Ormai tutti concentrati sul sentiero elettorale, ansiosi di conoscere la data delle elezioni, rischiamo di smarrire il percorso strategico degli investimenti. Il caso ha voluto che la tornata del rinnovo delle Camere coincida con il primo anno senza più i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Le coalizioni che si stanno formando in vista della campagna elettorale dovrebbero rispondere al principale interrogativo di come sostenere la già modesta crescita garantendo un soddisfacente livello di investimenti pubblici e, in parallelo, una forte attrazione di quelli privati, soprattutto esteri. L’attenzione è invece sulle spese, sui bonus.
Tutto sta lì, ed è un errore appunto capitale oltre che un’ossessione politica di stampo populista. Il dividendo della stabilità — del sistema Paese non solo della sua guida politica — dovrebbe vedersi nella conferma anche di un flusso di investimenti esteri diretti che invece tendono a indebolirsi, soprattutto nel confronto con altri Paesi (Spagna in particolare). Gli ultimi documenti governativi smentiscono il pericolo di quello che gli esperti chiamano cliff edge effect, ovvero più prosaicamente l’effetto vuoto da mancanza di Pnrr che comunque avrà nel 2027 una coda di spesa stimata in 40 miliardi.
Secondo il Documento programmatico di bilancio (Dpb), nel triennio 2027-29 gli investimenti delle amministrazioni pubbliche si manterranno mediamente al 3,7 per cento del Pil, contro il 2,8 per cento medio del periodo 2000-2019. La spesa complessiva in conto capitale si attesterebbe al 5 per cento (contro il 4,1 pre Covid). L’attivazione delle clausole di salvaguardia, con la legge di Bilancio attualmente in preparazione, dovrebbe irrobustire gli investimenti nella sicurezza energetica e nella Difesa oltre che nelle infrastrutture.
L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), in sede di discussione del Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), vede un tasso di investimenti positivo, seppur in decelerazione, ma poi piatto nel 2028-29, almeno nello scenario di riferimento. La dinamica relativamente più sostenuta riguarda gli investimenti in costruzioni (in crescita del 5,6 per cento nel 2026 secondo il Cresme), trainati soprattutto dalle opere pubbliche (più 12 per cento).
La quantità
L’interrogativo di fondo non riguarda solo i volumi, ma anche la qualità degli investimenti. L’edilizia, per esempio, è un traino tradizionale ma il suo contributo all’aumento della produttività è assai limitato. Quanti degli investimenti che stiamo progettando sono concentrati sui settori a maggior sviluppo futuro e quanti invece sono, seppur necessari, diretti alla tutela dell’esistente e in qualche caso persino già vecchi o inutili? Uno strumento assai utile è rappresentato dal voluminoso rapporto “Le leve della crescita” promosso dall’Anci, l’Associazione che riunisce i Comuni, e curato da Roberto Garofoli.
In sintesi: che cosa abbiamo imparato dalla complessa gestione degli investimenti del Pnrr (194 miliardi di cui 72 erano sovvenzioni europee a fondo perduto e ce lo siamo dimenticato)? «Un metodo di gestione delle politiche pubbliche — si legge nel Rapporto — fondato sulla predeterminazione degli obiettivi, su tempi certi per raggiungerli, su strutture e tecniche di monitoraggio e rendicontazione».
Una rivoluzione copernicana per le amministrazioni pubbliche, i Comuni in particolare. C’è il fondato rischio che questo metodo si disperda. Anche per la fuga (verso il privato) delle professionalità che lo hanno applicato e reso produttivo. Ma, soprattutto, che svanisca l’approccio performance based e si «interrompa il percorso di riduzione delle debolezze strutturali del Paese». Garofoli è stato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Mario Draghi ed ora è presidente di sezione al Consiglio di Stato. «Tutto quello che abbiamo imparato con il Pnrr — spiega — prima non lo sapevamo fare e nemmeno immaginavamo di doverlo fare. Il ritorno alle vecchie abitudini compromettere i risultati raggiunti».
Si pensi soltanto ai tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, ridotti dai 53 giorni del 2019 agli attuali 27, o al cosiddetto disposition time (la durata dei vari gradi di giudizio) in contrazione di circa il 50 per cento. «In assenza di obiettivi chiari — continua Garofoli — ci si ferma, c’è una sorta di appagamento. Il Rapporto identifica fragilità istituzionali comuni ai tanti settori esaminati. Il Pnrr ha consentito al Paese di compiere indubbi progressi, in particolare rafforzando la capacità di attuare le politiche pubbliche nel rispetto di tempi di priorità e tempi. In passato non era così. Ora c’è un metodo e pensate solo al rischio reputazionale che l’Italia correrebbe in Europa — proprio adesso che si ridefiniscono i criteri per i fondi di coesione — se solo dovesse tornare indietro. Il rischio di disperdere quanto fatto si coglie anche nelle nuove sfide tecnologiche. Anche in quelle più avanzate sono stati compiuti progressi importanti. Oggi occorre valorizzarne le potenzialità. Accade invece che molte amministrazioni sperimentino, ognuna per conto proprio, diverse innovazioni, compresa l’Intelligenza artificiale. Senza seri programmi nazionali non attraggono nemmeno i talenti. Ci vuole una regia nazionale delle buone pratiche. Un modello al quale guardare è quello degli appalti. Il governo fece la scommessa di puntare sui Comuni. Circa il 95 per cento degli ottomila Comuni italiani ha aderito agli accordi quadro conclusi da società pubbliche, in particolare Invitalia che ora dispone di un ufficio gare d’avanguardia con 500 ingegneri. Questo modello potrebbe essere utilissimo in futuro, anche per i partenariati pubblico-privato».
Settore idrico
Nel settore idrico la polverizzazione degli interventi si aggiunge al disordine istituzionale. Il metodo Pnrr può essere la soluzione. Altrimenti continueremo ad avere, nel trattamento delle acque, imprese troppo piccole. Le amministrazioni comunali investono la miseria di 20 euro a utente contro i 100 delle gestioni industriali. Nonostante la legge Galli, che prevedeva gli accorpamenti degli operatori, sia del 1984, oltre 40 anni dopo sono ancora 1300 le aziende comunali del settore idrico. La necessità di una regia riguarda anche settori molto diversi. Gli investimenti in data center sono numerosi ma senza una strategia nazionale, un’analisi preventiva delle necessità del Paese, il rischio è quello di ripetere l’assalto speculativo di molti progetti nelle pur indispensabili energie alternative. Anche nel Mezzogiorno emerge l’importanza di orientare strategicamente gli investimenti.
L’esperimento delle allargate Zone economiche speciali (Zes) è stato largamente positivo. Il Sud cresce più del Nord. Ma il credito d’imposta è troppo polverizzato e l’obiettivo principale delle Zes, peraltro in parte ottenuto, è quello di favorire la nascita di poli strategici e la creazione di aziende più solide.
«La lezione comune — conclude Garofoli — è che non basta mobilitare risorse occorre saperle indirizzare e trasformare in risultati. Sarebbe un grave errore ora considerare l’esperienza del Pnrr come una parentesi eccezionale non dando continuità ai risultati raggiunti in ciascun settore. Quanto al metodo e alle innovazioni sperimentati, devono diventare patrimonio ordinario della macchina della Repubblica. Disperdere questa eredità arrecherebbe un danno enorme al Paese».
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