#Finsubito news dalla rete – Gaza, la fame non aspetta: i tagli agli aiuti e il peso del blocco israeliano


Il numero dei beneficiari scenderà da 1,6 milioni a 1,1 milioni. Ma non si tratta soltanto di una riduzione della platea: le razioni alimentari saranno dimezzate, passando da due pacchi per famiglia a uno, accompagnato da una quantità inferiore di farina. Anche i pasti caldi distribuiti quotidianamente scenderanno da 250.000 a 150.000. Nelle aree più difficili da raggiungere, comprese quelle vicine alla cosiddetta linea gialla, che delimita le zone sotto controllo militare israeliano, alcuni pasti saranno distribuiti a giorni alterni.

Il WFP ha chiesto con urgenza 450 milioni di dollari per mantenere le operazioni a Gaza e in Cisgiordania tra ottobre 2026 e marzo 2027. Le difficoltà finanziarie hanno già colpito quest’ultima: a settembre i beneficiari dell’assistenza sono stati ridotti da 400.000 a 200.000. Il problema, dunque, non riguarda soltanto la Striscia, ma l’intero sistema di sostegno alla popolazione palestinese.

I finanziamenti internazionali non bastano

La riduzione degli aiuti non significa che la comunità internazionale abbia smesso di stanziare risorse. Il Canada, per esempio, ha annunciato a settembre ulteriori 100 milioni di dollari canadesi per la Palestina, dopo i più di 500 milioni già impegnati dall’ottobre 2023. Del nuovo stanziamento, 80 milioni sono destinati all’assistenza umanitaria a Gaza e in Cisgiordania, attraverso partner considerati affidabili, mentre 20 milioni sostengono iniziative di pace e stabilizzazione. Eppure, gli annunci di nuovi finanziamenti convivono con una carenza strutturale di risorse. Secondo il monitoraggio dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), a luglio 2026 risultavano finanziati circa 1,61 miliardi di dollari sui 4,06 miliardi richiesti per la risposta umanitaria nei territori palestinesi occupati. Il fabbisogno coperto era quindi intorno al 40 per cento, con circa 2,5 miliardi ancora da reperire. Il problema è anche politico: le emergenze umanitarie si moltiplicano, mentre i finanziamenti disponibili non crescono allo stesso ritmo. Le organizzazioni sono costrette a scegliere chi assistere e quali interventi ridimensionare, proprio quando i bisogni restano enormi. Il taglio del WFP è la conseguenza concreta di questo squilibrio: le risorse non consentono più di raggiungere tutte le persone che ne hanno necessità.

Il blocco, i valichi e gli ostacoli alla distribuzione

La mancanza di fondi, tuttavia, non spiega da sola la crisi. Un secondo problema riguarda la possibilità materiale di far arrivare e distribuire gli aiuti. Le autorità israeliane controllano l’accesso di merci e rifornimenti alla Striscia e impongono procedure di coordinamento e autorizzazione che condizionano il lavoro delle organizzazioni umanitarie. Anche quando cibo, medicinali e materiali sono disponibili nei depositi regionali, non è detto che possano raggiungere rapidamente la popolazione. Le testimonianze raccolte da EMERGENCY descrivono una situazione in cui la carenza di forniture si somma alla distruzione delle infrastrutture sanitarie, alla mancanza di acqua ed elettricità e alla difficoltà di garantire cure essenziali. Il personale dell’organizzazione continua a lavorare nella clinica di assistenza primaria di al-Qarara e a sostenere le attività sanitarie ad al-Mawasi, ma i bisogni superano largamente le capacità operative. Nel suo aggiornamento del 15 ottobre, EMERGENCY ha ricordato che la popolazione continua a vivere in condizioni drammatiche, nonostante il cessate il fuoco annunciato un anno prima. L’organizzazione segnala inoltre come gli ordini di evacuazione e la presenza militare in vaste aree rendano più difficili gli spostamenti, la distribuzione di acqua e cibo e l’accesso delle ambulanze. Anche le Nazioni Unite hanno documentato le restrizioni territoriali. Secondo l’OCHA, nel giugno 2026 circa il 65 per cento della Striscia ricadeva in aree ad accesso limitato, con conseguenze sia per i civili sia per gli operatori umanitari. La presenza di zone interdette o raggiungibili soltanto previa autorizzazione restringe lo spazio nel quale le organizzazioni possono lavorare, concentrando la popolazione in aree sempre più affollate.

Il quadro è ulteriormente complicato dalle difficoltà nell’ingresso delle merci commerciali. A metà ottobre, secondo Reuters e Associated Press, le forniture commerciali erano state interrotte a causa di una controversia sui contributi richiesti da Hamas ai commercianti per ogni camion. Le autorità israeliane hanno attribuito l’interruzione alla disputa con gli operatori palestinesi; questi ultimi hanno contestato la ricostruzione e denunciato le restrizioni imposte all’ingresso delle merci. Il 19 ottobre Israele ha annunciato la ripresa graduale delle spedizioni commerciali, dopo il ritiro delle tariffe contestate. La distinzione è importante: gli aiuti umanitari e le merci commerciali seguono circuiti differenti, ma entrambi contribuiscono alla sopravvivenza della popolazione. Senza un mercato funzionante, un flusso regolare di beni e una distribuzione capillare, gli aiuti alimentari non possono compensare da soli il collasso dell’economia locale.

I saccheggi e il ruolo dei gruppi armati

C’è poi il tema della sicurezza degli aiuti, spesso al centro dello scontro politico. Israele sostiene che sia necessario impedire che le forniture umanitarie vengano intercettate o dirottate da Hamas. Il governo israeliano ha presentato le proprie restrizioni come misure necessarie a garantire trasparenza e sicurezza nella distribuzione. I saccheggi, tuttavia, non sono un’invenzione: durante la guerra, operatori umanitari e giornalisti hanno documentato episodi di assalti ai convogli, furti nei magazzini e appropriazione di generi alimentari da parte di gruppi armati e bande criminali palestinesi. Il collasso dell’ordine pubblico, la fame e la scarsità di beni hanno favorito queste dinamiche, con conseguenze dirette sulla possibilità di raggiungere i destinatari.

Un’inchiesta di Associated Press del giugno 2025 ha ricostruito le accuse secondo cui Israele avrebbe sostenuto gruppi armati palestinesi ostili ad Hamas, tra cui quello guidato da Yasser Abu Shabab, coinvolto nelle polemiche sui saccheggi degli aiuti. Anche il Guardian e l’emittente australiana ABC hanno riferito di accuse riguardanti il sostegno o la protezione israeliana a queste formazioni. Si tratta di ricostruzioni e contestazioni da distinguere dalle responsabilità accertate nei singoli episodi; il governo israeliano ha respinto le accuse di complicità nei saccheggi. Questi elementi impediscono di ridurre il problema a una sola spiegazione. I furti e le interferenze dei gruppi armati possono compromettere la distribuzione, ma non cancellano il ruolo delle restrizioni all’ingresso, dell’insicurezza dei percorsi e della scarsità complessiva delle forniture. Per evitare che gli aiuti vengano sottratti, le organizzazioni chiedono condizioni di sicurezza, accesso prevedibile e sistemi di distribuzione controllabili, non la riduzione delle risorse destinate ai civili.

Cosa serve adesso

La fotografia che emerge è quella di una crisi ancora aperta, nella quale il cessate il fuoco non si è tradotto in un ritorno alla normalità. Il WFP stima che 1,4 milioni di persone, circa due terzi della popolazione di Gaza, si trovino ancora ad affrontare livelli di insicurezza alimentare acuta pari alla fase di crisi o peggio. Circa 200.000 persone sono in condizioni di emergenza alimentare. Servono finanziamenti immediati e prevedibili, ma anche valichi accessibili, procedure meno restrittive, rifornimenti regolari e garanzie per la sicurezza del personale umanitario e dei convogli. Cibo, acqua potabile, medicinali, carburante e materiali per riparare le strutture danneggiate devono poter entrare in quantità adeguate e raggiungere tutte le aree della Striscia. Parallelamente, è necessario contrastare i saccheggi e le interferenze armate senza trasformare la sicurezza in un ostacolo all’assistenza.


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