credenziali climatiche di un investimento non riflettono gli altri impatti ambientali e sociali. Un progetto a basse emissioni può comunque comportare consumo di suolo, pressione sulle risorse idriche, perdita di habitat o conseguenze per le comunità locali. Per banche, gestori patrimoniali e investitori, la valutazione deve quindi estendersi oltre le emissioni associate agli asset e comprendere la condotta delle imprese coinvolte.
Biodiversità e gravità delle accuse: come cambia il profilo del rischio
Il cambiamento più significativo riguarda le questioni ambientali associate agli episodi di greenwashing. Per la prima volta nei cinque anni esaminati, gli ecosistemi e la biodiversità hanno infatti superato il cambiamento climatico e le emissioni come tema più frequentemente rilevato. Tra il 2024 e il 2026, i collegamenti con problematiche relative alla biodiversità sono passati da 162 a 300, mentre quelli riferiti al clima sono rimasti sostanzialmente stabili, da 272 a 275.


Il quadro delle problematiche ambientali emerge con maggiore chiarezza quando i dati vengono esaminati per settore. Tra il 2022 e il 2026, le energie alternative hanno registrato 116 collegamenti relativi a ecosistemi e biodiversità, contro 92 riferiti a clima ed emissioni. Anche miniere, utility e metalli industriali mostrano una crescente esposizione a problematiche ambientali che vanno oltre la decarbonizzazione.


Parallelamente, il rapporto evidenzia un inasprimento del profilo degli episodi. Quasi un quarto dei casi di greenwashing comprende accuse gravi, rispetto a circa uno su sei nel 2022. Gli episodi con accuse gravi e molto gravi sono più che triplicati nell’arco del quinquennio. Inoltre, aumenta anche la persistenza del fenomeno: nel 2026, il 57% delle aziende coinvolte compariva per la prima volta nei dati RepRisk, contro il 73% del 2022. Tre quarti degli episodi registrati hanno, infine, riguardato imprese già associate al greenwashing negli anni precedenti.


La mappa geografica del greenwashing
Il greenwashing si sta diffondendo geograficamente, ma le aree in cui RepRisk registra il maggior numero di casi non coincidono necessariamente con le aree in cui il greenwashing rappresenta la quota maggiore dei rischi complessivi legati alla condotta aziendale. Nello specifico il cambiamento più evidente nel volume degli incidenti si osserva dall’Europa verso le Americhe. Nel 2026, infatti, le Americhe hanno registrato, per la prima volta, un numero di incidenti di rischio greenwashing superiore a quello dell’Europa: 268 contro 242.


Se invece si guarda al peso del greenwashing sul totale degli episodi di rischio aziendale rilevati in ciascuna regione, il quadro cambia: nel 2026 l’Oceania ha registrato la quota più alta, pari al 3,1%.


Il quadro che emerge richiede quindi agli investitori una valutazione più articolata, capace di distinguere tra esposizioni nuove e ricorrenti, considerare la gravità delle contestazioni e verificare la coerenza tra dichiarazioni ambientali e condotta aziendale. La transizione energetica infatti amplia le opportunità di investimento, ma anche il perimetro dei rischi da monitorare: la credibilità delle strategie sostenibili dipende sempre più dalla capacità di documentare non soltanto i benefici climatici, ma anche gli impatti ambientali complessivi delle attività finanziate.
Potrebbe interessarti:
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link







