Il boom dell’intelligenza artificiale sta trasformando le società tecnologiche più ricche del mondo in grandi emittenti di debito. Il fabbisogno di capitale necessario a finanziare data center e capacità di calcolo sta diventando abbastanza grande da incidere sul mercato obbligazionario: aumenta l’offerta di nuovi titoli, spinge gli investitori a chiedere rendimenti più elevati per assorbirli, induce altri emittenti a evitare le stesse finestre di collocamento e porta le Big Tech a raccogliere fondi anche in mercati, dall’euro al franco svizzero, finora utilizzati solo marginalmente. A settembre, le obbligazioni delle società più esposte all’intelligenza artificiale hanno offerto in media uno spread di circa 115 punti base, contro 78 per il mercato investment grade nel suo complesso.Tradotto: per prestare denaro, gli investitori stanno chiedendo un interesse più alto rispetto a quello richiesto alle altre grandi società considerate affidabili. Non perché pensino necessariamente che queste aziende rischino di non ripagare i debiti, ma perché nei loro portafogli stanno già accumulando ormai tanti titoli legati allo stesso settore. E mentre continuano ad arrivare nuove emissioni, comprare altri bond dell’IA significa esporsi ancora di più allo stesso rischio. Per convincerli a farlo, quindi, le società devono offrire rendimenti più generosi.
È un cambiamento notevole perché per gran parte della loro storia recente i maggiori gruppi tecnologici americani hanno avuto il problema opposto. Generavano enormi quantità di cassa e potevano finanziare internamente una larga parte della propria espansione. L’intelligenza artificiale ha modificato la natura del loro investimento. Per offrire nuovi modelli e servizi non basta sviluppare software. Servono edifici in grado di ospitare migliaia di server, processori costosi, impianti di raffreddamento e soprattutto una quantità crescente di elettricità. Questa infrastruttura deve essere costruita oggi, mentre gran parte dei ricavi che dovrebbe giustificarne il costo arriverà negli anni successivi.
Nel 2025 nove grandi gruppi tecnologici, tra cui Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle, hanno raccolto complessivamente 122 miliardi di dollari sul mercato obbligazionario, pari al 45 per cento di tutte le emissioni realizzate quell’anno dalle aziende tecnologiche nel mondo. Ma è soprattutto la spesa prevista per i prossimi anni a dare la misura del cambiamento. Tra il 2026 e il 2030, l’OCSE stima per queste società investimenti complessivi per 4.100 miliardi di dollari. Se metà fosse finanziata attraverso obbligazioni, il loro fabbisogno arriverebbe da solo a pesare per circa il 15 per cento rispetto ai volumi storici delle emissioni obbligazionarie globali delle imprese non finanziarie.
Non tutto quel capitale finirà necessariamente sul mercato obbligazionario, e le stime sugli investimenti possono ancora cambiare. Ma le cifre aiutano a capire la scala del fenomeno. I grandi gruppi tecnologici che gestiscono vaste infrastrutture cloud e capacità di calcolo, stanno arrivando sul mercato del credito con esigenze di finanziamento che fino a pochi anni fa sarebbero state eccezionali per aziende di questo tipo.
Nel 2025 e nella prima fase del boom, l’aumento dei costi di finanziamento era rimasto concentrato soprattutto sugli stessi gruppi tecnologici. La questione ora è capire cosa succederà se una quantità di emissioni finora eccezionale diventerà una componente stabile del mercato. Un primo effetto è già visibile nel comportamento degli altri debitori. Le grandi imprese scelgono con attenzione il momento in cui vendere le proprie obbligazioni, cercando finestre in cui gli investitori abbiano abbastanza liquidità e non siano già impegnati ad assorbire operazioni molto grandi. Un collocamento da decine di miliardi di dollari di un hyperscaler può quindi spingere un’altra società a rinviare la propria emissione oppure a modificarne la durata. Il Financial Times ha raccolto testimonianze di aziende costrette a pianificare le proprie emissioni attorno ai grandi deal degli hyperscaler, con una pressione particolarmente evidente sui bond a lunga scadenza.
Le grandi società tecnologiche americane non si finanziano più soltanto a Wall Street. Amazon ha collocato 14 miliardi di dollari canadesi in Canada. Alphabet ha raccolto 5,5 miliardi di dollari australiani e 3,1 miliardi di franchi svizzeri. Nel Regno Unito ha venduto anche un’obbligazione con scadenza a cento anni. L’euro sta diventando uno dei principali sbocchi di questa espansione. Quest’estate circa 40 miliardi di euro di obbligazioni degli hyperscaler sono entrati nei principali indici del debito societario europeo. Amazon ha realizzato la più grande emissione mai vista in un mercato dove storicamente le imprese si sono finanziate più attraverso le banche che rivolgendosi direttamente agli investitori. L’Europa, ancora in cerca di un ruolo di primo piano nella corsa all’intelligenza artificiale, può almeno registrare un risultato: sta diventando una fonte di finanziamento sempre più importante per le Big Tech americane. Non è poco.
Ma la crescita del debito dell’intelligenza artificiale è più ampia di quella che si vede contando soltanto i bond emessi dalle grandi compagnie tecnologiche. Un nuovo data center non deve essere necessariamente costruito e finanziato da Amazon, Microsoft, Meta o Alphabet. Può farlo una società creata appositamente per il progetto, che prende a prestito il denaro necessario e poi affitta l’impianto per diversi anni a una Big Tech. In questo modo il debito non compare direttamente nel bilancio del gruppo tecnologico, anche se il suo rimborso dipende in larga misura dai pagamenti che quel gruppo si è impegnato a garantire.
La Banca d’Inghilterra segnala un rischio meno immediato ma potenzialmente serio per chi finanzia l’espansione dell’intelligenza artificiale: una parte crescente delle infrastrutture viene costruita con debiti che scadono tra decenni, ma i chip che ne determinano la capacità di calcolo possono perdere competitività nel giro di pochi anni. Il problema è che un eventuale rallentamento dell’IA non ricadrebbe soltanto su chi ha finanziato direttamente quei data center. Lo stesso ciclo di investimenti sta creando esposizioni in punti diversi del sistema finanziario. Un fondo pensione può possedere obbligazioni di una Big Tech, mentre un assicuratore può finanziare la società che costruisce o possiede il data center utilizzato dalla stessa azienda. Anche una azienda energetica può indebitarsi per potenziare la rete elettrica necessaria ad alimentarlo. Sono debitori formalmente distinti, ma una parte crescente della loro capacità di ripagare quei debiti dipende dalla stessa scommessa: che la domanda di capacità di calcolo continui a crescere abbastanza da rendere redditizi gli investimenti realizzati oggi.
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