Completo qui il commento (prima parte QUI) sulla Relazione INAIL 2025, per parlare della parte dedicata alle malattie professionali. Quanto ai dati di bilancio e gestionali, rinvio invece il commento a quando parlerò, in un prossimo articolo, agli Stati Generali della Salute e Sicurezza sul Lavoro svoltisi alla Camera dei Deputati dal 21 al 23 ottobre.
Mentre gli infortuni restano sostanzialmente stabili, le malattie professionali proseguono una crescita che pare inarrestabile. Le denunce nel 2025 hanno raggiunto quota 98.312, in aumento rispetto alle 88.338 del 2024 (+11,3%); questo dato è il più alto degli ultimi 26 anni e quadruplica i valori registrati nel 2000.
Settori
Oltre la metà delle denunce si concentra nelle Costruzioni (20.000) e nell’Industria Manifatturiera (17.000), con circa 3000 denunce nell’industria alimentare e nei prodotti in metallo; seguono Commercio, Sanità ed Assistenza, Trasporti e Magazzinaggio. Riguardano per il 9,2% lavoratori stranieri (erano il 7,5% nell’anno precedente). La relazione compie una accurata analisi dell’andamento delle denunce dal 2008 (emanazione della nuova Tabella delle malattie Professionali) ad oggi, sulle tipologie e sulle variazioni delle tipologie stesse, cui non posso che rinviare, segnalandone alcuni elementi più significativi.
Tipologia
Per il solo 2025 le malattie più denunciate, secondo la classificazione Icd-10 (International classification of diseases – 10) restano le muscolo-scheletriche (70 mila denunce cioè, tre casi su quattro casi). Prevalgono i disturbi dei tessuti molli (epicondiliti, sindrome della cuffia dei rotatori e lesioni della spalla) e le dorsopatie (disturbi, degenerazioni ed ernie dei dischi intervertebrali).
Seguono 11 mila casi (12,1% del totale), di malattie del sistema nervoso (prevalenti nettamente le sindromi del tunnel carpale) e quelle dell’orecchio (ipoacusie e sordità) con quasi 6 mila denunce (6,1%). I tumori (principalmente mesoteliomi della pleura per asbesto, e tumori maligni dell’apparato respiratorio) arrivano ai 2.400 casi, mentre le malattie respiratorie sfiorano le 2 mila denunce.
Le denunce riguardano complessivamente per quasi tre quarti uomini, percentuale costante nell’ultimo quinquennio; non vi sono grandi differenze sulle singole tipologie, solo nelle patologie muscolo scheletriche ed in quelle nervose troviamo le donne con 5,6 punti percentuali in più, che salgono a circa 10 per i disturbi psichici e comportamentali (peraltro poche, in tutto 600).
Percentuali di riconoscimento
Infine, delle malattie professionali protocollate nel 2025 al 30 aprile 2026 quelle riconosciute erano 36 mila, pur risultando ancora in istruttoria diverse (non meglio precisate) migliaia di pratiche. Pur tenendo conto del fatto che i tempi medi della più complessa istruttoria di una malattia professionale sono incomparabili e molto più elevati di quelle degli infortuni, colpisce come la relativa percentuale di riconoscimento sia solo poco meno del 37%. Alla stessa data quella degli infortuni, pur tenendo conto di un numero parimenti imprecisato di casi in istruttoria, era del 66%, e in entrambi i casi non può essere cresciuta di molto. E si tenga presente che il riconoscimento di una malattia professionale non porta ad alcun indennizzo se non vi è stata assenza dal lavoro, oppure i danni permanenti restano al di sotto del minimo indennizzabile fissato al 6%. Anche qui quindi l’area effettiva della tutela si restringe sensibilmente.
Una spiegazione del fenomeno…
Preso atto della crescita numerica, che si accompagna a qualche non decisiva variazione nel tempo delle diverse patologie, che spiegazione dà l’INAIL del fenomeno?
Riporto integralmente quanto sul punto si legge nella Relazione 2025, sostanzialmente (quando non letteralmente …) uguale alle Relazioni degli anni precedenti:
Tale aumento non riflette un peggioramento delle condizioni di lavoro (in contesti che si sono andati sempre più automatizzando e ammodernando in termini di sicurezza), al contrario può essere attribuito a una maggiore informazione e consapevolezza delle tutele assicurative da parte dei lavoratori e dei medici certificatori, nonché all’ampliamento nel tempo del novero delle patologie riconoscibili.
Gli adeguamenti normativi sono stati l’effetto del crescente aumento; in particolare l’avvio è stato dato dal decreto ministeriale 9 aprile 2008, che ha incrementato l’elenco delle malattie tabellate che godono di un percorso di riconoscimento agevolato, e che ha introdotto tra l’altro, una più ampia codifica delle patologie muscoloscheletriche da sovraccarico biomeccanico, caratterizzate anche dal fenomeno delle denunce
“plurime”, ovvero più pratiche di malattie aperte a fronte di un’unica segnalazione.
In questi casi, per uno stesso lavoratore possono essere aperte più denunce per tracciare le singole patologie riscontrate, un effetto collaterale del maggior livello di dettaglio raggiunto nell’identificazione e gestione assicurativa della malattia. Una caratteristica questa soprattutto delle malattie osteo-muscolari dove (come nel caso della sindrome mano-braccio da vibrazioni meccaniche) a un unico rischio possono corrispondere diverse denunce per differenti distretti anatomici compromessi, con un effetto “moltiplicatore” sul numero complessivo di malattie denunciate. Le denunce riguardano, infatti, le malattie e non i soggetti ammalati che sono stati 63 mila nel 2025 (a fronte delle oltre 98 mila denunce), in aumento dell’8,8% rispetto ai 58 mila del 2024 (5 mila in più) e del 44,4% rispetto al 2019 (quasi 44 mila lavoratori). L’aumento è anche l’effetto della crescente sensibilizzazione dei medici certificatori, delle linee guida emanate, della formazione e campagne informative, dei piani nazionali di prevenzione. Inoltre, influisce sull’aumento come concausa anche l’invecchiamento della popolazione lavorativa assicurata.
Il fenomeno può rappresentare un segnale positivo per la prevenzione: la segnalazione tempestiva e l’approfondimento eziologico consentono, infatti, di attivare interventi precoci, contribuendo a evitare l’aggravamento del quadro clinico”.
E una sua critica
Possiamo accontentarci di tale, diciamo ottimistica interpretazione? E soprattutto, quando le dimensioni del fenomeno, la cosiddetta “emersione” delle malattie professionali, sarà cresciuto abbastanza da generare allarme? Personalmente sono convinto che le spiegazioni fornite non bastino, e gli elementi negativi sottovalutati.
Alcuni elementi riportati sono reali e indiscutibili: ampliamento delle patologie riconoscibili, con particolare riferimento alle maggioritarie malattie dell’apparato muscolo scheletrico, coesistenza di più malattie professionali singolarmente denunciate sullo stesso soggetto in particolare, ancora, nei diversi distretti anatomici per le malattie dell’apparato osteoarticolare; da qui il conseguente ridimensionamento numerico dei soggetti ammalati: ma costoro restano 58.000, uno circa 10 infortunat*, e comunque in sensibile aumento. Altrettanto reale è l’invecchiamento della popolazione lavorativa, con l’aumento dell’età pensionabile concausa in quanto prolunga l’esposizione al rischio, come è noto nelle malattie professionali normalmente diluito nel tempo.
Discutibile è attribuire l’aumento a maggiore consapevolezza, interventi di sensibilizzazione o formazione vera e propria, campagne mediatiche, elaborazione di linee guida, assistenza mirata da parte dei patronati, pur tutti interventi reali anche se l’impressione che lo siano piuttosto a macchia di leopardo sul territorio. Ma, misurazione quantitativa a parte quantomeno problematica ma non decisiva, l’efficacia di tali interventi non può neppure essere stimata; l’assunto è che le patologie denunciate esistevano già ma non ne era riconosciuta l’originale professionale, celandosi tra le patologie comuni in carico al SSN. L’emersione consentirebbe quindi una ricostruzione del fenomeno e poi una prevenzione mirata; senza dimenticare che per la persona l’indennizzo, sempre, e talvolta il trattamento delle patologie professionali in termini di diagnosi, fisioterapia, riabilitazione, assistenza, sono migliori che per le malattie comuni.
Suscita poi qualche perplessità l’implicita diagnosi che le condizioni di lavoro non siano peggiorate, argomento peraltro ben più ampio, considerati anche tutti i rischi psicosociali e lo stress lavoro correlato, che tutti gli studi danno in aumento, ed il “nuovo” rischio climatico (ci si tornerà sopra). E che anzi “automazione ed ammodernamento in termini di sicurezza” le abbiano migliorate è vero in molti casi, ma credo che qualsiasi medico del lavoro sarebbe più cauto e differenzierebbe il giudizio circa le malattie professionali: ad esempio, automazione e/o dispositivi vari certamente hanno abbassato il rischio della movimentazione manuale dei carichi, oppure quello chimico legato alla verniciatura. Ma l’automazione incontra limiti insuperabili (ad esempio, nelle Costruzioni ma anche nell’assistenza alle persone), linee di produzione anche parzialmente automatizzate non hanno eliminato il rischio di patologie professionali all’apparato osteo -articolare da movimenti ripetuti e posture incongrue, quando non l’hanno accresciuto. L’impetuosa crescita di questo tipo di patologie, sempre più largamente maggioritarie, trovo difficile non correlarlo ai nuovi processi produttivi: pensiamo, ad esempio, al settore agroalimentare con le sue linee o catene, alla logistica per l’uso massiccio di palmari e strumenti di lettura dei codici a barre, con tempi ristretti di esecuzione, posture non esattamente ergonomiche, sorveglianza continua. E senza dimenticare l’accresciuta necessaria attenzione, oppure lo stress non solo psicosociale ma anche fisiologico nelle sempre più estese attività svolte ininterrottamente sulle 24 ore della giornata, fine settimana e magari festività comprese.
Sulla prevenzione delle malattie professionali
A fronte di quanto sin qui esposto, riprendo il dubbio adombrato nel precedente articolo: per la prevenzione si presta (si continua a prestare) sin troppa attenzione agli infortuni, fenomeno sostanzialmente stabile e con numeri dimezzati in una ventina d’anni (senza peraltro dimenticare che gli infortuni mortali invece restano sostanzialmente stabili)? E non è invece insufficiente l’attenzione alle malattie professionali, fenomeno in crescita costante ed ininterrotta, crescita che nulla fa pensare possa interrompersi o almeno rallentare, ed i cui costi unitari risultano quasi doppi che per gli infortuni (cfr. https://www.ilmanifestoinrete.it/2026/09/27/i-costi-degli-infortuni-e-delle-malattie-professionali)?
Una risposta sensata non è possibile in un articolo e meriterebbe semmai una monografia, e corposa che indaghi da più punti di vista il complesso degli strumenti di prevenzione diversi dalla normativa obbligatoria e relative vigilanza e sanzioni. Poiché stiamo parlando dell’INAIL, ho esaminato i due strumenti di prevenzione più estesi e complessi che l’INAIL, ormai da 25 anni, mette in campo: gli sconti di premio annuali per interventi di prevenzione non obbligatori di cui all’art. 23 della vigente Tariffa dei premi del 2019, e i bandi di finanziamento per analoghi interventi cosiddetti ISI.
Per accedere ai primi le aziende utilizzano uno specifico modulo online OT23, che elenca quali (e quanti e di che tipo, di diverso peso) interventi realizzati nell’anno precedente sono necessari per fruire dello sconto, e quale è la documentazione di ogni intervento da allegare al modulo una volta inoltrato entro i primi mesi di ciascun anno.
Vediamo come iI modello OT 23 2027, (https://www.inail.it/portale/it/atti-e-documenti/note-provvedimenti-e-istruzioni-operative/istruzioni-operative/istruzione-operativa.2026.07.istruzione-operativa-24-luglio-2026.html)
articolato in sei sezioni, prevede complessivamente numero 65 interventi, qualcuno sorprendente o discutibile (vedasi per i dettagli il modulo). Ebbene, di questi sono 16 quelli compresi nell’apposita Sezione C – Prevenzione delle malattie professionali. Tra essi ne troviamo uno dedicato al rischio microclimatico da calore, che meglio starebbe tra gli interventi sugli infortuni, e solo 5 dedicati – sottosezione C4 – ai disturbi muscolo scheletrici, che pure, ricordiamo, sono all’origine del 70% delle malattie professionali denunciate nel 2025.
Esiste, invero la specifica Sezione E Misure Organizzative per la Gestione della salute e sicurezza, misure che in teoria, e almeno per quelle di carattere generale e magari certificate da soggetti esterni terzi (come le norme ISO o UNI), agiscono sia sugli infortuni sia sulle malattie professionali. Posso esprimermi con qualche sia pur minima cognizione di causa o esperienza diretta solo sulle norme ISO 45000, ma ho l’impressione che la struttura di questa sia pensata soprattutto per gli infortuni. Occorrerebbe un giudizio analitico su tutti i sistemi/modelli richiamati, operazione davvero ardua e non so quanto utile: infatti, generali o settoriali che siano, la sezione ne indica ben 24 diversi (e non è detto che l’elencazione sia esaustiva…).
Venendo ai Bandi ISI, il più recente Bando ISI 2025, per i curiosi https://www.inail.it/portale/prevenzione-e-sicurezza/it/prevenzione-e-sicurezza/finanziamenti-per-la-sicurezza/incentivi-alle-imprese/bando-isi-2025.html, finanzia diversi tipi di interventi (con determinate caratteristiche tecniche, in regime di compartecipazione alla spesa e con le erogazioni rientranti nel cosiddetto regime de minimis dei fondi UE). Gli interventi sono ripartiti aggruppati in sei cosiddetti Assi (ciascuno con una propria dotazione finanziaria), di cui solo uno riguarda le malattie professionali
- riduzione dei rischi tecnopatici;
- adozione di modelli organizzativi e di responsabilità sociale;
- riduzione dei rischi infortunistici
- bonifica da materiali contenenti amianto
- per micro e piccole imprese operanti in specifici settori di attività
- per micro e piccole imprese operanti nel settore della produzione primaria dei prodotti agricoli
Per la riduzione dei rischi tecnopatici, di cui allo specifico Asse 1.1, finanzia (max 65% entro 130.000 euro) interventi strutturali, “hard”, cioè acquisto o sostituzione di macchinari, oppure acquisto e installazione su macchine di dispositivi e sistemi innovativi. Il bando indica poi dettagliatamente macchine e dispositivi per ognuno degli specifici rischi considerati (chimico, rumore, vibrazioni, movimentazione manuale carichi o persone, emergenza e movimentazione manuale carichi nella pesca).
A parte una qualche sorpresa per la particolare attenzione dedicata alla pesca, e pur tenendo conto del fatto che, come per l’OT23, modelli organizzativi e di responsabilità sociale prevengono sia infortuni sia malattie professionali, possiamo tranquillamente concludere che l’INAIL non privilegia gli interventi di prevenzione sulle malattie professionali; e dal punto di vista puramente finanziario a parte quelli dell’INAIL di finanziamenti alla prevenzione se ne vedono pochi.
Tuttavia non si tratta solo di metterci più soldi; esistono difficoltà oggettive per fare specifica prevenzione sulle malattie professionali: la concausalità con fattori extra lavorativi, le differenti risposte individuali, i tempi di latenza, la maggior durata della vita lavorativa, differenti vulnerabilità tra uomini e donne ai medesimi fattori di rischio o a fattori di rischio tipici di genere, l’ineliminabilità di determinati rischi solo, eventualmente, riducibili o mitigabili nelle loro conseguenze. E forse davvero, come sostiene qualche addetto ai lavori, l’approccio anche prevenzionale, pur nelle parziali specificità di certi aspetti, non può che essere quello globale sulla salute delle persone, indipendentemente dal loro ruolo sociale e da dove vivano e lavorino. Vasto programma, dunque.
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