#Finsubito news dalla rete – Anche l’Umbria ha approvato una legge sul suicidio assistito


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Anche l’Umbria ha approvato una legge per regolamentare a livello regionale il suicidio assistito, la pratica con cui a certe condizioni ci si autosomministra un farmaco per morire: è la quinta regione a farlo dopo Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto (l’unica fra queste governata dal centrodestra).

In tutti questi casi le regioni si sono dotate in maniera autonoma di una legge sul suicidio assistito per colmare la mancanza di una legge nazionale: non è ancora mai stata approvata nonostante il suicidio assistito sia legale in Italia da sette anni per effetto di una sentenza della Corte Costituzionale, e nonostante i ripetuti inviti rivolti dalla stessa Corte al parlamento affinché sia discussa e approvata una legge.

La legge serve a dettagliare modalità, tempi e procedure con cui regolamentare la pratica, visto che la Corte Costituzionale nel 2019 si era limitata a stabilire che non era un reato. La mancanza di una legge nazionale causa da anni ostacoli e difficoltà burocratiche che spesso impediscono a chi ne avrebbe diritto di morire col suicidio assistito, oppure allungano inutilmente i tempi, insieme alle sofferenze fisiche e psicologiche per le persone che hanno fatto la richiesta, che hanno sempre gravi patologie.

In Umbria il voto era particolarmente sentito da chi chiedeva una legge: è la regione in cui poco più di un anno fa era morta col suicidio assistito la giornalista Laura Santi, dopo un iter giudiziario di tre anni che lei stessa aveva raccontato, dovuto proprio ai problemi causati dalla mancanza di una legge nazionale. Santi, affetta da una forma progressiva e avanzata di sclerosi multipla, era morta nella sua casa di Perugia a luglio del 2025, lasciando un videomessaggio in cui chiedeva una legge al parlamento.

– Leggi anche: Il videomessaggio ai parlamentari sul fine vita di Laura Santi, morta con suicidio assistito

Il consiglio regionale è a maggioranza di centrosinistra, cioè la parte politica che è stata più spesso favorevole alla regolamentazione del suicidio assistito, ma l’approvazione non era scontata.

La presidente della Regione Stefania Proietti, ex sindaca di Assisi, è infatti contraria a una legge sul suicidio assistito. Ufficialmente ne ha fatto più che altro una questione di competenze, dicendo che spetta al parlamento nazionale occuparsene, e ha sostenuto la necessità di prediligere le cure palliative, cioè i trattamenti per migliorare il più possibile la qualità della vita di una persona malata terminale: è una posizione coerente con la sua vicinanza agli ambienti cattolici, che sono generalmente contrari al suicidio assistito. Alla fine Proietti ha deciso di non partecipare al voto.

Come nelle altre regioni che l’avevano già fatto, la legge approvata dall’Umbria si basa sulla proposta di legge presentata in tutta Italia dall’associazione Luca Coscioni, che si occupa di libertà di ricerca scientifica e diritti civili. L’associazione aveva seguito Laura Santi nel suo percorso per il suicidio assistito, e giovedì aveva organizzato un presidio di fronte alla sede della Regione a cui aveva partecipato anche il marito di Santi, Stefano Massoli.

La legge regionale dell’Umbria prevede che le aziende sanitarie istituiscano, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, una Commissione multidisciplinare permanente per valutare i requisiti di accesso alla pratica di chi ne fa richiesta: la sentenza della Corte Costituzionale dice che la persona deve essere in grado di prendere decisioni libere e consapevoli, essere affetta da una patologia irreversibile che sia fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ritiene intollerabili (un criterio estremamente soggettivo e individuale), e deve essere «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale».

Quest’ultima è una definizione vaga, che può comprendere – sempre secondo sentenze della Corte Costituzionale – ventilatori o respiratori meccanici, ma anche trattamenti sanitari, per esempio farmacologici, che se interrotti possono portare alla morte del paziente.

La Commissione sarà composta da un medico palliativista, un medico psichiatra, un medico anestesista, uno psicologo, un medico legale e un infermiere, e verrà integrata caso per caso da un medico specialista nella patologia della persona che fa richiesta e, in maniera facoltativa, dal medico di fiducia della persona. Nessuno di loro riceverà un compenso, un rimborso o un’indennità. Al termine della valutazione, la Commissione invierà una relazione al comitato etico regionale dell’Umbria (un organismo che esiste già e si occupa di fare valutazioni etiche e scientifiche su sperimentazioni cliniche, farmaci, dispositivi medici e studi scientifici).

L’iniziale proposta di legge regionale prevedeva un numero preciso di giorni per la pratica, massimo 30 per la valutazione della richiesta e massimo 7 per l’attuazione: è un conteggio che la Corte Costituzionale aveva giudicato illegittimo, valutando uno dei ricorsi che il governo di Giorgia Meloni aveva fatto contro la legge regionale approvata dalla Toscana. La versione definitiva della legge umbra ha accolto il rilievo della Corte e sostituito questo conteggio con una formula più vaga e adattabile ai singoli casi: parla di una «tempistica compatibile con le condizioni cliniche del paziente».

Finora il governo ha infatti cercato di ostacolare il tentativo delle regioni di dotarsi in maniera autonoma di leggi sul suicidio assistito: ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale, oltre alla legge della Toscana, anche quella della Sardegna, e ha detto che farà lo stesso con quella dell’Emilia-Romagna. Non ha ancora impugnato la legge regionale del Veneto, governato da una giunta della stessa parte politica.

Il governo sostiene che la regolamentazione sul suicidio assistito non sia di competenza delle regioni, ma dello Stato (è un argomento dibattuto, come spiegato estesamente in questo articolo). Al momento è in discussione una proposta di legge regionale sul suicidio assistito anche nelle province autonome di Trento e Bolzano.


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