Sempre più stolido, Donald Trump vuole cambiare nome al Lago Ontario e rinominarlo Lago America, come ha già fatto, tra le pernacchie del resto del mondo, con il Golfo del Messico. Naturalmente, Trump è del tutto ignaro che il lago si chiama Ontario perché quello è l’antico nome nativo americano, non perché si affaccia sulla regione canadese dell’Ontario, che semmai ha preso nome proprio dal lago americano. Ma l’adolescente in chief non sa niente, niente di niente, sa solo generare caos autoindotto, come quello creato con l’insensata guerra commerciale e culturale al Canada, cui chiede anche di rinunciare alla lingua francese, un’idiozia talmente grande che avrebbe fatto diventare francofono anche Mordecai Richler e il suo Barney.
Trump in realtà prova a distogliere l’attenzione dal disastro immane creato in Iran, al punto che per cambiare discorso forse gli converrebbe pubblicare i file di Epstein censurati, tanto è il danno che ha fatto all’America e al mondo. Siamo gli unici ad aver scritto per tempo, fin da maggio, che l’operazione iraniana avrebbe avuto effetti contrari a quelli sperati, grazie agli articoli del più grande esperto di politica estera e di sicurezza nazionale americana, Robert Kagan, mentre molti, anche tra i never trumper, spiegavano improvvisamente la lungimiranza dell’operazione trumpiana per il Medio Oriente, coprendosi di ridicolo.
Trump non fa mai niente di sensato, niente di giusto, niente di razionale. Soffre di delirio di onnipotenza, è enormemente ignorante, è mosso esclusivamente dal suo tornaconto personale, ma è talmente imbecille che ogni volta che mette mano a qualcosa oltre a fare danni agli altri si fa male da solo.
L’Iran è soltanto l’esempio più recente. Fior di analisti spiegano che, oltre a perdere la guerra in Iran, le forze armate americane rischiano di perdere in modo permanente l’accesso alle quindici basi militari nel Golfo persico, come dimostra il caso imbarazzante della nave Abraham Lincoln, entrata in crisi per mancanza di cibo e di altro, e per questo costretta a trovare riparo nella base di Diego Garcia, a oltre duemila miglia di distanza, anziché nella più vicina base americana in Bahrein colpita e danneggiata dagli iraniani.
Quella macchietta che guida il Pentagono, Pete Hegseth, anziché dimettersi per aver organizzato il disastro militare in Iran, e pure mentito al presidente sulle riserve di armi, ha provveduto a licenziare il direttore di Stars and Stripes, il giornale delle forze armate americane, colpevole di aver raccontato le difficoltà incontrate dalla portaerei Lincoln.
La risposta di Trump a questa débâcle epocale, dopo aver dichiarato falsamente una decina di volte che lo stretto di Hormuz era aperto e sotto il controllo americano, è stata simile a quella del Golfo del Messico e del Lago Ontario: mostrare una cartina dello Stretto sul suo social con la dichiarazione che Hormuz ora addirittura sarebbe diventato territorio americano. Qualcuno su Twitter gli ha fatto notare che, se fosse vero, i figli dei pasdaran sarebbero cittadini americani e potrebbero entrare negli Stati Uniti. Come al solito, ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse seria in particolar modo, come ha spiegato ieri il Financial Times, per l’industria agricola americana che, a causa della guerra di Trump e del conseguente controllo iraniano di Hormuz, non riesce più ad avere fertilizzanti a prezzi accessibili e sta vivendo la più grande crisi degli ultimi decenni. Il fatto che i produttori agricoli siano principalmente nelle aeree rurali e negli Stati del midwest dove Trump ha il maggiore bacino elettorale non è altro che la conferma della tendenza trumpiana a farsi autogol.
Francesco Costa ha preannunciato l’uscita del suo nuovo libro americano, a settembre per Mondadori, col quale prova a spiegare “Come se ne esce”.
In attesa di leggere le argomentazioni di Costa, la risposta più banale e parziale alla domanda delle domande su Trump è che se ne esce con le elezioni, vincendole, a cominciare da quelle di metà mandato del 3 novembre, che per il momento sembrano segnate da quattro fattori ricorrenti da est a ovest, da nord a sud: un rigetto diffuso del trumpismo, la sconfitta alle primarie repubblicane di molti candidati sostenuti da Trump, una forte ascesa dell’ala populista e socialista dei democratici, e un rumoroso rifiuto locale alla costruzione dei data center necessari all’intelligenza artificiale per diventare super intelligente (con i pericoli che, di nuovo, in Italia leggete soltanto su Linkiesta, mentre gli stolti sono impegnati a fare la ola sia al Trump della guerra in Iran sia agli psicopatici dell’intelligenza artificiale).
Vedremo come andranno le elezioni di metà mandato, e che reazione avrà Trump in caso di sconfitta. Secondo tutte le previsioni, la Camera, che al momento è a guida trumpiana per una manciata di deputati, passerà quasi certamente ai democratici, con la probabile conseguenza della riapertura di nuovi procedimenti di incriminazione nei confronti di Trump, e della fine dell’agenda legislativa della Casa Bianca che, però, da due anni si limita ai decreti presidenziali infischiandosene per quanto possibile, e a volte oltre il possibile, delle competenze del Congresso (il caso dei dazi, sanzionato dalla Corte Suprema, è il più eclatante).
La situazione è più complessa al Senato, dove si rinnova soltanto un terzo dei suoi 100 membri. Fino a gennaio, l’impresa sembrava improbabile per i democratici, poi gli omicidi dell’Ice a Minneapolis, la guerra in Iran, i prezzi del carburante e gli altri disastri trumpiani hanno dato slancio ai democratici, che al momento risultano in testa o quasi ai sondaggi in Stati dove fino a poco tempo fa sembrava impossibile vincere, a cominciare dal Texas di James Talarico, alla Georgia della nuova star Jon Ossoff, fino all’Alaska di Mary Peltola. Senonché i democratici hanno cominciato a farsi male da soli anche loro, scegliendo due candidati molto radicali in uno Stato sicuro come il Maine e in uno in bilico come il Michigan. Il candidato del Maine, Graham Platner, sommerso da scandali di ogni tipo ma in grande vantaggio, è stato costretto ad abbandonare la corsa al seggio senatoriale, e ora i sondaggi sembrano più favorevoli alla senatrice repubblicana uscente Susan Collins. Il candidato democratico in Michigan, Abdulrahman Mohamed El-Sayed, pur essendo un talento politico generazionale, risulta troppo radicale e ambiguo su alcuni temi per uno Stato working class come il Michigan, per il momento è indietro nei sondaggi.
I democratici potrebbero strappare il Senato a Trump, e quindi eventualmente anche a condannarlo se la Camera procedesse con l’impeachment, anche perdendo Maine e Michigan, perché tale è il sentimento anti Trump negli Stati Uniti, ma su questo test su chi meglio potrebbe rappresentare l’alternativa a Trump – un candidato moderato come Ossoff o uno socialista con Alexandra Ocasio-Cortez (idea: fate un ticket) – i democratici rischiano di perdere l’occasione di incastrare Trump alle sue responsabilità e avviare il superamento della più tragica parentesi politica americana dalla Guerra civile.
Sempre, ovviamente, che Trump non scateni una nuova guerra civile, contestando i risultati e preparando un altro golpe come quello fallito il 6 gennaio 2021 con l’assalto al Congresso e il tentativo di linciare il suo allora vicepresidente Mike Pence, colpevole di aver legittimato la vittoria di Joe Biden alle elezioni del novembre 2020.
Le elezioni di metà mandato non sono mai state così importanti per la storia recente degli Stati Uniti, perché soltanto dopo avremo contezza del peso elettorale di Trump, della capacità dei democratici di preparare l’alternativa e delle intenzioni più o meno eversive della Casa Bianca.
Non sappiamo ancora che cosa farà Trump in caso di sconfitta e di avvio di un terzo procedimento di impeachment, né che cosa ha in mente in vista del 2028 quando, secondo la Costituzione, non potrà più essere eletto per il limite dei due mandati. C’è però da stare molto attenti, e da non sottovalutare per un attimo le battute, i meme, i cappellini di Trump che inneggiano al terzo mandato, perché Trump non scherza, non vuole lasciare la Casa Bianca, sta cercando il modo di aggirare la Costituzione e ci proverà fino all’ultimo, specie se perdesse midterm e si mettesse male in vista del 2028, tanto che uno come Steve Bannon ripete da tempo che non c’è dubbio che il 21 gennaio 2029 il presidente sarà ancora Donald Trump.
Per questo c’è chi già si prepara a scenari da colpo di stato, prendendo sul serio le parole di Trump anziché liquidarle come semplice provocazione. La strada cui pensano i trumpiani è la seguente: il XXII emendamento alla Costituzione americana vieta che una persona venga eletta presidente più di due volte, ma il divieto non fa riferimento alla candidatura, soltanto all’elezione.
Trump a questo punto potrebbe cercare e ottenere la nomination repubblicana nel 2028, e grazie a due precedenti della Corte Suprema: “Cousins v. Wigoda” sulla libertà dei partiti di scegliere i propri candidati, e “Trump v. Anderson” che quattro anni fa ha impedito al Colorado di escludere dalle primarie il Trump che aveva tentato un colpo di stato. La combinazione dei due precedenti consentirebbe al Partito repubblicano di sostenere di avere il diritto di nominare Trump, mentre i singoli Stati potrebbero non avere il potere di cancellarlo autonomamente dalle schede elettorali.
Se Trump partecipasse alle elezioni e risultasse vincitore, la questione della sua eleggibilità potrebbe arrivare fino al conteggio dei voti elettorali del gennaio 2029. A quel punto Trump sarebbe ancora il presidente in carica e controllerebbe il ramo esecutivo e l’apparato federale di sicurezza. Di fatto ci troveremmo davanti a una replica ben più organizzata del sei gennaio 2021, in un clima da guerra civile e con le milizie dell’Ice pronte a sedare le proteste democratiche nelle strade degli Stati Uniti.
Succedere a, non succederà, chi lo sa? Ma da Trump è sempre prudente aspettarsi il peggio, e prepararsi, sconfiggendolo a midterm anche per costruire in Congresso, e nei tribunali, un percorso accelerato per chiarire in modo incontrovertibile il senso del XXII emendamento, in modo da ottenere una decisione definitiva prima che Trump possa forzare la mano e candidarsi.
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Christian Rocca
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