La notizia delle ultime ore è che Maurizio Viganò si è dimesso dall’incarico di amministratore unico di FSU (Finanziaria Sviluppo Utilities), la società attraverso la quale il Comune di Genova detiene la propria partecipazione in Iren. Ufficialmente, la decisione sarebbe maturata per motivi di salute. Tuttavia, insistenti indiscrezioni provenienti dai corridoi di Palazzo Tursi mettono la mossa in relazione con l’impegno finanziario che la società dovrebbe assumersi nei confronti di AMT.
La vicenda si inserisce in un quadro sempre più delicato, nel quale si intrecciano scadenze ravvicinate, risorse ancora da erogare, accordi con i creditori e un piano di risanamento che attende il passaggio decisivo dell’omologazione da parte del Tribunale.
FSU, una società chiamata a una scelta pesante
FSU, società della galassia comunale, si ritrova senza il proprio amministratore unico proprio nel momento in cui è chiamata a valutare un’operazione finanziaria di notevole rilevanza: un prestito da 35 milioni di euro destinato a sostenere AMT, l’azienda del trasporto pubblico genovese.
Secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime ore, Viganò avrebbe manifestato perplessità sull’operazione, fino a lasciare l’incarico in occasione dell’assemblea chiamata a discutere proprio il sostegno finanziario all’azienda di trasporto pubblico. Una scelta che, se confermata in questi termini, evidenzierebbe la delicatezza di una decisione che rischia di coinvolgere pesantemente una società nata per finalità differenti da quelle di un intervento diretto nel salvataggio di AMT.
Resta da capire chi sarà chiamato ad assumersi la responsabilità di una scelta tanto impegnativa e con quali garanzie finanziarie e societarie. Perché, al di là delle intenzioni, un prestito di questa entità non può essere considerato una semplice operazione contabile: richiede una valutazione rigorosa dei rischi e della sostenibilità dell’intervento.
Il nodo delle banche e dei 35 milioni
Il problema principale è finanziario. AMT deve dimostrare di disporre delle risorse necessarie per garantire la continuità aziendale e sostenere concretamente il proprio piano di risanamento.
Il finanziamento da 35 milioni si inserisce in una situazione complessa, caratterizzata da bilanci 2024 e 2025 ancora da approvare, dall’attesa dell’omologazione del piano e da un percorso di risanamento elaborato da oltre un anno da un gruppo di professionisti impegnati a trovare una via d’uscita alla crisi.
Il piano, più volte prorogato, prevede una riduzione del debito del 50%, ma non tutti i creditori risultano ancora allineati alla sua approvazione. Una parte significativa dei fornitori, per volume finanziario, rappresenta ancora un elemento di incertezza in un percorso che avrebbe invece bisogno di certezze e adesioni sufficientemente solide.
A complicare ulteriormente il quadro ci sarebbe la posizione degli istituti di credito interpellati, che non sarebbero disponibili a concedere il finanziamento richiesto prima dell’omologazione del piano da parte del Tribunale.
Si crea così un circolo vizioso: AMT ha bisogno di liquidità per sostenere il risanamento, ma l’accesso a nuove risorse finanziarie rischia di rimanere subordinato proprio al completamento di quel percorso giudiziario e negoziale che il finanziamento dovrebbe contribuire a rendere sostenibile.
La Regione e i 40 milioni ancora legati all’omologa
Parallelamente rimane aperta la partita dei 40 milioni di euro messi a disposizione dalla Regione Liguria per l’operazione relativa al deposito della metropolitana di via Adua. L’erogazione delle risorse è subordinata all’omologazione del piano.
La Regione, dunque, attende il passaggio del Tribunale. Una posizione che può trovare una giustificazione nei vincoli dell’operazione, ma che, sul piano politico, rischia di aumentare le difficoltà della Giunta guidata dal sindaco Silvia Salis.
Il risultato è una situazione nella quale ogni soggetto coinvolto sembra attendere che sia qualcun altro a compiere il primo passo decisivo, mentre il tempo continua a scorrere e le necessità finanziarie dell’azienda non possono essere sospese.
Il 21 ottobre, una scadenza da non sottovalutare
Il calendario impone ora un’attenzione particolare. Mercoledì 21 ottobre scadono le misure protettive concesse dal Tribunale di Genova ad AMT: lo strumento che ha consentito all’azienda di proseguire il percorso di risanamento al riparo da determinate iniziative dei creditori.
La scadenza non comporta automaticamente il fallimento dell’azienda, ma rappresenta un passaggio estremamente delicato, soprattutto se il quadro degli accordi con i creditori e delle coperture finanziarie non dovesse risultare ancora completo.
È proprio questo il punto: AMT non ha bisogno soltanto di interventi tampone, ma di una soluzione che affronti in maniera strutturale le cause della crisi. Anche un’eventuale disponibilità dei 40 milioni regionali e dei 35 milioni attraverso FSU, infatti, potrebbe non essere sufficiente a risolvere problemi che riguardano tanto il debito pregresso quanto la sostenibilità della gestione corrente.
Un altro campanello d’allarme: serve una soluzione strutturale
La situazione richiede una risposta condivisa e un’assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti: Comune, Regione, società partecipate e creditori. Non è più sufficiente rinviare le decisioni o confidare in un miglioramento che non trova ancora riscontri concreti nella disponibilità delle risorse necessarie.
Questo nuovo passaggio dovrebbe inoltre accelerare una riflessione, anche graduale, sull’ingresso nella compagine azionaria di AMT di un grande gruppo industriale e dei trasporti come Ferrovie dello Stato.
L’ipotesi di un partner di queste dimensioni merita di essere valutata senza pregiudizi ideologici. Non si tratta necessariamente di rinunciare al ruolo pubblico nel trasporto locale, ma di interrogarsi su quale assetto societario possa garantire competenze, solidità finanziaria, efficienza operativa e continuità del servizio.
Naturalmente, un’operazione del genere richiederebbe approfondimenti, garanzie e una valutazione trasparente delle condizioni di ingresso, delle responsabilità gestionali e degli obiettivi industriali. Ma proprio la gravità della situazione impone di non escludere a priori soluzioni diverse da quelle sperimentate finora.
La Giunta Salis faccia un bagno di umiltà
La Giunta comunale guidata dal sindaco Silvia Salis dovrebbe avere il coraggio di fare un salutare bagno di umiltà, accantonando le rigidità politiche e ascoltando meno le sirene di chi è pronto a trasformare in una battaglia ideologica qualsiasi ipotesi di apertura a un socio esterno.
L’eventuale ingresso di Ferrovie dello Stato, o di un altro soggetto industriale qualificato, non dovrebbe essere liquidato per principio come una resa o come un arretramento del controllo pubblico. Dovrebbe, piuttosto, diventare materia di un confronto serio, fondato sui numeri e sulle prospettive concrete per il futuro del trasporto genovese.
È il momento di scendere dalla torre d’avorio delle contrapposizioni e prospettare assetti nuovi, capaci di affrontare una crisi che non può essere risolta continuando a rincorrere le scadenze.
Perché il problema di fondo rimane: la gestione attuale non sembra in grado di garantire, con le sole risorse e gli strumenti finora messi in campo, una risposta sufficientemente solida sia alle esigenze della gestione corrente sia al peso del debito pregresso. E se anche l’iniezione di 40 più 35 milioni di euro rischiasse di tradursi in poco più di un pannicello caldo, sarebbe irresponsabile ignorare la necessità di una revisione più profonda del modello gestionale e societario.
L’autarchia comunale, perseguita per anni come garanzia di autonomia, ha mostrato limiti sempre più evidenti. Piaccia o non piaccia al centrodestra e al centrosinistra, è arrivato il momento di valutarli senza preclusioni.
La priorità non è difendere una bandiera politica, ma salvaguardare AMT, garantire il servizio ai cittadini e impedire che una crisi finanziaria si trasformi in un problema ancora più grave per la città.
Enrico Nicola Vigo e Roberto Bobbio
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