(di Alberto Alemanno, democracy fellow all’Università di Harvard, professore Jean Monnet all’Hec Paris, fondatore di The Good Lobby)
L’Unione europea si avvia verso una stagione elettorale senza precedenti recenti. Quattro dei suoi cinque Stati membri più popolosi – Spagna, Francia, Italia e Polonia – andranno al voto nei prossimi dodici mesi. Si comincia con la Spagna, il 29 novembre. Se gli elettori si sposteranno ancora più a destra, l’effetto complessivo potrebbe trasformare l’Unione in modo molto più profondo di qualsiasi singola elezione nazionale.
Due cambiamenti spiccano.
Primo, il cordone sanitario tra il Partito popolare europeo (Ppe), di centrodestra, e la destra radicale si sta sgretolando, anche in Germania, il suo ultimo bastione.
Secondo, la concorrenza dell’estrema destra spinge i partiti consolidati della destra radicale a irrigidire le proprie posizioni.
In Spagna, Aliança Catalana sfida Vox; in Francia Reconquête di Éric Zemmour, nonostante raccolga percentuali a una cifra, mette sotto pressione il Rassemblement National di Marine Le Pen; in Italia Futuro Nazionale di Roberto Vannacci sfida Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni; e in Polonia la Confederazione della Corona Polacca di Grzegorz Braun sottrae consensi a Diritto e Giustizia (PiS), il partito di Jarosław Kaczyński.
Sotto pressione, i conservatori tradizionali tendono ad avvicinarsi a questi partiti invece di mantenere le distanze, come dimostrano il Partido Popular spagnolo e Les Républicains francesi. Posizioni un tempo marginali diventano parte del dibattito politico dominante.
Le conseguenze vanno oltre l’immigrazione.
Marine Le Pen e il leader di Vox, Santiago Abascal, sostengono il principio della “priorità nazionale” nell’accesso alle prestazioni sociali e ai servizi pubblici. Secondo quanto riportato, un documento strategico dell’AfD trapelato va oltre: propone che le costituzioni nazionali prevalgano sul diritto dell’Ue e che la Corte di giustizia venga ridotta a un forum per dirimere le controversie tra governi. La proposta colpisce le fondamenta dell’integrazione europea. Il primato del diritto dell’Ue impone alle autorità nazionali, compresi i tribunali, di applicare il diritto dell’Unione quando è in conflitto con il diritto nazionale. La sua applicazione uniforme è indispensabile per il mercato unico e per l’ordinamento giuridico dell’Unione.
La posta in gioco è dunque costituzionale. Il progetto europeo si fonda sui valori sanciti dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea: la dignità umana, l’uguaglianza, la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto delle minoranze. Un progetto politico che subordina questi impegni a una concezione escludente dell’identità nazionale minaccia le condizioni che permettono all’Unione di funzionare come una comunità governata da regole comuni.
L’obiettivo dell’estrema destra non è necessariamente uscire dall’Ue, ma rifarla dall’interno: indebolire le istituzioni che pongono limiti ai governi nazionali e sostituire gli impegni comuni con un’Europa di nazioni sovrane, meno vincolata a standard giuridici condivisi. Il rischio è che l’Unione conservi le sue strutture formali, ma perda la capacità di agire.
Il centrodestra ha contribuito a rendere possibile questo scenario. Manfred Weber ha difeso la proroga dei controlli alle frontiere da parte della Germania, nonostante i dubbi sulla loro compatibilità con il diritto dell’Ue. Ogni volta che il Ppe considera politicamente accettabili deroghe alle regole comuni, legittima argomenti che la destra radicale non sarebbe riuscita a normalizzare da sola.
Il Parlamento europeo offre un esempio più immediato.
A ottobre, una risoluzione sulla “infiltrazione islamista”, che chiedeva di sottoporre a verifica i finanziamenti dell’Ue alle reti antirazziste e alle reti giovanili musulmane, è stata approvata con 381 voti a favore e 167 contrari, grazie al sostegno degli stessi gruppi e della maggioranza di Renew Europe.
Queste risoluzioni non vincolanti non modificano la legge. Mostrano però come la cooperazione tra le forze di destra possa influenzare l’agenda parlamentare e produrre maggioranze alternative che includono la destra radicale.
In seno al Consiglio dell’Ue, il quadro è più fluido.
Viktor Orbán può aver perso il potere in Ungheria, ma i partiti dell’estrema destra sono ancora al governo in Italia, Repubblica Ceca, Finlandia, Slovacchia e Croazia. Le prossime elezioni in Spagna, Francia e Polonia potrebbero spostare ulteriormente gli equilibri a favore delle forze della destra nazionalista.
Almeno per ora, la Commissione è meno direttamente esposta ai cambiamenti elettorali. Tuttavia, un Consiglio più nazionalista, un Parlamento sempre più condizionato da alleanze sovraniste e una Commissione riluttante a confrontarsi con i governi nazionali potrebbero rafforzarsi a vicenda.
Le procedure d’infrazione sono diminuite, mentre il dialogo politico ha progressivamente sostituito l’applicazione formale delle norme. Una futura Commissione meno impegnata nell’integrazione potrebbe indebolire ulteriormente il proprio ruolo di custode dei Trattati e motore dell’integrazione europea.
L’Ue può difendere il proprio ordinamento giuridico da una sfida interna?
La Corte di giustizia dell’Unione europea è un contrappeso fondamentale. I giudici hanno mandati di durata fissa e un comitato previsto dall’articolo 255 TFUE valuta i candidati prima che i governi li nominino di comune accordo. Questo offre una certa protezione dalle pressioni elettorali immediate, ma la Corte non può agire da sola.
La resilienza democratica dell’Ue dipende quindi da una rete più ampia di soggetti disposti a mobilitare il diritto: cittadini e imprese che contestano misure illegittime o l’inazione; giudici e tribunali nazionali che sottopongono questioni alla Corte di giustizia a Lussemburgo; Stati membri che avviano procedure d’infrazione gli uni contro gli altri; e istituzioni dell’Ue che attuano e rispettano le decisioni giudiziarie.
L’Ue è stata concepita per limitare i governi nazionali attraverso regole comuni e proteggere i diritti fondamentali dagli abusi della maggioranza. Non è stata concepita per resistere a una maggioranza politica che indebolisca quei vincoli dall’interno.
La sfida non consiste più soltanto nell’ennesimo governo recalcitrante che rifiuta di conformarsi, come è accaduto all’Unione negli ultimi anni. Si tratta di una coalizione capace di cambiare gli obiettivi politici, le prassi istituzionali e le priorità nell’applicazione delle norme da cui dipende l’ordinamento giuridico.
La fase di crescita dell’estrema destra in Europa è una prova di tenuta costituzionale. L’Ue dispone di strumenti giuridici per difendere il proprio ordinamento, ma quegli strumenti non possono applicarsi da soli. La loro efficacia dipende dalla volontà e dalla capacità delle istituzioni, dei tribunali nazionali, dei cittadini e delle imprese di usarli, nonché dalla capacità dei leader politici di resistere alla tentazione di sacrificare le regole comuni in cambio di un vantaggio a breve termine.
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