#Finsubito news dalla rete – «Per te quanto vale il mio lavoro?». Teatro, sciopero e CCNL


Analisi e riflessioni sulle condizioni del lavoro nei teatri italiani  e sul sistema dei finanziamenti a ridosso delle giornate di sciopero del 27 ottobre

Foto teatroecritica

Nella primavera del 2021 le Commissioni VII (Cultura, Scienze, e Istruzione) e XI (Lavoro pubblico e privato) della Camera dei Deputati rendono pubblica l’Indagine conoscitiva in termini di lavoro e previdenza nel settore dello spettacolo. Il teatro respira ancora gli strascichi pandemici, ha riaperto le porte ma con l’incertezza addosso della chiusura e chi vi opera, senza godere di una condizione stabile o di favore, riesce a mettere assieme pranzo e cena con gli spiccioli dati a pioggia dello Stato e grazie all’abitudine a farsi bastare il minimo essendo, parte delle lavoratrici e dei lavoratori, allenata a vivere stando in media giusto un po’ più in alto della soglia di povertà dell’ISTAT. Nell’Indagine c’è scritto che l’Italia «ha costantemente ridotto gli investimenti per la cultura, e per lo spettacolo in particolare», che le istituzioni mostrano «scarsa attenzione» per il comparto e che questa disattenzione dipende del fatto che «è stato considerato nelle politiche pubbliche come un fattore meno importante o perfino marginale del processo di sviluppo della società, se non come un mero costo per la comunità». Le Commissioni si concentrano poi sulle condizioni professionali e parlano di «lavoro scarsissimamente tutelato dal punto di vista normativo», le cui «dinamiche perculiari» sono poco note «al punto che anche le statistiche ufficiali forniscono una rappresentazione solo approssimativa e limitata» della realtà, rilevano che «se è vero che l’intermittenza e la saltuarietà sono diventate comuni» anche in altri ambiti nel caso dello spettacolo dal vivo la fragilità contrattuale è dominante e chiudono con la necessità di un cambio di rotta poiché «il Paese non può permettersi di disperdere un tale patrimonio umano, culturale ed economico». Il documento porta la data del 21 aprile. Da venti giorni intanto il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro di dipendenti, scritturate e scritturati teatrali, siglato il 19 aprile 2018 a Roma, presso la sede dell’AGIS di Via del Gesù, giace sul tavolo, scaduto.

Le trattative di rinnovo iniziano il 4 aprile 2024, tre anni dopo, e s’interrompono il 12 ottobre scorso, giorno in cui i sindacati emettono il comunicato con cui, premesso che il confronto riguarda i temi economici, denunciano «l’assoluta insufficienza della proposta datoriale» e proclamano lo sciopero: blocco il 27 ottobre ma, per chi non potesse in quella data, stop a ogni attività tra il 21 e il 30 dello stesso mese. Per questo, ieri nelle sale del Trentino, della Sicilia, dell’Emilia-Romagna o in vista invece di martedì prossimo, leggiamo di repliche sospese, per questo sappiamo di uffici vuoti, prove ferme, luci e scenografie morte per ventiquattr’ore. E la controparte? Federvivo, a nome delle associazioni in dialogo con SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL (Piccolo di Milano, Nazionali, Teatri delle Città, Centri di Produzione, istituzioni concertistico-orchestrali, imprese di produzione di teatro, danza e circo contemporaneo) si dice consapevole della fase attraversata da lavoratori e lavoratrici, fa notare che il Ministero non prevede risorse aggiuntive, sottolinea l’esigenza di garantire la sopravvivenza della filiera, afferma di «aver presentato una proposta che rappresenta uno sforzo rilevante», prende atto «con dispiacere» dello sciopero e resta disponibile alla discussione. D’accordo, ma in termini concreti e ponendola sul piano del denaro, di cosa sto scrivendo? Delle diarie ovvero dell’indennità da corrispondere per l’attività fuori sede, che oggi (da contratto) dovrebbe essere di almeno di 107 euro al giorno per albergo, pranzo e cena e di cui Federvivo offre un aumento del 20% dal 1° gennaio 2027 (s’attesterebbe a 128,40 euro) e delle paghe minime giornaliere: 74,30 euro lordi (59,92 netti) per direttrici e direttori di scena e aiuto-regia; 72,78 euro lordi (58,69 nette) per attrici e attori, danzatrici e danzatori, mimi, capo macchinisti, direttrici e direttori d’orchestra, capo elettricisti, capo fonici, light designer; 71,10 euro lordi (57,34 netti) per chi è assistente di regia, impiegato o impiegata in amministrazione, si occupa della segreteria di compagnia, è sarta, fonica, costumista, parrucchiere, truccatrice, tecnico o suggeritore; 59,32 euro lordi (47,84 netti) infine per le allieve attrici e gli allievi attori e 53,05 euro lordi (42,78 nette) per chi è allievo o allieva invece nel comparto tecnico. Che questo guadagna buona parte di coloro che rendono possibile sul palco lo spettacolo dal vivo. In un’intervista rilasciata a Lucrezia Ercolani de Il Manifesto il 16 ottobre Sabina Di Marco (segretaria nazionale SLC-CGIL) spiega che a scritturate e scritturati, da considerare forza-lavoro specializzata, andrebbero corrisposti «almeno 120 euro al giorno» (vorrebbe dire, sul lordo, un aumento tra il 61,5% e il 68,7% rispetto alle minime in vigore) mentre i salari di chi è dipendente, «che arrivano a 1.433,43 euro in media», andrebbero adeguati all’inflazione pregressa. La proposta resa nota da Federvivo per il personale dipendente è invece un aumento del 18% in tre anni (5% in meno di quanto chiesto dai sindacati) mentre per scritturate o scritturati ci sarebbe un aumento complessivo del 20% dei minimi tabellari: del 10% dal 1° gennaio 2027, del 5% ulteriore dal 1° gennaio 2028, di un altro 5% dal 1° gennaio 2029. Ebbene, perché l’offerta è (matematicamente) inaccettabile? Perché parliamo di diarie, paghe e stipendi immobili dal 2020, perché nel frattempo c’è stata un’inflazione capitalizzata del 18,2% (che supererà non di poco il 20% tenendo conto delle stime del 2026), perché acconsentissero lavoratrici e lavoratori si troverebbero tra tre anni con guadagni potenziali, a parità di prestazioni, che non bilancerebbero neanche la perdita di potere d’acquisto già subita mentre intanto rullavano, come in un perpetuo inesorabile, le ultime cinque stagioni: festival dopo festival, debutto dopo debutto, cartellone dopo cartellone. Eppure stare dalla parte di dipendenti, scritturate e scritturati non basta per stare fino in fondo dalla parte del teatro. Serve infatti memoria del recente almeno, e allargare il campo, per farsi un’idea di quel che sta accadendo.

Il 2021, in cui scade il CCNL, non è un anno qualsiasi. Il Covid ha costretto lo Stato ad accorgersi dell’esistenza di un panorama artistico e creativo eterogeneo, fragile ma radicato nel paese, al quale in quarant’anni è stato sottratto il 59,2% del FUS: un latrocinio compiuto con la scaltra sistematicità di chi, di morso in morso, mangia il pane agli altri. Il Ministero da un lato quindi continua coi sostegni per tamponare chiusure, crisi e fame, dall’altra inventa un “anno ponte” e riconosce quante più realtà possibili immettendole nella filiera finanziata col Fondo Unico per lo Spettacolo dal Vivo. Adopera dunque uno strumento strutturale (il FUS) per affrontare una condizione eccezionale (la pandemia), tant’è: i contributi alle attività – 984 nel 2018, 1.008 nel 2019, 824 nel 2020 – diventano 1.483 mentre l’investimento complessivo, dai 344.674.198,85 euro del 2020, passa a 371.702.458,81 euro ovvero: i soggetti crescono del 79,7% mentre le risorse aumentano del 7,8%. Si dilata insomma la platea dei beneficiari e si preme sulle nuove istanze, contraddistinte da maggiore debolezza (sono il 46,2% ma prendono il 7,4% del contributo per le attività teatrali, sono il 28,9% ma ricevono il 10,2% del denaro per le attività di danza, sono il 46,2% ma ottengono il 9% del sostegno al multidisciplinare). Pare una scelta emergenziale, è invece il modo in cui lo Stato testa e sperimenta una versione ulteriormente radicalizzata del proprio intervento sul settore. Imposti infatti dal 2015 algoritmi, cluster, criteri quantitativi, aumenti dei minimi, indicatori di competitività e obblighi iper-produttivi in nome «della razionalizzazione del sistema e dell’efficacia del contributo» (Salvo Nastasi, allora Direttore Generale del MiBACT), il Ministero accentua la ferocia aziendale della sua riforma e in cambio del bonifico pretende ancora più numeri, più azioni, più merce e più fatica. Tant’è che quando torna la triennalità prevista dai Decreti, nel 2022, il disequilibrio tra “promossi” e denaro permane, stabilizzato. E negli anni successivi? C’è la conferma della catena di montaggio che è stata accelerata uscendo dal periodo pandemico, cui vanno aggiunti nel 2025 (+15,1% dei soggetti, +1,3% delle risorse) i parametri cari al governo Meloni che, all’ombra della cancellazione del rischio creativo dal D.M. e (in prospettiva) anche dal Codice dello Spettacolo (c’è chi preme infatti per metterlo solo in capo alle Regioni, come se lo Stato non dovesse più occuparsene), danno peso ai fondi privati più che a quelli pubblici, misurano i teatri sul tasso di riempimento delle sale, premiano la capacità di autofinanziamento, bilanciano le opere col prezzo del biglietto, spingono all’offerta commerciale. Dev’essere chiaro: quel che si sta mettendo in gioco, in tal maniera, è il concetto stesso di funzione pubblica del teatro per come l’abbiamo conosciuto dal secondo dopoguerra ad oggi. E lo si sta facendo con la stessa radicalità strategica con cui in Italia i governi dell’ultimo trentennio hanno fatto diventare curarsi un lusso e studiare quasi un privilegio. Infine, va detto che non leniscono la crudezza della situazione l’aumento dei contributi di prossimità (date le enormi differenze d’investimento a livello regionale e tra macro-aree del paese), l’intervento delle Fondazioni d’origine bancaria (non uniformi sul territorio) e l’impennata dei “contributi extra-FUS/FNSV” degli ultimi dieci anni, che sono concessi con avvisi, bandi e provvedimenti ad hoc e fuori da un quadro di norme condivise.

Qui dobbiamo collocare dunque la serrata, nel contesto cioè di un ambito che, sul piano nazionale quanto su quello locale è finanziato e governato con parametri neocapitalistici applicati all’intervento istituzionale: criteri di mercato, innalzamento dei livelli prestazionali (perché abbastanza non sia mai abbastanza), misurazioni oggettive di risultato e ottimizzazione del rapporto tra prezzo e quantità, che spreme dunque anche il costo del lavoro e sfregia i diritti e la dignità delle persone. Lo scrivo e penso a un ufficio stampa che due settimane fa m’ha detto il suo mensile (1.200 euro, nonostante un’esperienza trentennale e dieci anni nella stessa struttura), all’ideatrice di un progetto d’avvicinamento di chi è più giovane alla scena, che va di scuola in scuola per 800 euro, alla collaboratrice di un festival che per non perdere il posto è stata costretta ad accettare di vedersi riconosciute meno ore di quelle che ha trascorso davvero nell’ufficio e che, davanti a me, al telefono ha chiesto al suo direttore: «Per te quanto vale il mio lavoro?». Abitano un ambito segnato da verticismo gerontocratico (secondo la concezione per cui il successo si misura nella durata del permanere nei ruoli conquistati), da notevoli differenze interne di stipendio e dal riconoscimento tardivo delle professionalità. Stanno nelle cifre con cui l’INPS ogni anno ribadisce tare insopportabili e vizi ripetuti (il lavoro femminile vale il 19,4% in meno di quello maschile, chi è più giovane fa da manodopera a basso costo, l’Italia è spaccata in Centro/Nord e Sud/Isole dai divari permanenti) mentre scritturate e scritturati, di cui questo paese ancora non riconosce a pieno esistenza, ruolo e mestiere, stanno soprattutto in Scena & Schermo, l’indagine curata da Eliana Como e presentata a luglio da CGIL e Fondazione Giuseppe Di Vittorio. Vi si legge, tra l’altro, che la flessibilità contrattuale è la condizione ordinaria del 93,5% di chi ha risposto all’intervista, che il 65% possiede un titolo di studio specifico (e il 77% continua nella formazione, nell’80% dei casi a proprie spese) ma ciò che conta per lavorare sono soprattutto contatti e relazioni (82,5%), che s’infortunano ma non si assentano tanto è vero che l’88% non è mai stato in malattia nell’ultimo biennio. Hanno lunghi periodi di sospensione lavorativa (76%) ma non ricevono indennizzi di discontinuità (84%), sono spesso oggetto di ricatti e di molestie, temono che avranno una pensione inadeguata (89,7%) e nel 49,6% dei casi affermano che il CCNL non è rispettato o lo è solo in parte. Se ci parli ti raccontano debutti in cambio di visibilità promessa, prove gratuite, recite a perdere, impegno propedeutico alla prestazione non riconosciuto, trattamenti forfettari indecorosi, diarie inesistenti o solo nominali come abitudini di un settore in cui lo sfruttamento è una consuetudine piramidale che, assorbita come fosse un aspetto ineludibile, viene sopportata e su cui perciò si tace. Te lo confessano e intanto, schiena curva e negli occhi l’imbarazzo, al PC scrivono l’ email con cui chiedono di essere pagate o pagati per lo spettacolo o il laboratorio che hanno svolto mesi prima, la stagione scorsa, un anno fa. Quando questo sciopero era un’eventualità a cui non si pensava ancora.

Alessandro Toppi


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